L’area resta allagata. Da un lato, Parco del Cavallo è pronto alla riapertura, mentre l’altro sito combatte ancora con l'acqua e l'incuria della strada
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Non accenna a placarsi la polemica sullo stato di conservazione del sito archeologico di Casa Bianca, parte integrante del Parco Archeologico di Sibari. Al centro della bufera, una durissima denuncia del consigliere di minoranza del comune di Cassano All’Ionio Davide Papasso, che attraverso i social e gli organi di stampa ha riacceso i riflettori su una ferita aperta circa l’allagamento che da giorni tiene in scacco una delle aree più preziose del patrimonio magno-greco locale, interessandone anche gli organi romani.
Nelle ultime ore si è assistito a un singolare corto circuito comunicativo. Da una parte, il direttore del Parco, Filippo Demma, ha rassicurato la cittadinanza dichiarando che un’area è stata riportata all’asciutto, annunciandone l'imminente riapertura al pubblico, presumibilmente il prossimo 25 aprile.
Dall'altra, il consigliere Papasso continua a documentare una situazione territorialmente e diametralmente opposta, parlando di incuria e danni incalcolabili. Stamattina, senza riporti, abbiamo deciso di verificare di persona lo stato dei luoghi. La verità, come spesso accade, sta nei dettagli geografici e di denominazione di un sito vasto e complesso. Praticamente, senza indugi, le aeree a cui le due note si riferiscono, sebbene figlie di una stessa madre, sono distinte e separate.
Arrivando sul posto, lasciando la statale 106, la prima nota dolente è la strada d'accesso. Definirla tale è un eufemismo, lo stato di manutenzione precario che accoglie i visitatori introduce benissimo nella storia. Probabilmente lasciata “in abbandono” forse per iniziare il visitatore a immergersi nel contesto della visita. All’entrata, una postazione “amorosa” (e ci fermiamo qui) non proprio un biglietto di visita di classe. Superato il “controllo”, ci accorgiamo subito che siamo di fronte a due facce della stessa medaglia.
Effettivamente, la porzione dell'area archeologica situata sulla sinistra all'ingresso della via risulta agibile, in fase di pulitura con operai al lavoro. È a questo settore che, con ogni probabilità, si riferisce il direttore Demma nelle sue note rassicuranti. Area indicata come “Parco del Cavallo”, nelle disponibilità dei turisti per goderne le bellezze, e conurbato geograficamente con la parte che ospita, sul lato opposto, attraversando la Statale 106, la zona degli edifici per l’accoglienza e degli uffici. Basta però proseguire di pochi metri lungo la "sgarrupata" via per trovarsi di fronte a uno scenario differente, quello dell’area archeologica chiamata “Casa Bianca” che di solito non rientra in un percorso di visita ma sui cui lati non troviamo nessuna indicazione di divieto all’accesso, se e quando possibile. Sul lato destro direzione mare, l’acqua domina ancora il prezioso sito.
Qui il fango e i ristagni coprono le strutture millenarie, offrendo un’immagine di fragilità estrema. Al momento del nostro sopralluogo, il silenzio dell'area archeologica è rotto dal rumore ritmico di due pompe idrovore a conduzione elettrica. Soluzione d’emergenza in attesa che arrivi il nuovo impianto wellpoint (sistema di drenaggio ndr). La fornitura del nuovo presidio, legata all'industria pesante, per come nelle dichiarazioni di Filippo Demma, è in ritardo a causa del contesto bellico internazionale. Quello preesistente, completamente distrutto dall’alluvione di febbraio, ha causato nuovamente l’allagamento del sito archeologico dovuto alla risalita del liquido dalle falde acquifere sottostanti (la piana di Sibari è al di sotto del livello del mare). Tocca constatare che, in sintesi lapidaria, l’acqua c’è.
Se da un lato l'intervento tecnico (definitivo?) è in evoluzione, resta il nodo politico e gestionale. La domanda che i cittadini e i turisti si pongono è semplice: per quanto ancora il patrimonio di Sibari dovrà dipendere da interventi d'urgenza e pompe idrovore? La sfida per il Comune e per la Direzione del Parco non è solo asciugare l'acqua di oggi, ma garantire che la storia di Sibari, che non è di esclusivo interesse cassanese, non affondi nel fango domani.



