L'antropologo, premiato alla XIV edizione del Premio Elmo di Rizziconi, riflette sul significato del termine che ha coniato: restare non significa rassegnarsi, ma abitare un territorio con responsabilità, trasformandolo in un luogo da cui guardare il mondo
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«La restanza non ha nulla a che vedere con l'apatia o con il restare con le mani in tasca. È movimento, è cambiamento, è la scelta consapevole di contribuire a migliorare il luogo in cui si vive». È il messaggio che Vito Teti affida ai microfoni di LaC News24 in occasione della XIV edizione del Premio Elmo, svoltasi a Rizziconi e promossa dall’associazione “Piazza Dalì”, nel Reggino, dove l'antropologo e scrittore è stato tra i protagonisti della manifestazione, ricevendo uno dei riconoscimenti assegnati durante la serata.
A distanza di anni da quando il termine è entrato nel dibattito pubblico, la restanza continua a rappresentare uno dei concetti più significativi elaborati dall'antropologo calabrese. Una parola che, come lui stesso ricorda, è ormai entrata nel lessico della politica, della letteratura e del cinema, assumendo spesso significati diversi da quello originario.
«È diventata una parola-seme – spiega Teti – ma tengo a precisare che il restare di cui parliamo non è immobilismo. È un interrogarsi continuo sul proprio rapporto con il luogo in cui si è nati. È chiedersi perché restare, che cosa ci trattiene, quale contributo possiamo dare».
Per Teti, infatti, la restanza non è un destino imposto né un invito romantico a non partire. È, al contrario, una scelta che nasce dalla libertà e dalla consapevolezza. Chi decide di rimanere deve farlo con l'obiettivo di cambiare il territorio, non di adattarsi passivamente alle sue difficoltà. E chi sceglie di andare via non tradisce le proprie radici, purché diventi cittadino attivo del luogo in cui approda, contribuendo anche lì a costruire comunità.
Una riflessione che assume un valore particolare in Calabria, regione che continua a fare i conti con lo spopolamento e con la fuga di tanti giovani. Per questo il professore invita le nuove generazioni a conoscere prima di tutto la propria terra. «Bisogna studiare, leggere, viaggiare, ma anche conoscere il territorio in cui si è nati. Spesso cerchiamo altrove ciò che abbiamo già qui: chiese, monasteri, siti archeologici, storie e patrimoni straordinari che rischiamo di non vedere».
Solo attraverso questa conoscenza, osserva Teti, è possibile compiere una scelta autentica sul proprio futuro. «La decisione di dove vivere è difficilissima e dipende anche dalle opportunità e dai diritti che una società riesce a garantire. Ma ovunque si scelga di stare, bisogna farlo per migliorare quel luogo, non semplicemente per viverci». È questa l'essenza della restanza secondo il suo ideatore: uno stile di vita, una postura culturale che invita a guardare il territorio non come una periferia dimenticata, ma come un centro da cui osservare il mondo e dialogare con esso.
Un'idea che continua a parlare soprattutto alla Calabria, dove il dibattito sul futuro delle aree interne e sul destino dei piccoli comuni resta più che mai attuale. E il messaggio di Vito Teti è chiaro: la restanza non significa rinunciare ai propri sogni, ma trasformare il legame con la propria terra in una forza capace di generare cambiamento, innovazione e nuove opportunità.


