Il fango non ha un'etica. Scivola, travolge, riempie i polmoni. Quando il Raganello, otto anni fa, si è mangiato dieci persone in una calda domenica d’agosto, la montagna non stava protestando contro l’antropizzazione selvaggia né rivendicando una qualche ancestrale sovranità perduta. Stava solo facendo quello che fa la fisica elementare quando incontra la gravità e l’incoscienza. Eppure, ogni volta che si torna con la memoria a quel canyon profondo scavato nella roccia del Pollino, ci si ostina a cercare la metafisica dove c’è stata soltanto la solita, italianissima burocrazia dell'approssimazione.

Civita vive appesa a una rupestre geografia d’incanto, con i suoi comignoli parlanti e le pietre antiche che profumano di memoria arbëreshë. Un gioiello autentico. Ma i gioielli costano cari, e spesso il prezzo più alto lo paga chi ha la memoria corta. C’era un’allerta gialla, quel giorno. Un avviso formale, uno di quei bollettini regionali di routine che nelle cancellerie comunali e nei bar della piazza finiscono regolarmente inghiottiti dal rumore di fondo delle tazzine da caffè e dai discorsi entusiasmanti sul boom del turismo d’assalto. Un’allerta gialla, si disse poi per scolpare le coscienze. Come se il colore neutro di un foglio di carta potesse mitigare la furia cieca di tre metri d’acqua torbida e detriti che scendono a valle con la velocità di un treno merci in corsa.

L’inganno mortale nasce proprio lì. Nella convinzione sotterranea, e oramai culturalmente radicata, che la natura sia una semplice scenografia a pagamento. Un parco giochi all'aperto ad accesso libero dove la firma rapida su una liberatoria o la presenza di un caschetto di plastica in testa bastino a disinnescare l'imprevedibile. Migliaia di piedi avevano calpestato quel letto di fiume nei mesi precedenti. Turisti della domenica, escursionisti amatoriali, guide improvvisate o professionisti traditi dalla troppa familiarità con il pericolo. L’abitudine è un sonnifero potente. Cancella l'istinto di conservazione, fonde la vertigine con la routine quotidiana.

Poi la montagna ha tossito. In alto, dove il cielo si oscurava senza che nessuno da giù ci facesse caso, la pioggia torrenziale ha gonfiato una diga naturale fatta di tronchi marci, di massi e terreno instabile. Una bomba idraulica a orologeria, innescata dall'incuria e dal caso. Quando la paratia d'impatto ha ceduto di schianto, giù nella gola si rideva ancora per un tuffo o per una foto. Un minuto dopo, le pareti vertiginose di roccia stretta hanno trasformato il canyon in uno spietato frullatore di calcare, melma e ossa. Nessuna via di fuga. Nessun riparo possibile. Solo il rimbombo sordo di una piena improvvisa che inghiottiva le voci, le scarpe da trekking colorate e i telefoni stretti in mano per scattare l'ultimo ricordo di una gita estiva.

I numeri freddi dicono dieci morti. Dicono ventitré sopravvissuti, recuperati a forza tra le pareti di roccia con gli elicotteri e le calate del Soccorso Alpino, con la carne lacerata dalle pietre e gli occhi spalancati sull'assurdo. Tra loro c’era chi si è salvato per un metro di scarto, chi afferrando un ramo sporgente, chi perché qualcuno ha allungato un braccio un istante prima di sparire nel vuoto. Antonio De Rasis quel braccio lo ha allungato più volte. Faceva la guida, conosceva ogni singolo anfratto di quel torrente. È rimasto lì sotto anche lui, incastrato tra il senso del dovere e il fango, a dimostrazione amara che la generosità umana e la spietatezza della natura parlano due lingue spaventosamente incompatibili.

Nei giorni e negli anni successivi è andato in scena il repertorio classico della provincia e della giustizia italiana. Le fasce tricolori arrossate dai riflettori, le perizie tecniche contrastanti e una lunghissima battaglia in aula. Il quadro giudiziario ha trovato un primo punto fermo nel maggio di quest’anno, quando il Tribunale di Castrovillari ha pronunciato la sentenza di primo grado. Condannati per omicidio colposo plurimo e omissione d’atti d’ufficio il sindaco e una guida turistica, mentre sono stati assolti i sindaci degli altri Comuni limitrofi. Una sentenza che ha contestualmente disposto il dissequestro delle Gole dopo ben otto anni di blocco, ma che ha riaperto ferite mai rimarginate: da un lato il dolore inestinguibile delle famiglie, dall'altro l'amarezza di chi si sente l'unico capro espiatorio («un vaso di coccio tra vasi di ferro», ha lamentato il primo cittadino) per un fenomeno bollato dai consulenti della difesa come un imprevisto flash flood ad alta quota. Anni dopo, il silenzio che ha avvolto quelle gole ha conservato la forma evidente di un fallimento collettivo. Il paese ha perso a lungo il suo polmone economico e la comunità è rimasta come sospesa in una liturgia del dolore che rischia di sostituirsi alla ricerca reale della verità. Perché la verità, quella vera, spogliata da ogni fronzolo retorico o commozione di maniera, è che a uccidere non è stato soltanto il torrente in piena. È stata l'ipocrisia strutturale di un sistema che pretende di trasformare il rischio naturalistico in un business redditizio senza mai voler pagare il prezzo della manutenzione costante, dei controlli severi e del monitoraggio in tempo reale.

Si parla ora di installare sensori all'avanguardia, pluviometri di ultima generazione, radar meteo, accessi rigorosamente contingentati e sbarramenti elettronici. Tutte cose ottime per riempire le schede dei progetti di finanziamento pubblico. Ma la tecnologia più avanzata non potrà mai sostituire l'onestà intellettuale di ammettere i propri limiti. Se la tragedia del Raganello ci ha lasciato in eredità un insegnamento, non è quello di credere di poter dominare la montagna con un’applicazione per smartphone, ma che esistono luoghi sulla terra dove l’essere umano è soltanto un ospite provvisorio, precario e fragile.

Il Ponte del Diavolo guarda ancora giù da secoli. La pietra antica e scura resiste alle piene stagionali così come alle inchieste giudiziarie e ai fiumi di parole. Sotto l'arco, l’acqua scorre di nuovo limpida, silenziosa, quasi innocente. Ma chiunque si affacci oggi su quel precipizio sa bene che quella trasparenza è soltanto un’illusione idraulica. Il fondo del canyon conserva ancora tutto, e non ha nessuna intenzione di perdonare la nostra distrazione.

*Gianfranco Donadio, documentarista