Nel cuore dell’Università della Calabria, il Dipartimento di Culture, Educazione e Società (DiCES) ha promosso, nell’ambito del XV ciclo seminariale di Pedagogia dell’Antimafia (2011-2026), un incontro dal forte valore civile e umano, intitolato “Parliamo di mafie per costruire memoria e impegno”.

All’evento, che si è svolto venerdì 22 maggio 2026, nell’Aula Solano del cubo 19/B, presenti circa trecento studenti universitari, non si è configurato soltanto come un momento accademico, ma come un vero spazio di riflessione collettiva, destinato a interrogare le coscienze sul rapporto tra memoria, legalità e responsabilità sociale.

La frase scelta come sottotitolo dell’iniziativa — “Gli uomini passano, le idee restano” — ha attraversato l’intero seminario come una dichiarazione morale e pedagogica. In un tempo spesso segnato dall’indifferenza e dalla normalizzazione della violenza mafiosa, il convegno ha voluto ribadire la necessità di custodire la memoria delle vittime e, soprattutto, di trasformarla in azione concreta, in educazione, in presenza civile.

Ad aprire l’incontro sono stati i saluti istituzionali della direttrice del DiCES, Maria Mirabelli, e della coordinatrice del Corso di Studi in Scienze dell’Educazione e Scienze Pedagogiche, Rossana Adele Rossi. Entrambe hanno sottolineato il ruolo fondamentale dell’università come presidio culturale contro ogni forma di criminalità organizzata. La formazione, infatti, non può limitarsi alla semplice trasmissione di nozioni, ma deve diventare costruzione critica del pensiero, educazione alla libertà e alla responsabilità individuale e collettiva.

L’introduzione della docente Simona Perfetti ha poi posto l’attenzione sul valore pedagogico della memoria. Parlare di mafie, infatti, significa anzitutto rompere il silenzio.

Significa educare le nuove generazioni a riconoscere i meccanismi del potere mafioso, le sue infiltrazioni nella vita quotidiana, le sue capacità di trasformarsi e adattarsi ai mutamenti della società contemporanea. La mafia non è soltanto violenza armata: è cultura del compromesso, del favore, dell’omertà. Ed è proprio sul piano culturale che si gioca la battaglia più difficile.

Particolarmente intenso è stato il monologo sulle mafie curato dal magistrato Andrea Apollonio e dalla giornalista di LaC News24 Mariassunta Veneziano. I loro interventi hanno intrecciato esperienza giudiziaria e racconto giornalistico, mostrando come il fenomeno mafioso continui a esercitare una pressione costante sui territori, infiltrandosi nell’economia, nella politica e perfino nel linguaggio quotidiano. Attraverso testimonianze, esempi concreti e riflessioni profonde, è emersa l’urgenza di non considerare mai la mafia come un problema distante o confinato al passato.

Tra gli interventi più profondi e significativi si è distinto quello del presidente Diemmecom-LaC, Domenico Maduli, che ha posto al centro del suo discorso l’importanza della lotta alla mafia come responsabilità collettiva e quotidiana. Le sue parole hanno assunto un tono particolarmente intenso perché non si sono limitate a una semplice condanna della criminalità organizzata, ma hanno evidenziato il bisogno di una rivoluzione culturale capace di partire dall’informazione, dalla scuola e dalla coscienza civile dei cittadini.

Il presidente Maduli ha insistito sul ruolo fondamentale dei mezzi di comunicazione nella costruzione della verità e della memoria. In territori spesso segnati dalla paura o dalla rassegnazione, il giornalismo può diventare uno strumento decisivo di libertà.

Nel suo intervento è emersa anche una riflessione sul valore dell’impegno individuale. La lotta alla mafia — ha lasciato intendere Maduli — non appartiene esclusivamente ai magistrati o alle forze dell’ordine, ma coinvolge ogni cittadino. Si combatte mafia ogni volta che si rifiuta il compromesso, ogni volta che si sceglie la legalità invece della convenienza, ogni volta che si educa un giovane alla dignità e alla libertà del pensiero. Le mafie prosperano dove cresce la solitudine sociale, dove la cultura arretra e dove i giovani smettono di credere nel futuro.

Le parole di Maduli hanno assunto così il valore di un appello morale rivolto soprattutto alle nuove generazioni: non voltarsi dall’altra parte, non considerare la mafia un fenomeno inevitabile, ma riconoscere nella memoria delle vittime una responsabilità viva, ancora attuale. La sua riflessione ha mostrato come l’antimafia autentica non possa ridursi a slogan o celebrazioni rituali, ma debba tradursi in una pratica quotidiana di coerenza e coraggio.

A concludere il seminario è stato il docente di Pedagogia Generale e Sociale, Giovambattista Trebisacce, mentre il coordinamento dell’iniziativa è stato affidato a Giancarlo Costabile, docente di Pedagogia dell’Antimafia all’Università della Calabria, da anni impegnato nella diffusione di percorsi educativi fondati sulla memoria e sulla giustizia sociale.

L’intero incontro ha dimostrato come parlare di mafie significhi ancora oggi interrogarsi sul destino civile del Mezzogiorno e dell’Italia intera. In una società attraversata da nuove forme di disuguaglianza e fragilità sociale, la pedagogia dell’antimafia continua a rappresentare uno strumento fondamentale per costruire cittadini consapevoli, capaci di riconoscere il valore della legalità non come imposizione, ma come forma più alta di libertà.

La memoria, allora, non resta soltanto commemorazione del passato. Diventa scelta presente, responsabilità collettiva, possibilità di futuro. Perché, davvero, gli uomini passano, ma le idee restano.