Abitare il presente all'interno di uno spazio ristretto, trasformando il proprio corpo da luogo di reclusione a spazio di libertà interiore e calma. È questo il cuore del "Progetto Yoga in Carcere", un'iniziativa che dopo aver attraversato numerosi istituti penitenziari italiani è approdata alla Casa Circondariale Femminile di Castrovillari, in provincia di Cosenza, grazie all'impegno e alla sensibilità di Giorgia Reda, insegnante di Yoga Terapeutico di origini calabresi. Il progetto è promosso da Asia Dharsana, Accademia di Alta Formazione Insegnanti Yoga e Āyurveda (ONG riconosciuta dall’ONU), che da molti anni si dedica alla diffusione di questa disciplina e delle tecniche di meditazione sia tra i ristretti sia tra il personale del sistema penitenziario italiano. L'accademia vanta già una solida esperienza nazionale, avendo collaborato con istituti di massima rilevanza come Rebibbia e Regina Coeli a Roma, Secondigliano a Napoli, San Vittore a Milano, fino all'Istituto penale minorile di Pontremoli. A Castrovillari, la proposta è stata accolta con massima apertura dalla Direzione del carcere. Tra i mesi di giugno e luglio si è svolto un primo ciclo di 4 incontri che ha coinvolto circa 10 detenute, riscuotendo un impatto profondo e immediato.

I benefici scientifici: una risposta al sovraffollamento e al disagio psichico

I benefici della pratica yogica all'interno dei contesti detentivi non sono solo racconti, ma ampiamente validati dalla comunità scientifica internazionale. La vita in cella porta spesso con sé gravi ripercussioni psicofisiche. Secondo i dati del Ministero della Salute, il 40% dei reclusi in Italia soffre di disturbi psichici, legati a problemi nevrotici, difficoltà di adattamento o dipendenze da sostanze. A questo si aggiunge la piaga del sovraffollamento, con oltre cinquantamila persone che affollano gli istituti italiani, e un tasso di recidiva che (secondo i dati ISTAT) sfiora il 68%. In questo scenario, lo yoga si configura come uno strumento terapeutico e strategico a basso costo ma ad altissimo rendimento per salute mentale e umore. Diversi studi evidenziano come sessioni prolungate di yoga in carcere migliorino significativamente la salute mentale dei detenuti, alleviando ansia e depressione, migliorando l’umore generale e portando, nel lungo periodo, a un calo della recidiva. Una serie pratica porta relazioni e autostima, certificato da uno studio della Washington State University che dimostra che la pratica aiuta i detenuti a costruire relazioni più sane con i compagni di cella, riducendo i comportamenti aggressivi e antisociali e aumentando l'autostima.

La testimonianza: «La reclusione non può significare esclusione dalla realtà»

«Il corpo è la cosa più reale e prossima che abbiamo», spiega Giorgia Reda, forte di un'esperienza solida come Yoga Therapist con oltre 800 ore di formazione alle spalle e importanti collaborazioni aziendali (come Havas Italia e Bain & Co.) e scolastiche. «La connessione con i nostri movimenti fisici e respiratori è il filo che ci permette di mantenere il contatto con la realtà e ci aiuta a vivere nel momento presente. Se il passato può rappresentare un peso asfissiante e il futuro generare ansia e preoccupazioni, le detenute sono tra le prime persone che hanno bisogno di ancorarsi al presente, affinché il proprio corpo possa rappresentare un luogo sicuro». Nelle parole di Giorgia Reda emerge la potenza dell'impatto umano dell'intervento: «Quando sono entrata la prima volta ho visto delle donne. Non so che reato abbiano commesso, ma ho visto nei loro occhi gli occhi di bambine. Ogni persona ha il diritto di essere sostenuta dalla collettività per avere una seconda opportunità. Nei loro sorrisi, nei loro 'Sto davvero bene', 'Mi sento calma', 'Torni, non ci lasci vero?', c'è la risposta più autentica al bene che lo yoga può fare».

L'appello alle istituzioni: serve continuità e sostegno economico

Nonostante lo straordinario valore sociale e rieducativo, l'intervento a Castrovillari è stato finora condotto su base totalmente volontaria. Affinché un percorso di questo tipo possa dare frutti stabili e misurabili su larga scala, la continuità e la frequenza delle sessioni diventano requisiti fondamentali. «Un progetto del genere deve poter contare su fondi a sostegno» conclude Giorgia Reda lanciando un appello alle istituzioni. «Spero che il Ministero della Giustizia e della Salute comprendano quanto sia strategico questo intervento e quanto sia lungimirante investire in attività che non solo migliorano la qualità della vita all'interno delle carceri, ma preparano concretamente le persone a un reinserimento sociale pacifico e consapevole».