La storia europea recente mostra come le democrazie non vengano svuotate all’improvviso ma attraverso una serie di modifiche istituzionali che, sommate tra loro, riducono progressivamente gli spazi di autonomia dei poteri di controllo
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Negli ultimi mesi il dibattito pubblico sulla riforma della giustizia e sulla separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante è stato spesso presentato come una questione tecnica, quasi burocratica. Eppure, se si analizzano con un minimo di razionalità i fatti e il contesto istituzionale in cui questa riforma si inserisce, emergono interrogativi molto più profondi sul funzionamento degli equilibri democratici nel nostro Paese.
Il primo punto riguarda proprio l’obiettivo dichiarato della riforma: la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici. A prima vista potrebbe sembrare una svolta epocale necessaria a garantire maggiore imparzialità. Tuttavia, guardando alla realtà dei numeri, si scopre che il problema che la riforma vorrebbe risolvere è in larga parte già stato affrontato. Con la riforma promossa dall’ex ministra della Giustizia Marta Cartabia, infatti, i passaggi di carriera tra le funzioni di funzioni requirenti e giudicanti sono stati fortemente limitati. Oggi questi cambi di ruolo si contano letteralmente sulle dita di una mano ogni anno e, nella totalità dei casi, avvengono una sola volta nel corso della carriera di un magistrato. Se questo è il quadro reale, appare difficile sostenere che fosse necessario intervenire addirittura sulla Costituzione per risolvere una questione che riguarda una decina di casi all’anno. Le riforme costituzionali, per definizione, dovrebbero essere riservate a problemi strutturali e sistemici, non a fenomeni marginali già regolati dalla legislazione ordinaria.
Il secondo obiettivo dichiarato riguarda il Consiglio Superiore della Magistratura, l’organo di autogoverno dei magistrati. Anche in questo caso la narrazione ufficiale parla della necessità di modificare i meccanismi di elezione per superare correntismi e distorsioni interne alla magistratura. Ma anche qui sorge una domanda semplice: per cambiare il sistema elettorale del Csm non era necessario mobilitare l’intero corpo elettorale italiano. Si sarebbe potuto intervenire con una legge ordinaria, come avvenuto molte volte in passato in casi analoghi. Se quindi si sceglie la via della revisione costituzionale, significa che l’obiettivo reale è più ampio e riguarda non solo il metodo di elezione, ma anche l’equilibrio dei poteri all’interno del sistema giudiziario.
Infatti, il punto più delicato della riforma riguarda il cambiamento dei pesi e delle modalità di nomina dei componenti cosiddetti “laici” del Csm, cioè quelli indicati dalla politica. La novità più rilevante consiste nel fatto che tali componenti potrebbero essere nominati senza la necessità di una maggioranza qualificata. In altre parole, non sarebbe più indispensabile un ampio consenso parlamentare tra maggioranza e opposizione. Questo elemento, apparentemente tecnico, cambia profondamente la natura dell’organo di autogoverno della magistratura. La maggioranza parlamentare, al momento, potrebbe infatti controllare direttamente la nomina dei membri politici del Csm. Se si considera, inoltre, che la riforma prevede la creazione di due distinti Csm – uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri – il potere di influenza della maggioranza politica rischia di raddoppiare.
Il quadro diventa ancora più significativo se si collega questa riforma ad altri cambiamenti istituzionali in discussione, a partire dalle riforme della legge elettorale e dagli effetti che queste potrebbero avere sugli equilibri parlamentari. In uno scenario in cui il sistema elettorale garantisse un premio forte alla forza politica vincente, la stessa maggioranza potrebbe trovarsi in condizione di controllare non solo il governo e il Parlamento, ma anche i meccanismi di nomina di organi costituzionali fondamentali. A quel punto, il rischio paventato da molti costituzionalisti è quello di una concentrazione progressiva di poteri. Un governo forte, sostenuto da una maggioranza parlamentare ampia grazie a una legge elettorale, potrebbe influenzare la composizione del Csm e dell’Alta Corte attraverso la nomina dei membri laici.
Nel caso del Csm dei pubblici ministeri, ciò si tradurrebbe in un potere indiretto sulla carriera e sull’attività disciplinare dei pm. Il Csm, infatti, non è un organismo simbolico: decide trasferimenti, promozioni, incarichi direttivi e procedimenti disciplinari. Se una maggioranza politica riuscisse a esercitare un’influenza significativa su questo organo, potrebbe, teoricamente, incidere anche sull’azione dei magistrati che conducono indagini particolarmente sensibili. Questo non significa che la riforma comporterebbe automaticamente un controllo politico sulla magistratura. Ma è evidente che altererebbe gli equilibri di garanzia stabiliti dalla Costituzione, proprio per evitare interferenze tra i poteri dello Stato.
Il paragone con alcuni modelli di “democrazia illiberale” non nasce quindi da una polemica ideologica, ma dalla constatazione di un rischio istituzionale: quando il potere politico riesce a influenzare progressivamente gli organi di controllo e di garanzia, il sistema democratico tende a perdere i suoi contrappesi. Se a questo si aggiunge la prospettiva di una maggioranza parlamentare che, grazie alla legge elettorale, possa incidere anche sull’elezione del Presidente della Repubblica – il quale, a sua volta, nomina componenti dell’Alta Corte –, il quadro diventa ancora più inquietante. In un sistema già caratterizzato da forti spinte maggioritarie, la possibilità di concentrare in un unico blocco politico la guida del governo, la maggioranza parlamentare, l’influenza sull’organo di autogoverno della magistratura e una parte delle nomine presidenziali rappresenta una torsione evidente dell’equilibrio costituzionale.
Non è necessario evocare scenari estremi per comprenderne le conseguenze. La storia europea recente mostra come le democrazie non vengano svuotate all’improvviso, bensì attraverso una serie di modifiche istituzionali apparentemente tecniche che, sommate tra loro, riducono progressivamente gli spazi di autonomia dei poteri di controllo. È così che, passo dopo passo, si scivola da una democrazia liberale a un sistema in cui il potere politico non trova più reali contrappesi. E quando questo accade, tornare indietro diventa sempre molto più difficile. Ungheria docet!
* Docente Università Mediterranea

