È una delle ferite più profonde lasciate dalla devastante alluvione del 2006 a Vibo Valentia. E nel corso dei vent’anni trascorsi da allora, è divenuta il simbolo più emblematico dell’abbandono e dell’incuria del territorio oltre che dei tanti mali e delle lungaggini della burocrazia pubblica.

Attorno alla frana di Triparni, dal boato che quel tragico 3 luglio scosse le case e risucchiò la piazza posta all’ingresso del paese, il tempo sembra essersi fermato. A segnarne il suo incedere inesorabile è solo la vegetazione che si è presa prepotentemente la scena arrivando a coprire completamente, in un groviglio inestricabile, le macerie lasciate dal vasto smottamento.

Nel 2019 anche i fabbricati che si affacciavano sul fronte franoso si sono arresi al loro destino ed oggi restano cadenti e malconci, con le loro profonde crepe, alla mercé degli agenti atmosferici. Esposti senza alcuna protezione a nuovi probabili crolli. Anche la rete arancione da cantiere che negli anni era stata posta a segnalare il pericolo è ormai ridotta ad un lacero stuolo di brandelli.

Quasi come la storia - tutta burocratica - del mancato intervento di messa in sicurezza e ripristino. La ricostruiamo insieme all’assessore comunale ai Lavori pubblici Salvatore Monteleone che ricorda come, essa, sia stata condizionata da tempi morti, ricorsi, rinunce, scorrimenti di graduatorie, aggiornamenti di prezzari e procedure sfiancanti. Insomma: una storia italiana in piena regola, che ha lasciato i residenti nella paura e nell’abbandono per vent’anni, mentre i rovi e le acacie si prendevano il loro spazio. Ma, adesso, ci garantisce Monteleone, la svolta è vicina.

I fabbricati crollati nel 2019
I fabbricati crollati nel 2019

«L’intervento - ricorda - s’inquadra in un piano più ampio che include le aree collinari maggiormente colpite dall’alluvione nel territorio comunale. Oltre a Triparni, dunque, la zona del Cancello rosso e del quartiere Affaccio, Piscopio, l’ex tracciato delle Ferrovie Calabro-Lucane». Aree per le quali fu stanziato dalla Regione Calabria un contributo di 8,95 milioni di euro a valere sulla legge n. 9 del 2007: fondi che furono effettivamente disponibili per il Comune solo nel 2011. Da lì prese il via un’autentica Odissea o, per usare una metafora ancora più calzante, la tessitura di una tela di Penelope. «Nel 2012 - spiega Monteleone - fu affidato l’incarico di progettazione ad uno studio di Perugia; quindi nel 2013 fu approvato il progetto preliminare e nel 2014 quello definitivo». Solo nel 2017, tre anni dopo, «i lavori vengono affidati all’impresa Coseam di Roma». Da lì una sequela di ricorsi, nuovi affidi e rinunce, guerre e pandemie, rimandano ogni speranza al 2022, «quando subentra nell’incarico il Consorzio stabile di Catania».

Ma l’imprevisto è dietro l’angolo. L’aumento del costo dei materiali con il relativo aggiornamento dei prezzari fa inevitabilmente lievitare i costi rispetto allo stanziamento originario, ormai evidentemente datato. Da qui il dialogo che il Comune (nell’ultimo anno e mezzo con l’Amministrazione Romeo) avvia con la Regione per l’utilizzo di “economie” consentirebbero di ammortizzare gli aggravi di spesa.

«Quel dialogo - rivela oggi Monteleone - ha portato i suoi frutti e la Regione ha dato da pochi giorni il via libera all’utilizzo delle economie di spesa. Abbiamo così contattato l’ultima ditta che si era aggiudicata l’appalto (il Consorzio stabile di Catania, ndr), che si è detta ancora disponibile ad effettuare i lavori. Dunque siamo nella fase di contrattualizzazione: stiamo preparando il contratto per affidare i lavori che potranno partire a breve e che secondo crono-programma, per quanto riguarda Triparni, si concluderanno nel giro di un anno». Sempre che non si verifichi qualche altro intoppo…