Da Melito Porto Salvo alla Statale 106, ogni alluvione ripropone lo stesso copione: fiumare dimenticate, cemento selvaggio e prevenzione mancata. E mentre si contano i danni, il territorio resta esposto alla prossima emergenza
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La Calabria non cade a pezzi perché è sfortunata. Cade a pezzi perché è fatta così, e perché noi facciamo finta di non saperlo. Ogni volta che il cielo si apre sopra Melito Porto Salvo, o sopra la costa ionica, si mette in moto la stessa sceneggiatura stanca. Le agenzie battono le notizie con la solita punteggiatura di soccorsi, sindaci disperati, elicotteri che sorvolano la disperazione.
Si parla di evento eccezionale. Si evocano la bomba d’acqua, il cambiamento climatico, il destino cinico. Sono tutte panzane. O meglio, sono comodi alibi sintattici per non chiamare le cose con il loro nome.
L’acqua fa il suo mestiere. Cerca la via più breve per andare a mare. E in questa striscia di terra schiacciata tra il granito dell’Aspromonte e lo Ionio, la via più breve è una linea retta, ripidissima, violentissima. Si chiamano fiumare. Per dieci mesi all’anno sembrano rettili secchi, distese di sassi bianchi e spazzatura abbandonata dove i ragazzini vanno a fare i caroselli con i motorini e i muratori abusivi scaricano i calcinacci. Poi arriva una notte d’autunno. Il mare riscaldato dall’estate rilascia vapore, le correnti si scontrano sul crinale della montagna e il cielo scarica sul bacino un quantitativo d’acqua che in Lombardia cadrebbe in sei mesi. In venti minuti, quel greto asciutto diventa un idrante a pressione che trascina a valle centinaia di tonnellate di fango, tronchi e detriti. Non è una sorpresa. È fisica elementare. Mi è stato spiegato che chiama tempo di concentrazione. In un bacino alpino l’acqua impiega giorni per arrivare a valle, mentre qui impiega quaranta minuti. Il tempo di rendersi conto che piove, e hai già il fiume nel salotto.
Il problema non è la pioggia. Il problema è quello che trova sulla sua strada. Decenni di cemento selvaggio, di piani regolatori scritti con i piedi o barattati al bar in cambio di un pugno di voti, hanno trasformato la costa in una trappola mortale. Abbiamo tombato i canali di scolo per farci i parcheggi delle pizzerie. Abbiamo asfaltato la pelle della terra, togliendole la capacità di respirare, di assorbire. Abbiamo tirato su villette a tre piani direttamente nell’alveo storico dei torrenti, fidandoci del fatto che “lì non ci piove da vent’anni”. Un ragionamento da analfabeti della geologia. La fiumara ha una memoria secolare. Puoi metterci sopra il bitume, puoi piantarci i pali della luce, puoi inaugurare il lungomare con il nastro rosso e la banda di paese. Quando l’acqua decide di scendere, reclama esattamente lo spazio che le apparteneva trecento anni fa. Sfonderà le finestre, divellerà i muretti di recinzione, inghiottirà le fondamenta. Non per cattiveria. Per legge di gravità.
Quando cammini per le vie di Melito dopo un nubifragio, quello che ti colpisce non è l’odore della melma. È il silenzio rugoso dei sopravvissuti. L’odore del fango essiccato ha qualcosa di atavico, un aroma metallico e salmastro che si appiccica ai vestiti e non va più via. La gente spala. Con le pale da cantiere, con le scope, con le mani nude. Tira fuori dalle cantine le foto di famiglia sfocate dall’umidità, i divani di finta pelle gonfi come cadaveri, gli elettrodomestici fuori uso. È una liturgia sommersa che si ripete identica a se stessa, di generazione in generazione. Nel 1951 a Africo e Platì. Nel 1971 a Roghudi, un paese letteralmente spazzato via e ricostruito altrove come una protesi urbana senza anima. Nel 2000 a Soverato, dove il fango si prese la vita di tredici persone in un campeggio piantato dove non doveva stare. Nel 2006 a Vibo. Nel 2020 a Crotone. Oggi a Melito.
Cambiano le date, cambiano i volti dei prefetti che arrivano in elicottero con le scarpe lucide a promettere ristori, ma la carcassa del territorio rimane la stessa. Un corpo martoriato, pieno di cicatrici che non si rimarginano mai.
Andrebbe raccontato anche il business della ricostruzione, quella grande mangiatoia che si attiva un minuto dopo la fine dell’emergenza. Arrivano i fondi speciali. Le somme urgenze. I cantieri aperti senza gara d’appalto per "messa in sicurezza". E cosa si fa con questi soldi? Si costruiscono altri gabbioni di rete metallica e sassi, destinati a essere spazzati via alla piena successiva. Si colano altre tonnellate di cemento negli alvei, stringendo ancora di più la morsa attorno ai fiumi, invece di restituire loro lo spazio di esondazione naturale. È un paradosso grottesco: si spende dieci volte tanto per riparare danni prevedibili rispetto a quello che servirebbe per pulire i canali, vincolare il territorio e delocalizzare le abitazioni a rischio. Ma la prevenzione non porta voti. La prevenzione è invisibile. Se pulisci un fosso e non succede niente, nessuno ti ringrazia. Se invece arrivi con gli stivaloni d’ordinanza davanti alle telecamere mentre la ruspa sposta un macigno, diventi un eroe della patria.
Siamo un paese che vive nell’eterno presente. Dimentichiamo tutto in quarantotto ore. Appena il sole torna a scaldare la rugiada sui fichi d’India, la paura svanisce. La gente ricomincia a parcheggiare le auto nel secco della fiumara. Gli abusivi rimettono le mattonelle al piano terra spazzato via dall’acqua. I geometri tornano a firmare le varianti ai piani strutturali. Ci consoliamo dicendo che è stata una disgrazia, una fatalità, una punizione divina. È una forma squallida di codardia morale.
Vedere un’arteria vitale come la Statale 106 sventrata come un pacchetto di cracker spezzato a metà non fa più impressione a nessuno. La 106 è la spina dorsale della Calabria ionica, una striscia di catrame stretta tra la ferrovia a binario unico e il mare. Quando salta lei, si spezza la regione. Sette ore per fare trenta chilometri, ambulanze bloccate nei tornanti di montagna, camion di spesa fermi piazzati sui piazzali delle stazioni di servizio. Una civiltà isolata dal mondo non da una guerra meteorologica, ma da tre ore di pioggia intensa.
Non servono gli ingegneri del MIT di Boston per capire cosa bisognerebbe fare. Servirebbe la rassegnata onestà di ammettere che un pezzo di questo paese deve essere sgomberato. Che alcune case non dovevano essere costruite e ora vanno abbattute. Che la montagna va rimboschita con alberi reali e non con la monocultura dei pini piantati negli anni Sessanta che scivolano via al primo smottamento. Servirebbe dire ai cittadini che la terra ha un prezzo e che quel prezzo, talvolta, è la ritirata.
Invece continueremo ad aspettare il prossimo autunno. Puliremo le pale, compreremo altri stivali di gomma, ascolteremo le solite interviste ai tecnici di turno che ci spiegheranno con diagrammi colorati l’eccezionalità del fenomeno. Il sole continuerà a girare sopra il granito dell’Aspromonte, insensibile alle nostre miserie. E da qualche parte, lungo un letto di sassi bianchi che attende solo il momento giusto per ritornare fiume, ci sarà sempre qualcuno pronto ad appoggiare una pietra sul cofano della macchina, sperando che basti a fermare l’apocalisse.
*Documentarista



