Non un’anomalia, ma un sintomo della modernità: la figura del presidente degli Stati Uniti, osservata attraverso quattro grandi tradizioni letterarie, rivela la convergenza tra narcisismo, comunicazione mediatica e crisi dell’autorità
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Se si vuole comprendere fino in fondo la natura di una figura pubblica come Donald Trump, non è forse sufficiente limitarsi alla cronaca politica, alle contese elettorali o alla superficie agitata dell’opinione pubblica. Tali elementi, pur necessari, restano confinati entro la dimensione effimera dell’attualità, laddove invece alcuni fenomeni umani, specie quelli che assumono una forma così fortemente simbolica, richiedono di essere collocati entro una prospettiva più ampia, nella quale la storia immediata si dissolve e lascia emergere le costanti profonde della psicologia e della morale.
La grande letteratura europea, da sempre attenta alle metamorfosi dell’orgoglio umano, ha più volte incontrato e descritto un tipo antropologico sorprendentemente affine a quello che oggi vediamo incarnarsi in questa figura politica: l’uomo che confonde la propria immagine con la realtà, che eleva la propria volontà a criterio ultimo del mondo e che trasforma lo spazio pubblico nel teatro di una inesauribile autoaffermazione. Non si tratta, in fondo, di un fenomeno nuovo: la sua genealogia attraversa secoli di riflessione morale e narrativa.
Già Seneca aveva individuato, nella perdita di dominio sulle passioni, la radice di quella deformazione dell’anima che conduce l’individuo a scambiare il potere con la licenza e l’autorità con l’arbitrio. Nei grandi romanzi di Fëdor Dostoevskij, la superbia narcisistica diviene una vertigine spirituale, un tentativo disperato di riempire il vuoto dell’io attraverso la costruzione mitologica della propria grandezza. Lev Tolstoj, con il suo sguardo implacabilmente disincantato sulla storia, smaschera l’illusione dei cosiddetti “grandi uomini”, mostrando come essi siano spesso soltanto interpreti inconsapevoli di forze collettive più vaste. E, infine, Alessandro Manzoni, con la sua morale letteraria, insegna che la superbia dei potenti raramente possiede la statura tragica del male assoluto: essa nasce più spesso dalla mediocrità morale, dall’abitudine alla sopraffazione, dalla convinzione — mai realmente interrogata — che la propria volontà coincida con la misura delle cose.
Collocare Trump entro questo orizzonte non significa ridurre la sua figura a un semplice episodio letterario, bensì riconoscere che la sua vicenda politica sembra riattivare, con singolare evidenza, un archetipo umano che la letteratura e la filosofia morale hanno già lungamente esplorato: quello dell’ego che si espande fino a diventare sistema, della personalità che trasforma la vita pubblica in palcoscenico e che trova nella rappresentazione permanente di sé non soltanto uno stile comunicativo, ma una vera e propria forma di potere.
In tale prospettiva, la figura di Trump appare meno come un’anomalia storica che come un sintomo rivelatore della modernità spettacolare: il punto in cui narcisismo individuale, tecnologia mediatica e crisi delle forme tradizionali dell’autorità convergono fino a produrre una nuova configurazione del potere, nella quale l’immagine precede l’azione e la retorica dell’io tende a sostituirsi alla responsabilità morale.
È dunque all’interno di questa costellazione di pensieri — stoica, russa e italiana — che si tenta di rileggere la figura di Trump: non come semplice protagonista della politica contemporanea, ma come una figura paradigmatica dell’orgoglio moderno, il cui significato può essere pienamente compreso soltanto se restituito al lungo dialogo che la cultura europea ha intrattenuto con le passioni, le illusioni e le tragedie dell’animo umano.
Seneca, la tirannia delle passioni:
In questa prospettiva, l’immagine che emerge presenta tratti sorprendentemente consonanti con le diagnosi morali formulate da Lucio Anneo Seneca, il quale, nei suoi trattati sull’ira e sul potere, delineò con implacabile lucidità il profilo psicologico dell’uomo dominato dalle passioni. Per il filosofo stoico, la vera tirannide nasce dall’assenza di governo interiore in chi la esercita. L’individuo incapace di contenere l’irruzione delle proprie pulsioni — soprattutto ira, superbia e brama di riconoscimento — tende inevitabilmente a trasformare la sfera pubblica in una proiezione amplificata del proprio tumulto psichico.
Osservata attraverso questa lente, la personalità trumpiana appare come un caso quasi paradigmatico di quella che Seneca avrebbe definito “intemperantia animi”: una condizione in cui l’io non conosce misura e si espande fino a occupare simbolicamente l’intero spazio comunitario. Il linguaggio politico si trasfigura allora in una continua autoaffermazione, in una reiterata proclamazione di grandezza che non deriva da una disciplina morale, ma da una necessità psicologica di conferma. La politica smette di essere arte della moderazione e diventa teatro dell’ego sovradilatato.
Dostoevskij, il narcisismo come vertigine spirituale:
Se Seneca diagnostica l’assenza di dominio su di sé, la più inquietante anatomia spirituale di tale fenomeno si ritrova nella narrativa di Fëdor Dostoevskij, maestro incomparabile nel dissezionare i labirinti dell’orgoglio umano. Nei suoi romanzi, il narcisismo non è mai una semplice vanità superficiale: esso rappresenta piuttosto una forma di disperazione travestita, una risposta patologica al vuoto metafisico che si apre quando l’individuo non riconosce più alcuna autorità morale al di fuori di sé.
Figure come Stavrogin o il Grande Inquisitore testimoniano come l’uomo che pretende di erigersi a misura di tutte le cose finisca spesso per trasformare la propria identità in una costruzione mitologica, un artificio narrativo continuamente ribadito per scongiurare il sospetto della propria insignificanza. In questo senso, la retorica trumpiana — con la sua ossessiva insistenza su successo, vittoria e superiorità personale — può essere interpretata come un dispositivo di compensazione simbolica, una narrazione di sé che mira a colmare una vertigine spirituale mascherata da trionfalismo.
Tolstoj, la banalità dell’ambizione storica:
Laddove Seneca parla di passioni disordinate e Dostoevskij di orgoglio demoniaco, Lev Tolstoj reagisce con una lucida demistificazione. Nei suoi grandi affreschi storici, egli demolisce il mito dei cosiddetti “grandi uomini”, mostrando come i protagonisti della storia siano spesso convinti di guidare gli eventi, mentre in realtà ne sono soltanto strumenti inconsapevoli.
La grandezza che attribuiscono a se stessi non è altro che una illusione retrospettiva. Trasposta nel presente, questa intuizione suggerisce che la figura di Trump rappresenti meno l’origine di un fenomeno politico che la sua manifestazione più rumorosa: egli appare come l’attore principale di una scena già predisposta da tensioni sociali, frustrazioni collettive e trasformazioni mediatiche. Ciò che egli percepisce come volontà titanica potrebbe essere, in termini tolstojani, la semplice teatralizzazione di forze anonime.
Manzoni, la superbia come peccato civile:
Nel contesto della tradizione italiana, la lettura più penetrante si ritrova in Alessandro Manzoni. Nei Promessi sposi, la rappresentazione dei potenti non indulge mai alla fascinazione del male grandioso: al contrario, insiste sul carattere mediocre e quotidiano della sopraffazione.
Don Rodrigo non è un titano tragico, ma un uomo limitato, dominato da una superbia che nasce dall’abitudine all’impunità. Il suo potere deriva non da grandezza morale, ma dalla semplice circostanza di poter imporre la propria volontà. Il male politico, dunque, non sempre assume forme titaniche: spesso si manifesta come una vanità rumorosa sostenuta da circostanze favorevoli.
Accostata alla figura di Trump, questa intuizione restituisce non tanto la grandezza di un antagonista tragico, quanto la configurazione di una superbia spettacolare, alimentata da un ambiente mediatico che premia eccesso, iperbole e autocelebrazione.
In definitiva, la convergenza delle prospettive di Seneca, Dostoevskij, Tolstoj e Manzoni restituisce il profilo di una figura che appare quasi come un personaggio letterario generato da disturbi della personalità, oltre che morali. In essa convivono: l’intemperanza delle passioni; l’orgoglio metafisico; l’illusione del grande uomo; la superbia mediocre.
Il risultato è un tipo umano che potremmo definire, con una formula volutamente severa, l’autocrate narcisistico della civiltà mediatica: un individuo in cui l’ego, amplificato dagli strumenti della comunicazione contemporanea, diventa non soltanto stile personale ma principio organizzativo del discorso politico. Non il tiranno classico — tragico e terribile — ma qualcosa di più inquietante: una forma di potere fondata sulla teatralizzazione permanente dell’io e sull’odio verso gli altri, dove la politica si dissolve nella rappresentazione e il leader finisce per coincidere con la propria immagine riflessa nel consenso.

