La vicenda della donna che si è lanciata dal balcone con i suoi figli riporta al centro il tema del disagio psichico e della solitudine. E l’illusione della protezione del “suicidio allargato”: la morte diventa l'unico nido sicuro per salvare i propri piccoli da un mondo percepito come un deserto di artigli
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Il vuoto ha un suono particolare, a Catanzaro. Non è il silenzio asettico di una stanza chiusa, ma il sibilo del vento che sale dallo Ionio e sbatte contro i palazzi di cemento, quelli con le facciate mangiate dal sale e i balconi che guardano il nulla. Quando una madre decide che l’aria è l’unico posto dove portare i propri figli, il mondo non si ferma per rispetto, ma continua a masticare il suo tempo. Quella caduta di disperazione verticale, non è solo un fatto di cronaca. È un buco nero che risucchia ogni nostra pretesa di civiltà, di istinto materno preconfezionato, di biologia rassicurante.
C’è una pornografia del dolore che circonda questi eventi, un rito collettivo di commenti sui social che serve solo a esorcizzare la paura. Eppure, se smettiamo di cercare il colpevole o il biglietto d'addio mai scritto, restiamo nudi davanti all'enigma del gesto estremo. Il suicidio non è mai un atto solitario, anche quando avviene nel segreto di una stanza. È un evento relazionale. È l’ultimo, violentissimo tentativo di comunicare quando la parola si è fatta piombo in gola.
Ci sono studi che ci insegnano che non siamo macchine programmate solo per sopravvivere. David Le Breton, uno dei pochi che ha avuto il coraggio di guardare dentro questa ferita senza voltarsi, parla della “morte volontaria” non come di una fine, ma come di un tentativo di riprendere il controllo su un'esistenza che è diventata un vestito troppo stretto, una pelle che brucia. Per Le Breton, il dolore non è una cifra statistica. È una saturazione. La donna che apre la ringhiera e si lancia non sta cercando la morte, ma sta cercando di fermare un'emorragia interiore che nessuno vede. Il paradosso è brutale: ci si uccide per smettere di morire ogni giorno.
Dobbiamo smetterla di rifugiarci nella categoria rassicurante della “follia”. Etichettare come folle chi si lancia dal quinto piano è un trucco meschino per sentirci al sicuro, per dire a noi stessi che noi non lo faremmo mai. Ma la scienza oggi ci racconta una storia diversa, più sporca e meno lineare. Pensiamo a Thomas Joiner e alla sua teoria interpersonale del suicidio. Joiner non parla di geni difettosi, ma di tre ingredienti letali che devono trovarsi nello stesso bicchiere: il senso di essere un peso per gli altri, la percezione di non appartenere più a nulla e la capacità acquisita di vincere l'istinto di autoconservazione. Quest'ultima è la più spaventosa. È un addestramento silenzioso. Si impara a non avere paura del dolore fisico attraverso il dolore psichico. Si diventa capaci di quel salto perché la mente ha già compiuto quel volo mille volte, ogni notte, prima che il corpo segua.
Il caso di Catanzaro aggiunge un carico d'ombra che gela il sangue: i figli. Qui l'antropologia e la sociologia si scontrano con il mito. Il “suicidio altruistico”, come lo definiva Durkheim, o meglio ancora quella forma di omicidio-suicidio che la psichiatria chiama “suicidio allargato”. È l'illusione suprema e distorta di protezione. In una mente devastata dal crollo di ogni prospettiva, la morte diventa l'unico nido sicuro dove portare i propri piccoli per salvarli da un mondo percepito come un deserto di artigli. È un atto di amore invertito, mostruoso nella sua esecuzione, ma tragicamente logico nella sua grammatica interna. Non è odio verso la prole, è l'incapacità di immaginare per loro un futuro senza sofferenza, una volta che la propria luce si è spenta.
Viviamo in una società che ha rimosso il fallimento dal proprio vocabolario. Siamo ossessionati dalle performance, dalla felicità come obbligo contrattuale, dalla trasparenza delle vite esposte in vetrina. Ma l'ombra non sparisce solo perché accendiamo più luci al neon. Anzi, diventa più densa. Franco Cassano scriveva di “pensiero meridiano” e della lentezza, ma dimentichiamo che la solitudine nelle nostre città del Sud ha un sapore antico, quasi biblico. È una solitudine che si annida tra i pilastri dei porticati, che si nasconde dietro le persiane semichiuse a metà pomeriggio, quando il caldo toglie il respiro e la polvere sembra l'unica cosa viva.
C’è una cecità sistemica nel modo in cui osserviamo queste tragedie. Ci limitiamo a contare i morti e a cercare un “disagio” che possa spiegare l'inspiegabile. Ma il disagio non è un'eccezione, è la struttura portante di un'epoca che ha scambiato i legami con i collegamenti. Il legame è pesante, sporco, faticoso, ti tiene a terra. Il collegamento è elettrico, veloce, si interrompe con un click. Quando i legami si spezzano, resta solo l'elettricità del vuoto.
Studiosi come il sociologo Marzio Barbagli hanno analizzato per decenni come sono cambiate le forme del suicidio in Italia. Non siamo più nell'Ottocento, dove ci si uccideva per onore o per miseria nera. Oggi ci si uccide per inadeguatezza. Per quel senso di vergogna sottile che ti scava dentro quando senti di non essere all'altezza dell'immagine che il mondo si aspetta da te. Una madre, poi, porta sulle spalle il peso di secoli di iconografia sacra. Deve essere forte, deve essere accogliente, deve essere il pilastro che non crepa mai. Quando quella crepa appare, è una voragine.
Non ci sono reti di sicurezza abbastanza fitte per fermare chi ha deciso che la gravità è l'unica amica rimasta. Possiamo moltiplicare i numeri verdi, i servizi sociali, le pattuglie, ma finché non torneremo a considerare il dolore come una questione politica e collettiva, e non come un segreto imbarazzante da gestire in privato, continueremo a guardare quei balconi con un orrore sterile.
A Catanzaro, sotto quel balcone, restano i fiori e i lumini. Resta una bambina che lotta in un letto d'ospedale, unico frammento di vita strappato a quel volo. Resta la domanda che nessuno vuole farsi: quanto è lungo quel secondo che intercorre tra il poggiare il piede sul vuoto e il rendersi conto che non si torna indietro? Forse è lì, in quella frazione di tempo inafferrabile, che risiede tutta l'essenza dell'essere umani: in quel desiderio disperato di essere fermati, di una mano che afferri il cappotto un attimo prima che l'aria diventi l'unica strada possibile. Ma a Catanzaro, oggi, la mano non c’era. C’era solo il vento e il rumore sordo della terra che non sa perdonare.
*Documentarista Unical

