Il coordinatore del comitato “Giusto dire No!” di Catanzaro è intervenuto al dibattito nel Teatro comunale: «Non c’è dietro nessun errore giudiziario, il nostro è un processo molto garantista. Vi spiego perché». L’esempio di un caso di codice rosso
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Arresti facili e ingiuste detenzioni. È uno degli argomenti portati avanti dai sostenitori del Sì, ovvero da coloro che desiderano che la riforma costituzionale sulla magistratura passi. Si ritiene che se le carriere dei magistrati requirenti (i pubblici ministeri per intenderci) e dei magistrati giudicanti verranno separate diminuiranno gli arresti facili che poi si traducono in assoluzioni e in ingiuste detenzioni.
Nel corso della conferenza spettacolo dedicata alla Costituzione, organizzata dal comitato “Giusto dire No!” nel Teatro Comunale di Catanzaro, moderata dalla giornalista di LaC News24, Alessia Truzzolillo, è stata posta la domanda, sullo stato dell’arte delle ingiuste detenzioni, al giudice Piero Santese, presidente della Corte d’Assise d’appello di Catanzaro, coordinatore del comitato “Giusto dire No!” di Catanzaro e (soprattutto) presidente del collegio che si occupa di ingiuste detenzioni nel Distretto di Catanzaro.
Riforma e pm che diventano super poliziotti
«È un altro slogan dei fautori del Sì questo delle ingiuste detenzioni. Allora, innanzitutto va posta l'attenzione sul fatto che un pubblico ministero, sganciato dalla cultura della giurisdizione, è inevitabilmente un pubblico ministero che cambia pelle ed è più vicino a un investigatore, il cosiddetto super poliziotto, che al giudice. Quindi questo comporterebbe che la figura del pubblico ministero, con la riforma, potrebbe essere più attento alla fase cautelare rispetto al processo. Quindi già questo ci dovrebbe portare a rispondere che con la riforma la situazione peggiorerebbe».
Detto questo, il giudice Santese ha deciso di approfondire il tema.
«I cittadini – ha detto – devono sapere che quando si parla di ingiusta detenzione non c'è dietro nessun errore giudiziario. E questo appare strano – ammette il giudice –. Ebbene no, perché il legislatore quando ci parla di ingiusta detenzione, fa riferimento a una situazione oggettiva legata all'evolversi e allo svolgimento del processo».
La questione tecnica, spiega Santese, fa parte del nostro processo accusatorio nel quale vi è una regola fondamentale «che prevede che la prova si formi nel dibattimento, nel processo, e non si formi invece nella fase delle indagini, proprio perché il nostro è un processo molto garantista».
L’esempio di un caso di codice rosso
Piero Santese riporta un esempio pratico. «Parliamo di un caso molto frequente, quotidiano, di codice rosso: l’ipotesi di una donna che denuncia il marito, o il compagno, di maltrattamenti molto gravi, azioni comprensive anche di tentato omicidio. Azioni talmente gravi che richiedono la necessità di una misura cautelare. A questo punto il pubblico ministero porta vanti le indagini, sente la signora e sente i testimoni che spesso sono i figli, anche figli adolescenti, che confermano la versione della madre. Il pm, davanti a questo quadro allarmante che rischia di degenerare, ritiene che vi siano gli estremi per richiedere una misura cautelare. Il giudice per le indagini preliminari si trova davanti questo quadro: una persona offesa che denuncia fatti gravissimi e testimoni che li confermano».
Certo, il quadro nel corso del processo può cambiare, può arrivare a una diversa evoluzione. «Però difronte a questa esigenza di tutela della persona offesa, tendenzialmente il gip emetterà una misura cautelare. Ci troviamo così difronte a uno dei tanti arresti sbandierati dai fautori del Sì – dice Santese –. Arriviamo al processo. Ebbene, i cittadini devono sapere che spesso, in questi casi, la persona offesa ritratta».
Sono tante le ragioni della ritrattazione, spiega il magistrato: la volontà, per esempio, da parte della persona offesa di ricomporre il rapporto e la famiglia. Magari i figli, influenzati dall’atmosfera familiare, ritrattano anch’essi. «Come finisce il processo? Finisce con l’assoluzione – spiega il magistrato – perché c’è una norma del codice di procedura penale, l’articolo 500, che ci dice che in questi casi tutto quello che la persona offesa dice nel corso delle indagini preliminari non può essere utilizzato perché bisogna utilizzare solo ciò che esce nel corso del processo. Questo è un classico caso di ingiusta detenzione. Il soggetto che è stato arrestato può chiedere l’indennizzo per ingiusta detenzione. Questo rappresenta l’80 percento dei casi di ingiusta detenzione. Poi ci sono altri casi sporadici ma, tendenzialmente, quando si parla di ingiusta detenzione si parla di questo. Dov’è l’errore del giudice? Purtroppo i fautori del Sì, molte volte, lo devo dire chiaramente, la Camera penale utilizza molto questo argomento e sanno benissimo, invece, di cosa si tratta. Ci troviamo difronte a delle vere e proprie mistificazioni».




