Nel piccolo borgo arbereshe la frana del 2005 non ha fatto vittime, ma ha svuotato un paese. Gli abitanti furono trasferiti nella New Town, in case sicure ma senza memoria. Oggi restano una comunità sospesa e una lingua che si perde. Immagini di uno Stato che ti cancella per proteggerti
Tutti gli articoli di Attualità
PHOTO
Il lucchetto è arrugginito, ma tiene ancora. Oltre quella grata, il tempo ha smesso di scorrere alle 17:43 del 7 marzo 2005. Non è un fermo immagine romantico. È una ferita esposta, un corpo abbandonato in fretta su un tavolo operatorio mentre i medici scappavano via. A Cavallerizzo vecchia si sente ancora l’odore della pioggia che non si asciuga mai, quel sentore di tufo umido e di mobili che marciscono nel buio delle stanze sbarrate. Fuori, il fango ha smesso di spingere da quasi vent’anni, eppure il silenzio che avvolge i vicoli del paese arbëreshë urla più forte di una sirena di emergenza.
Quell'anno la montagna decise di scendere a valle. Lo fece con la flemma metodica di un milione di metri cubi di terra satura. Non ci fu sangue. Un miracolo laico, si disse. Tutti salvi, tutti fuori, tutti prigionieri di un altrove deciso a tavolino. La Protezione Civile arrivò con la forza d’urto di un esercito benevolo e una promessa che somigliava a un verdetto. Vi ricostruiremo tutto, meglio di prima, altrove. E così è stato. Piano San Giacomo, la “New Town” calabrese, è sorta poco distante, un plastico in scala 1:1 fatto di villette a schiera, strade larghe, marciapiedi ortogonali e quella pulizia asettica che mette i brividi a chi è cresciuto tra i contrafforti e le pietre irregolari di un paese fondato nel XV secolo dai profughi albanesi.
Il problema è che un certo concetto di “identità” non viaggia sui camion dei traslochi. Non la infili negli scatoloni insieme ai servizi di piatti.
La comunità di Cavallerizzo non è stata solo messa in sicurezza, ma è stata sterilizzata. In geologia la chiamano frana, in sociologia dovremmo chiamarlo topocidio. Hanno ucciso un luogo per salvare le persone, dimenticando spesso che le persone sono fatte della stessa sostanza delle case che abitano. Spostare un vecchio contadino dal suo vicolo, dove l’eco della lingua degli avi rimbalzava sui muri di pietra, per scaraventarlo in un salotto in cartongesso con vista sul garage, significa spegnere una luce. Una luce che non si riaccende col contratto della corrente elettrica.
Oggi, camminare nella “New Town” dà una sensazione di vertigine orizzontale. Tutto è troppo dritto. Tutto è troppo simile. La socialità millenaria degli Arbëreshë, fatta di gjitonia, quel vicinato che è quasi parentela, quella soglia di casa che funge da piazza, è stata frantumata dalla geometria del benessere ministeriale. Le case nuove sono sicure, certo. Chi ci abita adesso non può che essere contento rispetto a chi un casa dopo frane e terremoti non l’ha mai avuta. Sono antisismiche, coibentate, moderne. Ma sono mute. Non raccontano nulla se non l’efficienza burocratica di un’emergenza gestita come un’operazione chirurgica senza anestesia culturale. Nel vecchio paese, la vita accadeva per sovrapposizione, mentre qui accade per compartimenti stagni.
E poi c’è il paradosso della Zona Rossa. Un perimetro di filo spinato e ordinanze che ha tenuto lontani i proprietari dalle proprie case anche quando la terra si era fermata, anche quando i periti giuravano che metà dell’abitato era perfettamente recuperabile. È qui che il dramma si fa farsa, o forse tragedia politica. Per giustificare l’investimento milionario della nuova città, bisognava che la vecchia morisse per decreto. Non si poteva ammettere il dubbio. Il rischio doveva essere totale, assoluto, definitivo. Così, case integre sono state condannate all'incuria, lasciate in pasto ai rovi e ai ladri di ricordi, mentre i loro abitanti le guardavano col binocolo dalle finestre delle villette a schiera, come esuli in casa propria.
A Cavallerizzo la lingua albanese, la gljuha, sta sbiadendo. Non perché manchino i parlanti, ma perché manca il teatro dove recitarla. Le lingue muoiono quando cambiano i contesti. In una villetta recintata col cancello automatico, si parla la lingua della televisione o il dialetto del supermercato. Il dialetto degli antenati, quello che sa di resina e di vento di montagna, aveva bisogno dei portoni aperti, delle scale in comune, della sporcizia vitale delle strade strette. Senza quel palcoscenico, la tradizione diventa folklore da museo, un vestito buono da mettere una volta all’anno per la festa patronale, mentre il resto del tempo si consuma nell’anonimato di una periferia urbana trapiantata in mezzo ai monti della Calabria.
C'è un’immagine che perseguita chi visita questi luoghi. È una tazzina da caffè rimasta su un tavolo in una cucina della Zona Rossa, oppure una automobile rimasta incastrata nella voragine di una strada. Quella tazzina e quell’automobile sono li, sporche di polvere, incrostate dal tempo, ma sono lì. Accanto, un giornale del 2005. Quella tazzina è quella automobile sono il simbolo di una separazione mai elaborata. Gli abitanti di Cavallerizzo sono stati salvati dal fango, ma sono rimasti sepolti sotto la polvere di una modernità calata dall’alto che non ha saputo ascoltare il battito del cuore delle pietre. Si sono salvati i corpi, si è persa l’anima collettiva. Per carità loro non hanno colpe. Anzi.
Cosa resta, oggi, di quel esperimento? Una città nuova che sembra un dormitorio di lusso e uno scheletro antico che rifiuta di crollare del tutto, quasi per dispetto. La frana ha spostato la terra, ma è stata la mano dell’uomo a spostare il destino, recidendo radici che avevano resistito a secoli di stenti, terremoti e invasioni. Gli esperti di urbanistica la chiamano “ricostruzione di successo” per la rapidità dei tempi e la qualità edilizia. Gli antropologi la chiamano sconfitta. I residenti, quelli più anziani che ancora guardano verso la montagna col segno della croce, non la chiamano affatto. Si limitano a sospirare in una lingua che tra vent'anni non avrà più nessuno a cui rispondere.
Forse il vero rischio idrogeologico non è quello della montagna che scivola, ma quello di uno Stato che, nel tentativo di proteggerti, ti cancella. Ci hanno venduto la sicurezza al prezzo della memoria, e noi abbiamo firmato il contratto perché la paura è un pessimo consulente. Resta da chiedersi se un paese senza passato possa davvero avere un futuro, o se Piano San Giacomo rimarrà per sempre una bellissima scatola vuota, un monumento all'efficienza che ha dimenticato di essere umana. Il lucchetto sulla Zona Rossa, intanto, continua a arrugginire, testimone muto di una comunità che aspetta ancora di tornare a casa, sapendo benissimo che quella casa, ormai, esiste solo nei sogni dei vecchi.
*Documentarista Unical




