Da decenni, la Calabria viene rappresentata come un teatro di cartoline: tramonti infuocati, scorci pittoreschi, mare cristallino, tarantelle obbligatorie a ogni ricorrenza e qualche slogan di circostanza sul “Sud che resiste”. È un racconto rassicurante per chi non ci vive, uno stereotipo comodo da sventolare in conferenze stampa e servizi fotografici, ma che nulla ha a che fare con la vita reale della regione. È il Sud raccontato da chi non lo conosce, da chi lo fotografa dall’alto di un elicottero mediatico o lo riduce a cartolina da viaggio.

Se un politico nazionale vuole farsi vedere “vicino al territorio”, sventola l’ennesimo slogan sul Sud “che deve risollevarsi” o sul “potenziale inespresso della Calabria”, senza mai fermarsi a capire che qui non ci sono scorci pittoreschi a riparare l’assenza di infrastrutture, né tarantelle a sostituire un ospedale chiuso o un’azienda che fallisce.

La Calabria reale è fatta di medici che lottano contro carenze croniche di personale e attrezzature, di insegnanti che suppliscono con passione a scuole fatiscenti, di volontari che mantengono in piedi servizi sociali quando lo Stato latita, e di piccoli imprenditori che resistono in un mercato ostile, senza pubblicità né applausi.

Eppure, chi la racconta, preferisce l’eccezione spettacolare: un arresto, un incendio, un caso giudiziario clamoroso. L’ordinario, quello che funziona e regge la regione giorno dopo giorno, non fa notizia. La Calabria silenziosa, che lavora, produce e tiene in piedi comunità intere, rimane invisibile, come se non esistesse. Chi governa lontano dalle nostre province sembra incapace di distinguere il folklore dalla realtà, e chi fa informazione nazionale preferisce la semplificazione comoda alla complessità scomoda.

L’identità calabrese non è un vestito da indossare per cartoline patinate o tarantelle da promuovere come attrazione turistica. Non è un catalogo di stereotipi da vendere a Milano, Roma o Bruxelles. È resilienza quotidiana. È memoria storica che sopravvive a decenni di incuria politica, spopolamento e cattiva gestione delle risorse. È dignità che non si proclama a gran voce, ma che emerge ogni giorno in chi affronta problemi concreti senza aspettare medaglie o elogi pubblici.

Il problema è che la narrazione nazionale continua a essere costruita su due pilastri sbagliati: la spettacolarizzazione del negativo e la banalizzazione del positivo. Così la Calabria viene dipinta come “terra di crisi”, oppure come “paradiso da visitare”, senza mai riconoscere la complessità e la ricchezza di chi la vive davvero. Si parla di giovani costretti a emigrare, ma solo come cifra statistica, senza raccontare le storie di chi resta e inventa soluzioni, anche precarie, senza clamore. Si parla di mafia e corruzione, ma sempre come eccezione spettacolare, senza distinguere le istituzioni che funzionano da quelle che falliscono.

Riscoprire l’identità calabrese significa liberarci di questa narrazione tossica: smettere di ridurre la regione a folklore e cartoline, smettere di raccontarla con occhi che cercano solo conferma dei propri pregiudizi. Significa riconoscere il valore di chi lavora e resiste ogni giorno, di chi tiene aperti ospedali e scuole, di chi gestisce piccole imprese e servizi essenziali senza clamore. Significa rispettare la Calabria per quello che è: un territorio difficile, certo, ma abitato da persone che, nonostante tutto, costruiscono, resistono e sopravvivono.

Finché il racconto nazionale continuerà a basarsi su stereotipi e semplificazioni, la Calabria reale resterà invisibile. E chi la vive davvero, con le sue fatiche quotidiane, continuerà a essere ignorato. La sfida, allora, non è inventare nuove cartoline o slogan più accattivanti: è smettere di raccontare una Calabria che non esiste e iniziare a comprendere quella che esiste davvero. Perché solo così l’identità calabrese potrà affermarsi, non come folklore da esposizione, ma come forza viva e concreta di una comunità che merita rispetto e riconoscimento.