Il confine tra possedere un mezzo e possedere un’arte è ormai così sottile da rischiare di scomparire, trascinando con sé professioni pilastro come il giornalismo e la fotografia. Una vera e propria aggressione culturale che offende e mortifica chi ha dedicato la vita allo studio e onorando la deontologia.

Oggi uno smartphone di ultima generazione sostituisce il sacrificio tecnico del fotografo, colui che domina la luce, la composizione e l’ottica, competenze acquisite dopo anni di studio, investimenti e fallimenti poi divenuti necessari per la crescita. Allo stesso tempo, un computer, programmato per riordinare paragrafi con la freddezza chirurgica grazie a un algoritmo, prende il posto della sensibilità linguistica, della profondità d'analisi e della verifica rigorosa delle fonti, sempre certe. Questa presunzione del "so fare tutto perché ho l'app giusta" è un'offesa diretta alla competenza, è l'illusione che il risultato estetico immediato possa sostituire il processo intellettuale e la responsabilità etica che stanno dietro ogni singola parola e ogni singolo scatto. Il cuore di questa mortificazione è anche profondamente sociale. Si configura una sistematica e spietata concorrenza sleale ai danni di chi opera alla luce del sole. Mentre c’è chi sostiene i costi e paga le tasse legate alla propria attività, onorando il patto con lo Stato, una platea di operatori "improvvisati" e "creators" della domenica si inserisce sul mercato senza alcun onere. Una asimmetria che permette a chi non ha né qualifiche, né doveri fiscali, di offrire prestazioni, salvo qualcuno, a prezzi irrisori e in “total black”. È un meccanismo perverso che svuota il mercato costringendo chi rispetta il codice deontologico a una lotta impari per la sopravvivenza, umiliato da una committenza che non distingue più il valore dal costo.

Chi agisce senza controllo e senza l'iscrizione a un ordine professionale non subisce alcuna sanzione per errori, fake news o violazioni della privacy. Opera in un limbo di irresponsabilità che sporca l'immagine dell'altra categoria. Questa libertà assoluta di "rovinare" una professione senza pagarne mai le conseguenze rappresenta un sistema inaccettabile, non è progresso, è la negazione professionale e morale. È la fiera della superficialità social che sacrifica la qualità. Vedere occupare gli spazi solo perché "costa meno" o "ha più follower" è l'umiliazione suprema della competenza. Per salvare queste categorie dal declino definitivo, serve un sussulto di dignità. È necessario un ritorno feroce alla legalità e alla distinzione dei ruoli. Le istituzioni devono riconoscere uno "Statuto" che separi nettamente chi produce contenuti con metodo, certificazione e oneri fiscali da chi si limita a premere un tasto o a copiare e incollare stringhe di testo. Serve una vigilanza fiscale sulle prestazioni offerte online e una protezione ferrea del diritto d'autore. Soprattutto, serve educare il pubblico a capire che un contenuto "gratis" o "low cost" ha quasi sempre un costo nascosto, la perdita praticamente della verità e la morte della bellezza autentica.

Se permettiamo che la tecnica e la concorrenza sleale sostituiscano definitivamente la coscienza, la formazione e la correttezza, a sparire non sono solo i giornalisti o i fotografi, ma la nostra stessa bussola civile. Una società che non distingue un dilettante da un professionalmente preparato, è una società che ha rinunciato a capire il mondo. È tempo di rimettere l'uomo, con i suoi anni di studio e i suoi doveri fiscali e morali, al centro della scena. In un confronto forte, è come pretendere che una storica Fiat 500 dia l’ebrezza della velocità di una Ferrari. La professionalità deve tornar a essere un vanto e non un peso, prima che questa ondata di mediocrità digitale cancelli definitivamente il valore del lavoro certificato e la sacralità della competenza.