Rifugiato di terza generazione e attivista per i diritti dei profughi, il 35enne racconta la sua storia, denuncia la situazione a Gaza e in Libano e ringrazia per la solidarietà ricevuta: «Continuate a informarvi, non dobbiamo perdere la speranza»
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Una storia di lotta, sacrifici, impegno e passione. Ma anche di voglia di riscatto, libertà, pace e speranza. È la storia di Samer Abou Fakher, per tutti Samer, attivista palestinese originario di Beirut, capitale del Libano, da anni impegnato sul campo per i diritti dei rifugiati. Qualche giorno fa il 35enne, accompagnato dall’amico di Palmi Enzo Infantino, è stato in visita in Calabria, dove ha portato la sua testimonianza e incontrato alcuni amministratori locali, come il vicepresidente del Consiglio regionale, Giuseppe Ranuccio. Un modo per far sentire la sua voce e rendere più persone possibili parte della causa palestinese. LaC l’ha contattato al telefono, in partenza per Bruxelles, dove c’è il fratello ad aspettarlo. Nonostante il poco tempo a disposizione e l’incapacità di parlare in italiano, – si scusa per questo, ma la lingua non può e non deve mai essere una barriera – Samer ha raccontato nei dettagli la sua vita, toccando svariati temi, dall’attivismo al ruolo dei governi, fino al sostegno dell’Italia e il suo rapporto con la Calabria, «una terra che ricorda il Libano per la sua bellezza».
Samer, grazie per aver accettato il nostro invito. Innanzitutto, raccontaci un po’ la tua storia: da dove vieni e, soprattutto, chi sei?
«Sono un rifugiato palestinese di terza generazione, che vive in Libano. Anche i miei genitori sono nati in Libano, mentre i miei nonni furono espulsi dalla Palestina nel 1948, durante la creazione dello Stato di Israele. Quindi, in pratica, sono cresciuto in Libano. Ho studiato, ho finito il liceo e l’Università e dopo mi sono trasferito a Dubai, dove ho trovato lavoro a 21 anni. Durante gli studi universitari, ero impegnato nella mia comunità, la comunità palestinese: facevo parte del club culturale palestinese dell’università e facevo volontariato nei campi profughi. Davo lezioni nei campi, aiutavo alcuni studenti nei compiti di matematica e scienze. E naturalmente commemoravamo insieme alcune ricorrenze nazionali».
Quindi il tuo impegno da attivista parte da lontano. Ti chiedo, attualmente com’è la situazione in quei contesti, vale a dire la Striscia di Gaza e il Libano, tuo paese di origine?
«In entrambi i luoghi, a causa dell’aggressione israeliana, la situazione è, purtroppo, molto complicata. A Gaza, Israele ha distrutto l’80% della Striscia e ormai non c’è alcun tipo di vita “normale”. Le persone, infatti, vivono in condizioni terribili, non avendo accesso al cibo o a qualsiasi altra cosa necessaria. Situazione simile si registra dal confine fino alla città di Tiro. Inoltre, recentemente Israele ha colpito tre campi palestinesi nel sud del Libano e il 50% di quei campi è già stato evacuato. Ogni giorno Israele attacca il sud del Paese, mentre Beirut viene colpita di tanto in tanto. Molti villaggi sono distrutti e le persone sono state sfollate. Solo in Libano, circa 3.000 persone sono state uccise dall’inizio della guerra e più di 10.000 sono rimaste ferite. È una situazione drammatica».
Quali sono stati o sono tutt’ora gli aspetti più difficili della tua attività e quali sono state, invece, le gratificazioni più importanti che hai ricevuto?
«Diciamo che negli anni precedenti, ad esempio quando ero all’università, era molto difficile coinvolgere le persone nel lottare per i diritti o commemorare, o anche nel diffondere e far conoscere l’identità palestinese. In Libano i palestinesi sono privati dei loro diritti: non possono praticare oltre 70 professioni e vivono in condizioni terribili. Quindi la gente pensava più a come sopravvivere. E poi, in quel periodo, la causa palestinese non era attiva come lo è oggi. Tuttavia, gli sviluppi recenti, soprattutto ciò che è accaduto a Gaza durante tutte le guerre dal 2008–2009 fino al 7 ottobre, hanno fatto sì che molte persone aprissero gli occhi e decidessero di impegnarsi di più nell’attivismo. Quindi credo che questo sia un vantaggio per noi, nonostante tutto ciò che è accaduto e tutte le persone che hanno perso la vita. Quindi la gratificazione più grande è questa: al giorno d’oggi nella comunità palestinese le persone sono più coinvolte di prima. Speriamo di continuare su questa strada, al di là delle difficoltà che incontreremo».
Ora un tema più ampio: secondo te cosa dovrebbero fare i governi nazionali e le organizzazioni internazionali per risolvere la situazione? Hanno fatto abbastanza finora?
«Parlando dei governi, non credo affatto, non hanno fatto proprio nulla. Anche nel mondo arabo: molte persone volevano fare qualcosa per la Palestina, scendere in strada, esprimere la loro rabbia per ciò che accade a Gaza, ma i governi glielo hanno impedito. Credo invece che in Europa sia stato fatto qualcosa di meglio e di più grande: molte persone sono scese in piazza, soprattutto a Londra, e questo nonostante l’Inghilterra sia stata una delle principali promotrici della creazione dello Stato Israele. Ma la nuova generazione ora è più consapevole di ciò che accade e si mobilita: a Londra, appunto, un milione di persone in piazza, ma lo stesso impegno c’è stato anche in Italia, in Spagna e in molti altri luoghi. Le persone partecipano al boicottaggio adesso: ricordo che quando ero all’università molti ridevano di noi quando dicevamo che avremmo boicottato una nota catena di caffè. Sostenevano “non libererete la Palestina con una tazza di caffè”. Ma ora molto è cambiato. Certo, dopo l’annuncio del cessate il fuoco a Gaza — in cui io non credo, perché la guerra continua — questi movimenti sono diminuiti: in realtà, però, credo che dovremmo fare di più, continuare a scendere in strada e mostrare Israele come uno Stato criminale per quello che sta facendo».
La maggioranza delle persone a Gaza e in Libano è contro i regimi di Hamas e Hezbollah o li sostiene? Volete solo essere liberi e avere i vostri diritti rispettati?
«È difficile rispondere a questa domanda. Posso dirti che c’è una divisione nella popolazione. A Gaza alcune persone sostengono Hamas, altre no. E lo stesso in Libano: non tutti sono con Hezbollah. Non posso dire se siano la maggioranza o la minoranza. Il fatto è che hanno ancora una base, sono in Parlamento, nel governo. Tuttavia, ci sono anche persone contrarie, per motivi politici o altro».
Cosa ne pensi del governo Netanyahu e delle azioni di Israele?
«Israele, sin dalla sua creazione, è sempre stato uno Stato colonialista. Ha condotto guerre contro molti Paesi arabi: Siria, Libano, Giordania, Egitto e altri. Molti innocenti sono stati uccisi. Israele è stato creato dalle potenze imperialiste per un motivo: creare conflitto tra i Paesi arabi. È uno Stato circondato da Paesi arabi con un progetto colonialista e imperialista. E non importa se il governo è di destra o sinistra: quando si tratta di occupazione e uccisione dei palestinesi, hanno agito tutti in modo identico».
Di recente sei stato in Italia e in Calabria per sensibilizzare le persone su questi temi e raccontare la tua storia. Che impressione ti ha fatto, soprattutto la nostra regione? Hai ricevuto aiuto e supporto anche da sindaci e amministratori?
«In pratica incontro persone italiane dal 2009. Tra queste Enzo Infantino, di Palmi: accompagno sempre la sua delegazione che ogni settembre viene in Libano per visitare i campi e commemorare il massacro di Sabra e Shatila (avvenuto nei campi-profughi palestinesi in Libano tra il 16 e il 18 settembre 1982 nei pressi di Beirut durante l'invasione israeliana, 3000 vittime circa ndr). Conosco molti italiani impegnati nella causa palestinese, che la difendono come fosse la loro causa. Sono stato in Italia da maggio scorso e ho visitato 14–15 città, tra cui Reggio Calabria e dintorni. Ho trovato molto supporto da tutte le persone che ho incontrato. A Reggio, per esempio ho ricevuto solidarietà e sostegno da Giuseppe Ranuccio, il vicepresidente del Consiglio regionale, e da altri amministratori. Credo che tutti noi dobbiamo coordinarci e continuare il lavoro che stiamo facendo, restando dalla stessa parte e seguendo la stessa direzione. Ho adorato particolarmente Scilla e Palmi, luoghi che per bellezza mi ricordano il mio Libano e Beirut. Sono molto amico di Enzo e sono sempre aggiornato sulle attività in Calabria e altrove in Italia. Credo che ciò che si sta facendo nel vostro Paese a livello di attivismo sia straordinario. Ma, continuo a dire, dobbiamo andare avanti così, nonostante le difficoltà e soprattutto quando la causa palestinese non riceve molta attenzione dalla politica internazionale».
Ultima domanda: vuoi mandare un messaggio al mondo, ai politici, a qualcuno in particolare?
«Per quanto riguarda i politici, non ho nulla da dire: di solito non mi interessa avere a che fare con loro, preferisco parlare con le persone sul campo. Come ho detto, dobbiamo continuare a dare valore alle nostre idee e alle nostre azioni. Anche una piccola cosa può fare la differenza. Dobbiamo continuare a informarci e informare su ciò che accade in Palestina e altrove, partecipare, aiutare gli altri e difendere ciò in cui crediamo. Finché lo faremo, siamo sulla strada giusta. E non dobbiamo mai perdere la speranza, perché significherebbe perdere tutto. Quando ero all’università nessuno parlava della causa palestinese e alle manifestazioni eravamo pochissimi. Ora è diverso, non siamo ancora nella situazione ideale, ma è molto meglio di prima. E ben vengano le differenze tra i Paesi: queste non sono mai un problema, ma un valore da far emergere».
Enzo Infantino, l’attivista palmese amico fraterno di Samer
In questa storia, c’è anche chi conosce Samer da quasi una vita e ha reso possibile la sua visita in Calabria. Enzo Infantino, originario di Palmi, attivista per la causa palestinese e per i diritti dei rifugiati ormai da tempo. «L’ho conosciuto nel 2003 nel mio primo viaggio a Beirut con l’associazione “Per non dimenticare Sabra e Shatila”. Una persona splendida, divenuta un amico fraterno. La mia associazione – spiega - è impegnata ormai dai primi del 2000 e lui ci ha sempre aiutato molto. Visito il Libano praticamente ogni anno dal 2003 e ho visitato quasi tutti i campi profughi del Medio Oriente, della Striscia di Gaza, della Cisgiordania, della Siria. Samir all’epoca aveva 11 anni e piano piano, in tutti questi anni in cui ci seguiva durante i nostri viaggi, abbiamo stretto amicizia. È un ragazzo che si è laureato, uno di quei pochi palestinesi che sono riusciti ad andare fuori e a lavorare, sfuggendo alle severe leggi del Libano per i palestinesi. Nel corso del tempo – precisa -, ha provato più volte a venire in Italia, ma per i palestinesi non è facile ottenere i visti, a differenza di noi europei o degli israeliani. Dopo essere stato respinto più volte, alla fine, grazie anche all’associazione che ha presentato una lettera di invito al ragazzo per poter svolgere delle attività tipo culturale e informativo, è riuscito a entrare in Italia e visitarla. È venuto a Palmi – racconta Infantino -, gli ho fatto conoscere un po' la nostra realtà, ma è stato anche in altre regioni per incontrare tutte le persone conosciute negli anni. Qui, nello specifico, è venuto a trovarmi, un desiderio che aveva da tempo, e a parlare con vari amministratori della sua storia. È un attivista molto impegnato nelle attività pro-Palestina – conclude -, ha partecipato a tante iniziative, tanti incontri, tante manifestazioni. Una volta ha anche rischiato di essere ucciso al confine con Israele perché prese parte a una manifestazione contro cui gli israeliani cominciarono a sparare. Diciamo che ha una storia ricca ed è una persona da ammirare per il suo attivismo».

