L’ex primo cittadino del piccolo borgo arbëresh racconta una vita di battaglie civili e spiega perché il futuro della Calabria passa dalle aree interne: «Possono rinascere quando scelgono di non chiudersi al mondo»
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Giovanni Manoccio è una delle figure più originali e controcorrente del panorama civile, politico e culturale calabrese. Ex sindaco di Acquaformosa, ha trasformato un piccolo borgo arbëresh in un laboratorio di accoglienza, integrazione e rinascita delle aree interne. La sua storia, raccontata nel libro scritto con Francesco Donnici “Sono un arbëresh. Acquaformosa, terra di resistenza civile e incontro di popoli”, intreccia memoria, politica, diritti, migrazioni e amore per la propria comunità, offrendo una riflessione sul futuro della Calabria e dell’Italia. Nel libro ripercorre una vita di battaglie civili, dall’impegno sindacale alle lotte contro lo spopolamento, fino alla convinzione che il futuro delle aree interne passi dalla capacità di accogliere e costruire comunità. In questa intervista racconta la sua storia e lancia un messaggio alla politica e ai giovani.
Il titolo del suo libro, Sono un arbëresh, è anche una dichiarazione d’identità. Che cosa significa oggi essere arbëresh e quanto questa appartenenza ha segnato la sua vita pubblica e privata?
Resistenza nel custodire la lingua, i costumi e le tradizioni; resistenza dei paesi di montagna che lottano ogni giorno contro lo spopolamento e l’oblio; resistenza di chi parla una lingua diversa e, varcata la porta della scuola, si ritrova a parlare e a scrivere soltanto in italiano.
È una resistenza anche contro gli stereotipi, contro chi ti etichetta con disprezzo come “gheggio” o “cagnualo”. È proprio lì che nascono gli anticorpi che ti accompagneranno per tutta la vita: la consapevolezza delle tue radici, il rifiuto dell’omologazione e la capacità di non piegarti ai pregiudizi.
Queste esperienze hanno forgiato il mio carattere, sia nella vita sociale sia in quella politica. Per questo, spesso, mi hanno definito “l’uomo contro”. Io preferisco dire che sono contro le ingiustizie, contro il malaffare, contro le semplificazioni e contro ogni forma di sopraffazione. Essere “contro”, per me, non significa opporsi per principio, ma difendere con determinazione ciò che ritengo giusto.
Acquaformosa è diventata un simbolo dell’accoglienza in Italia. Quando ha capito che quella poteva essere la strada per salvare il paese dallo spopolamento?
Acquaformosa non ha seguito un percorso semplice e lineare.
Da sindaco mi sono posto fin dall’inizio il problema dello spopolamento e del progressivo abbandono delle aree interne da parte dello Stato. Nel 2008 riuscimmo a salvare la nostra scuola con un gesto simbolico ma straordinario: l’iscrizione dei nonni alla prima elementare. Quella battaglia fu vinta, ma bastò osservare i dati dell’anagrafe per capire che il problema era molto più profondo. Le statistiche erano impietose: ogni anno il paese perdeva circa quaranta abitanti tra decessi e partenze, mentre nascevano appena quattro o cinque bambini.
Fu allora che decisi di dedicare il mio secondo mandato da sindaco all’accoglienza. Non come scelta ideologica, ma come risposta concreta al rischio di vedere morire il nostro paese.
Gli ostacoli sono stati molti. Eppure ero convinto che la mia comunità avrebbe condiviso questa sfida e mi avrebbe aiutato a portarla avanti. Del resto, anche noi siamo stati migranti. Cinque secoli fa i nostri antenati arrivarono qui in fuga e trovarono accoglienza. Quella storia è rimasta impressa nel nostro DNA collettivo, nella memoria e nell’identità della nostra comunità.
Sentivo che avevamo il dovere morale di restituire ciò che un tempo avevamo ricevuto: offrire speranza, dignità e futuro ai disperati del nostro tempo. L’accoglienza non è stata soltanto un gesto di solidarietà verso chi arrivava, ma anche un modo per dare una nuova possibilità ad Acquaformosa e dimostrare che le aree interne possono rinascere quando scelgono di non chiudersi al mondo, ma di aprirsi ad esso.
Sul tema dell’immigrazione il dibattito politico è sempre più acceso. Lei continua a sostenere che i migranti rappresentano una risorsa. Perché?
Serve un cambio di approccio: chiudere la stagione della “sicurezza” e aprire quella della cittadinanza. Il mercato del lavoro chiede manodopera straniera in agricoltura, nei servizi, nella ristorazione e nell’assistenza. Il click day e le quote attuali producono invisibilità, irregolarità e alimentano burocrazia, caporalato e imprenditori rapaci.
Molte persone già presenti sono intrappolate dall’inefficienza amministrativa, non dall’illegalità come scelta. La priorità dovrebbe essere regolarizzare chi è già nel territorio, non annunciare nuovi massicci ingressi.
La politica insegue le pulsioni del momento; servirebbe coraggio vero, non slogan, specie davanti all’ascesa di posizioni razziste, come quelle rappresentate ieri da Salvini e oggi dal fenomeno Vannacci.
Nel libro viene denunciato l’abbandono delle aree interne. Chi ha le maggiori responsabilità e quali scelte servono per invertire la rotta?
L’abbandono delle aree interne è un fenomeno complesso, alimentato da diversi fattori interconnessi.
Innanzitutto, l’attuale classe politica locale si mostra incapace di affrontare efficacemente il problema dello spopolamento, con sindaci che spesso agiscono più come burocrati che come leader visionari. Questa mancanza di iniziativa porta a una stasi nella creazione di proposte utili per rivitalizzare i nostri paesi.
Inoltre, i continui tagli delle risorse nazionali hanno impoverito i servizi essenziali, in particolare la sanità territoriale, rendendo queste aree meno attrattive per i residenti. Le Province, che dovrebbero svolgere un ruolo di supporto, risultano inefficaci e non riescono nemmeno a garantire servizi di base come la manutenzione delle strade. Le Regioni, pur dedicandosi alla programmazione, sembrano dimenticare le urgenze delle comunità locali, aggravando ulteriormente la situazione.
In un contesto simile, l’attenzione si sposta verso eventi superficiali, come sagre e onorificenze, piuttosto che verso iniziative concrete per fermare la crisi. Questo porta molte famiglie a trasferirsi altrove, in cerca di opportunità di lavoro, lasciando dietro di sé sacrifici e investimenti fatti nelle case e nel futuro dei propri figli.
In definitiva, è necessario un cambio di paradigma nelle politiche locali e regionali per affrontare il problema dello spopolamento e garantire un futuro sostenibile alle aree interne.
Qual è la battaglia della sua vita di cui va più fiero e quale, invece, ritiene non sia stata compresa dalla politica nazionale?
Sono stato spesso definito un grande “provocatore” per le tante battaglie politiche e sociali che ho portato avanti. A partire dalla fantastica storia dei nonni che hanno difeso e salvato il diritto allo studio dei propri nipoti, fino alla scommessa dell’accoglienza, diventata nel tempo una vera cultura del diritto, della solidarietà e della sopravvivenza dei nostri piccoli paesi.
Queste sono state le mie battaglie identitarie, che racconto anche nei particolari nel libro: la fermezza dei nonni, la curiosità dei bambini, il sorriso dei ragazzi accolti nei nostri progetti, le mamme passate dalle torture della Libia alla tranquillità dei nostri paesi. Tutto questo mi rende forte e orgoglioso di ciò che ho costruito, da uomo, da politico e da sindaco.
Oggi sono presidente di un’associazione che conta 120 tra dipendenti e collaboratori, di cui 50 laureati, con una presenza femminile pari al 70%. Un’associazione che ha sperimentato concretamente l’economia sociale nei nostri territori e che, la settimana scorsa, ha chiuso il bilancio con 3,8 milioni di euro di entrate, risorse rimaste nei territori e a beneficio delle comunità locali.
Questa è stata la mia più grande opera: non solo da amministratore, ma da uomo visionario.
La battaglia che ho intrapreso contro la Lega, dichiarando il mio Comune “deleghistizzato”, è stata banalizzata dalla politica, che non mi è stata vicina nel momento in cui la Lega, Povia e Forza Nuova mi hanno selvaggiamente offeso.
Oggi nasce il fenomeno Vannacci, ma i sintomi erano già presenti allora. Forse si aveva paura di un sindaco di montagna che voleva combattere i poteri forti?
Che messaggio si sente di lasciare ai giovani calabresi costretti a partire?
Mia figlia Francesca è tornata con una valigia leggera e le dita ancora abituate alla viola dopo dieci anni di studi musicali in Belgio e due anni a Firenze come insegnante di musica. Nel suo passo ho riconosciuto il mio, quando da ragazzo salii su un treno per Milano, alla fine degli anni Settanta, con la testa piena di giustizia e la tasca vuota.
Mi aspettavano i corridoi degli ospedali, le assemblee infuocate, la possibilità di guidare la CGIL Sanità. Ma il richiamo della mia terra, odorante di sudore, di sconfitte testarde e di mani che si stringono, è stato più forte.
Qui ho visto donne scendere nella Piana di Sibari all’alba, caricate sui camion telonati dei caporali. Quelle immagini mi hanno spinto sui palchi della Calabria intera, a voce nuda, contro l’arroganza dei potenti.
Questa è una storia di rivolta civile, perché la Calabria è bella e crudele e va accompagnata come un bambino appena nato, con cura e con amore. E bisogna fare della tornanza un valore sentimentale.


