Ci sono luoghi in cui le parole perdono la loro comodità e tornano a pesare. Il carcere è uno di questi. È un luogo che la società guarda raramente e, quando lo fa, spesso cerca conferme ai propri giudizi, non domande. Eppure è proprio lì — tra cancelli, corridoi, reparti, camere detentive — che si misura la qualità morale di un Paese.

In carcere il potere è ovunque. Non solo quello “legittimo” dell’Istituzione — necessario, delicato, chiamato a garantire ordine e sicurezza, presidio costituzionale — ma anche quello distorto, che s’insinua come una nebbia: la prepotenza, l’intimidazione, il comando informale, la gerarchia clandestina. Il potere che non serve, ma si serve. Il potere che umilia, che compra, che costringe. Il potere che si traveste da “protezione” e diventa controllo. E quando questo accade, il carcere smette di essere un luogo di pena costituzionalmente prevista e orientata al recupero e diventa il teatro di una seconda condanna: quella inflitta dai più forti ai più soli.

È qui che si comprende, senza retorica, cosa significhi parlare di antimafia penitenziaria. Non uno slogan, ma una responsabilità. Significa impedire che le logiche mafiose — obbedienza cieca, reputazione costruita sulla paura, debito eterno, appartenenza come catena — continuino a governare anche dove lo Stato dovrebbe essere, senza ambiguità, l’unico custode della legalità. Significa proteggere chi vuole sottrarsi, chi desidera cambiare, chi prova a rompere con il passato e per questo diventa bersaglio. Significa non lasciare che la pena venga “colonizzata” da un potere parallelo.

Ma c’è un punto che va detto con chiarezza: l’antimafia in carcere non è meramente repressione. È anche cura. È anche cultura. È anche coscienza. Perché la mafia in carcere esiste e ha molte facce: non è solo un’organizzazione, è un modo di pensare, una pedagogia del dominio, una liturgia dell’orgoglio. E allora la prima battaglia — quella più difficile — si combatte nel cuore dell’uomo, dove nasce la scelta tra continuare a essere ingranaggio del male o ricominciare, finalmente, a essere uomo.

La Calabria dovrebbe fare memoria di una visita “silenziosa e potentissima”. Nei primi giorni di dicembre del 2005, alla Casa circondariale di Vibo Valentia, accadde qualcosa che ancora oggi viene ricordato come un passaggio di luce. Fortunata Evolo, “Mamma Natuzza”, entrò in carcere per incontrare i detenuti: secondo le ricostruzioni, la visita avvenne il 3 dicembre 2005, durò dalle 8:30 alle 15:30, e fu caratterizzata da incontri personali, uno ad uno, in un clima quasi natalizio.

Non portò discorsi “contro” qualcuno. Portò qualcosa di più disarmante: la logica cristiana della misericordia, che non nega la responsabilità ma apre una porta. Consegnò anche una lettera: parole semplici, senza ricami, e proprio per questo capaci di entrare dove spesso non entrano né sermoni né proclami. In quella lettera, che io conservo e che mi fu consegnata — in un momento di scoramento, all’indomani della morte del compianto Maurizio D’Ettore — da padre Michele, c’era un invito netto: uscire dalle tenebre, cercare la luce, non cedere alla tentazione quando si torna alla vita di prima. E soprattutto c’era una frase che, detta dentro un carcere, cambia peso specifico: non la promessa di un facile assolto, ma la possibilità di una verità che libera. “Non vivete nelle tenebre, cercate di vivere nella Luce.”

Non servono molte parole per capire l’urto di questa frase quando la ascolta chi ha vissuto anni dentro una cultura dove “luce” e “tenebra” non sono metafore, ma scelte quotidiane: omertà o parola, vendetta o riconciliazione, dominio o servizio.

Ecco perché, se vogliamo cambiare la società fuori, dobbiamo partire anche da dentro le mura, lì dove il pentimento non è infamia, ma — certamente — la rivoluzione più temuta. Oggi, quando parliamo di carcere, rischiamo due errori speculari: o il carcere come discarica dove buttare via le persone, o il carcere come luogo neutralizzato dove tutto è “comprensibile” e nulla è più chiamato per nome.

La tradizione cristiana, invece, è più esigente di entrambe. Non banalizza il male — perché il male ferisce davvero, uccide davvero, lascia vedove e orfani, semina paura e impoverimento — ma non riduce mai una persona al suo errore. Chiede giustizia e chiede conversione. E la conversione, quando è autentica, è la forma più radicale di antimafia: perché spezza la catena dell’appartenenza, disinnesca l’idolatria del “rispetto”, rompe il culto dell’invincibilità.

Pentirsi non è un gesto teatrale. È riconoscere il male fatto senza alibi. È restituire, per quanto possibile, ciò che si è tolto. È interrompere le complicità. È scegliere la verità anche quando costa. È smettere di trasmettere ai figli l’eredità del veleno. È diventare, finalmente, un uomo libero — anche se si è dietro le sbarre.

Ecco perché l’antimafia penitenziaria non può limitarsi ai protocolli (necessari), ai controlli (indispensabili), alle misure di sicurezza (doverose). Deve diventare anche un lavoro di ricostruzione della persona: scuola, lavoro vero, percorsi terapeutici, spiritualità proposta senza imposizione, sostegno psicologico, mediazione, legami familiari curati, tutela dei più vulnerabili. Perché dove non cresce l’umano, cresce il clan.

È un appello che riguarda tutti, perché dalla privazione della libertà nessuno è indenne. Il carcere non può non interessare a nessuno — finché non bussa alla porta di casa nostra. Ma la verità è più scomoda: il carcere ci riguarda già. Ci riguarda perché dentro ci sono persone, esseri umani. Ci riguarda perché lo Stato si misura anche così, nella coerenza. Ci riguarda perché la mafia prospera dove lo sguardo si distrae. Ci riguarda perché il potere, se non è vigilato, si deforma: fuori e dentro.

E allora quell’immagine di dicembre — una donna anziana, fragile, che entra tra le sbarre e consegna un messaggio di luce — non è un ricordo devoto da archiviare. È una domanda consegnata alla coscienza collettiva: vogliamo un carcere che riproduce il male o un carcere che lo disarma? Vogliamo una pena che umilia o una pena che responsabilizza? Vogliamo una società che punisce e basta o una società che sa anche guarire?

A chi è detenuto, e porta dentro colpe e ferite, l’invito resta netto: non fate pace con le tenebre. Non chiamate “destino” ciò che è scelta. Non scambiate la paura per rispetto. Non credete alla menzogna che dice “non puoi cambiare”. Il cambiamento è possibile, ma chiede verità.

E a noi, fuori, l’invito è altrettanto netto: non cercate vendetta, cercate giustizia. E non accontentatevi del silenzio. Perché il carcere è una frontiera. E ogni frontiera, se viene abbandonata, diventa terra di conquista per i poteri distorti. In fondo, la lezione più potente di quella visita è questa: la speranza non è buonismo. È coraggio. È responsabilità. È antimafia vera.

Da Garante regionale e Coordinatrice nazionale del Forum dei Garanti regionali, rinnovo un impegno semplice e non negoziabile: spezzare ogni potere distorto dietro le sbarre, affermare lo Stato dei diritti fino all’ultimo corridoio, e chiedere a ciascuno — istituzioni, comunità, detenuti — il coraggio della verità e del pentimento; fare ciò che va fatto per dovere prima ancora che per ruolo, perché senza giustizia e conversione non c’è sicurezza, e senza dignità non c’è futuro.

Riprendo, infine, alcuni passaggi della Presidente della Corte d’Appello di Catanzaro in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario — che ringrazio pubblicamente per aver dedicato al tema del carcere un intervento importante — auspico che molte istituzioni della nostra amata terra comprendano con serietà che dal carcere nessuno è davvero indenne: né chi vi è ristretto, né chi vi lavora, né i territori. Ciò di cui scegliamo di non occuparci dentro torna sempre fuori, come ferita sociale e come fallimento istituzionale. Occorre dedicare le giuste risorse se vogliamo davvero offrire risposte credibili di legalità, trasparenza ed efficienza amministrativa.

*Garante regionale della Calabria e Coordinatore Nazionale dei Garanti regionali