Nato a Tortona, in provincia di Alessandria, ma residente a Reggio Calabria, il giovane convive fin dalla nascita con la distrofia muscolare. Nel 2002 pronuncia la sua testimonianza di fede (Shahada) abbracciando formalmente l'Islam: la chiave per la sua “libertà”
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Ci sono percorsi di vita che non seguono linee rette, ma curve strette e salite impervie. La storia di Pietro Crucitti è una di queste. Nato a Tortona, in provincia di Alessandria, ma residente a Reggio Calabria, Pietro convive fin dalla nascita con la distrofia muscolare. Una malattia genetica degenerativa che, a nove anni, lo ha costretto a rinunciare al cammino per proseguire la sua strada su una sedia a rotelle.
L'inquietudine e il "segno" del nonno
L’adolescenza di Pietro è stata un campo di battaglia. «Fino ai sedici anni ero inquieto, non avevo pace – racconta – . Non riuscivo a rassegnarmi alla mia condizione». Cresciuto in una famiglia cattolica, il giovane Pietro viveva un rapporto conflittuale con la fede materna, rispondendo ai tentativi di educazione religiosa con rabbia e rifiuto. Eppure, un segno era già stato tracciato anni prima. Pietro ricorda con commozione un aneddoto legato a suo nonno che, osservandolo da piccolo, disse a sua madre in dialetto: «Stu figghiu non è u toi, è du Signuri» (Questo figlio non è tuo, è del Signore). Quelle parole, che all'epoca offesero la madre, oggi risuonano in Pietro come una profezia silenziosa della misericordia divina che avrebbe trovato anni dopo.
L'incontro con il Corano
La svolta arriva quasi per caso, attraverso l'amicizia. Giuseppe Cotroneo, un amico cattolico praticante, nota il tormento di Pietro e la sua indifferenza verso lo spirito. Invece di insistere sulla propria via, gli suggerisce una lettura diversa: un saggio sui significati del Corano. «All'inizio lo lessi con superficialità – ammette Pietro – ma rimasi affascinato dalla sobrietà della cultura islamica». Quella lettura divenne costante, un richiamo sempre più forte che lo portò a conoscere Rashid, un credente di origine marocchina. Il 31 maggio del 2002, un venerdì di preghiera, Pietro ha pronunciato la sua testimonianza di fede (Shahada), abbracciando formalmente l'Islam.
Il "ritorno" e l'armonia familiare
Per Pietro, la conversione non è stata un tradimento delle proprie radici, ma un completamento. «Ritornare all'Islam non significa abiurare la propria tradizione, ma rinnovarla» spiega, sottolineando come la sottomissione a Dio sia il filo conduttore che unisce tutti i profeti. Anche il rapporto con la madre, dopo un'iniziale diffidenza, si è trasformato in un rispettoso equilibrio. La donna ha ritrovato pace ricordando un vecchio insegnamento filosofico del nonno sulla fratellanza tra le religioni, viste come tre anelli tra cui cercarne l'autenticità nel cuore. Oggi, Pietro vive la sua condizione con una serenità nuova, citando il Corano: «A me la mia religione e a voi la vostra». In quella sedia a rotelle che un tempo sembrava una prigione, ha trovato, grazie alla fede, la chiave per la sua libertà interiore.

