Sul Ponte sullo Stretto si continua a porre la domanda sbagliata.
Sì o no?
Favorevoli o contrari?
Modernisti o passatisti?
Come se il futuro della Calabria dipendesse dalla risposta ad un referendum ideologico su un'unica grande opera.
La domanda seria è un'altra: che numero ha il Ponte nell'agenda delle cose che servono alla Calabria?
Perché anche ammettendo che il Ponte sia utile, strategico e tecnicamente realizzabile, resta da dimostrare una cosa assai diversa: che debba venire prima di tutto il resto.
Ed è precisamente qui che il confronto politico diventa interessante.

Il centrodestra ha scelto il Ponte come propria grande bandiera meridionale. È una scelta politica legittima e dovrà difenderla, dimostrando che l'opera non è soltanto un collegamento tra due sponde ma il pezzo di una strategia infrastrutturale complessiva.
Il centrosinistra, invece, continua troppo spesso a commettere l'errore opposto: lasciare agli altri la scelta dell'agenda e limitarsi a contestarne il primo punto.
Così facendo, però, perde prima ancora di cominciare.
Perché il problema della Calabria non è decidere se essere contro il Ponte. È decidere che cosa viene prima del Ponte.
La differenza sembra linguistica. È politica.

Prima viene una rete ferroviaria capace di rendere realmente attraversabile la regione.
Prima viene l'alta velocità, quella vera, e non quella raccontata nelle conferenze stampa.
Prima viene una viabilità interna che impedisca a intere comunità di vivere a distanze temporali incompatibili con l'esercizio dei diritti.
Prima viene il collegamento di Gioia Tauro con le grandi reti logistiche nazionali ed europee, perché possedere uno dei maggiori porti del Mediterraneo senza sfruttarne integralmente la capacità retroportuale e ferroviaria significa avere una porta sul mondo e lasciare mezzo chiuso il corridoio che conduce al resto del Paese.
Prima vengono gli aeroporti e la loro integrazione con ferrovia e trasporto pubblico.
Prima viene la sicurezza di un territorio fragile, nel quale dissesto idrogeologico, terremoti, erosione delle coste e abbandono delle aree interne costituiscono infrastrutture negative che producono ogni giorno costi economici e sociali.
Ma soprattutto, prima delle opere vengono le persone.

Una regione dalla quale i giovani continuano ad andare via non può misurare il proprio sviluppo soltanto in chilometri di cemento, acciaio e asfalto.
Una madre costretta a portare il figlio a curarsi fuori regione non riceve alcun beneficio immediato dal sapere che un giorno attraverserà lo Stretto più velocemente.
Un anziano che vive in un paese interno e impiega ore per raggiungere un ospedale non considera infrastruttura soltanto un'autostrada: per lui sono infrastrutture un'ambulanza, un autobus, una Casa della comunità funzionante, una strada percorribile, una rete digitale che consenta davvero la telemedicina.
Un ragazzo che si laurea in Calabria e parte perché non trova un lavoro adeguato non chiede soltanto di raggiungere prima la Sicilia. Chiede di poter scegliere se restare.
È questa la grande questione che il dibattito sul Ponte rischia di nascondere.

Un ponte tra che cosa?

C'è poi una domanda persino più elementare: Che cosa collegherà il Ponte?
Se alle sue estremità rimarranno due sistemi ferroviari inadeguati, collegamenti interni insufficienti, servizi pubblici più deboli della media nazionale e territori economicamente fragili, avremo costruito un'infrastruttura straordinaria per collegare più velocemente due ordinarie debolezze.
Un Ponte non crea automaticamente ciò che manca sulle due sponde.
Anzi, proprio perché un'opera di quelle dimensioni assorbe inevitabilmente attenzione politica, amministrativa e finanziaria, dovrebbe essere accompagnata dalla dimostrazione che tutto ciò che deve alimentarla e riceverne i benefici venga realizzato contemporaneamente.
Altrimenti il rischio è il paradosso infrastrutturale: attraversare lo Stretto in pochi minuti e impiegare ore per attraversare la Calabria.
Non sarebbe sviluppo. Sarebbe una contraddizione costruita in acciaio.

Gioia Tauro viene prima del racconto

La Calabria possiede già una grande infrastruttura strategica. Non deve immaginarla, progettarla o disegnarla nei rendering.
Esiste.
È Gioia Tauro.
Ed è qui che la discussione dovrebbe diventare geopolitica.
La Calabria si trova nel cuore del Mediterraneo, lungo le rotte che collegano Suez, l'Europa, l'Atlantico e il Nord Africa. La sua posizione geografica potrebbe trasformarla da periferia italiana in piattaforma logistica europea.
Ma una posizione geografica diventa potenza economica soltanto quando esistono le infrastrutture capaci di utilizzarla.
Porto, retroporto, ferrovia, intermodalità, aree produttive, energia, digitale, formazione, università, ricerca e pubblica amministrazione devono appartenere alla stessa strategia.
È questa la vera domanda da porre al Governo: il Ponte serve a questa strategia oppure la sostituisce mediaticamente?
Se serve ad essa, lo si dimostri.
Se diventa invece l'opera che consente di dire che finalmente si sta facendo qualcosa per il Mezzogiorno, allora la Calabria dovrebbe essere la prima a ribellarsi.
Perché non ha bisogno di un simbolo al posto dello sviluppo.

Il problema non è quanto costa

Persino la discussione sul costo rischia di essere insufficiente.
Una grande opera non è sbagliata perché costa molto. Le infrastrutture strategiche costano, e un Paese che rinunciasse agli investimenti soltanto perché onerosi condannerebbe se stesso all'immobilità.
La questione è il costo-opportunità.
Ogni euro pubblico impegnato rappresenta una scelta fra impieghi alternativi. Ogni priorità politica occupa spazio nell'agenda del Governo, nella programmazione, nelle strutture amministrative, nella capacità progettuale e nella disponibilità finanziaria.
Per questo non basta affermare che le risorse destinate al Ponte non potrebbero essere automaticamente trasferite alla sanità, alle ferrovie o alle strade.
È formalmente vero e politicamente insufficiente.
La programmazione pubblica consiste precisamente nello stabilire prima quali bisogni debbano essere soddisfatti e attraverso quali strumenti finanziari.
E qui entra in gioco la Costituzione.
L'articolo 3 impone alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano l'uguaglianza sostanziale.
L'articolo 16 tutela la libertà di circolazione.
L'articolo 32 garantisce il diritto fondamentale alla salute.
L'articolo 34 rende effettivo il diritto allo studio.
L'articolo 119 pretende che le risorse consentano agli enti territoriali di finanziare integralmente le funzioni pubbliche loro attribuite e contempla interventi speciali destinati anche a promuovere sviluppo economico, coesione e solidarietà sociale e a rimuovere gli squilibri economici e sociali.
Dunque anche le infrastrutture appartengono alla costruzione dell'uguaglianza.
Ma proprio per questo occorre scegliere quelle che, per prime, riducono la distanza fra i cittadini.

La sinistra dovrebbe smettere di dire soltanto no

È qui che il centrosinistra ha una grande occasione politica, se saprà coglierla.
Non dovrebbe presentarsi ai calabresi dicendo semplicemente: “Noi siamo contro il Ponte”.
Dovrebbe dire:
“Questa è la nostra agenda della Calabria. Il Ponte mettetelo al posto che gli compete.”
E mostrare quella graduatoria.
Sanità e diritti sociali.
Ferrovie e mobilità regionale.
Gioia Tauro e sistema logistico.
Lavoro e politiche industriali.
Università, ricerca e innovazione.
Aree interne e spopolamento.
Tutela del territorio.
Acqua.
Energia.
Digitalizzazione.
Capacità amministrativa.
Collegamenti nazionali ed europei.
E poi il Ponte, nel punto che una valutazione seria della sua utilità economica, sociale e strategica gli assegnerà.
Potrebbe essere quinto, decimo o ventesimo. Potrebbe persino risultare indispensabile dentro un sistema infrastrutturale finalmente completo.
Ma deve essere il sistema a stabilire il posto del Ponte, non il Ponte a determinare l'intero sistema.
Questa sarebbe una discussione adulta.

Non dobbiamo attraversare la Calabria. Dobbiamo farla restare.

C'è infine una questione che nessuna analisi costi-benefici riesce interamente a misurare.
La Calabria perde popolazione, giovani, competenze, intelligenze.
È questo il suo più grave problema infrastrutturale.
Ogni ragazzo formato con risorse pubbliche che va a produrre reddito, innovazione e figli altrove rappresenta un trasferimento silenzioso di ricchezza dal Sud verso territori già più forti.
Per questo la più importante infrastruttura calabrese non è necessariamente quella che consente di partire più velocemente.
È quella che rende possibile restare liberamente.
Un buon ospedale è un'infrastruttura.
Una scuola efficiente è un'infrastruttura.
Un'università competitiva è un'infrastruttura.
Un treno puntuale è un'infrastruttura.
Una rete digitale è un'infrastruttura.
Un'amministrazione pubblica competente è un'infrastruttura.
Un'impresa che trova lavoratori qualificati e servizi efficienti è un'infrastruttura dello sviluppo.
E naturalmente lo è anche un Ponte, se completa tutto questo.
Ma non può sostituirlo.

Perciò alle prossime campagne elettorali calabresi sarebbe utile smettere di domandare ai candidati soltanto se siano favorevoli o contrari al Ponte sullo Stretto.
La domanda da rivolgere ai candidati delle imminenti elezioni suppletive di Reggio Calabria dovrebbe essere un'altra: “Scrivete le prime venti cose che fareste per la Calabria e diteci a quale numero mettete il Ponte.”
A quel punto avremmo finalmente davanti non una tifoseria, ma una politica.
E forse scopriremmo anche qualcosa di sorprendente.
Che il vero problema della Calabria non è costruire un ponte per attraversare lo Stretto.
È costruire una Regione nella quale valga la pena arrivare, investire e soprattutto restare.