Dalla lirica alla divulgazione, l’erosione degli spazi culturali della Rai solleva interrogativi sul ruolo educativo e civile della televisione di Stato
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Lo spegnimento di un canale tematico, fondamentale per il servizio pubblico, come Rai Scuola, non rappresenta soltanto un fisiologico riassestamento dei palinsesti, né può essere derubricato a una fredda operazione di razionalizzazione della spesa pubblico-televisiva. È, al contrario, il sintomo visibile, oltre che allarmante, di una mutazione genetica ben più profonda che sta corrodendo dall'interno le fondamenta del Servizio Pubblico. È la spia lampeggiante di un’azienda che sembra aver smarrito del tutto la comprensione della propria natura fondativa, scambiando il proprio inestimabile ruolo costituzionale per una corsa affannosa all'ultimo punto di share.
Un’azienda privata e commerciale come Mediaset – o come i grandi giganti del broadcasting e dello streaming contemporaneo – fa benissimo a guardare al commerciale. È sacrosanto che persegua logiche puramente aziendali, che insegua spasmodicamente l’ascolto e che moduli i propri canali in funzione della redditività pubblicitaria. Non potrebbe essere altrimenti. È una logica spietata, tuttavia si tratta di una legittima legge del mercato libero, ed è del tutto coerente con il loro modello di business. Ma la Rai non è, e non deve mai essere, Mediaset. La Rai è il Servizio Pubblico radiotelevisivo. Parliamo di un’istituzione orgogliosamente finanziata dai cittadini attraverso un canone, la cui unica giustificazione e la cui assoluta dignità risiedono proprio nella garanzia di un’offerta differenziata, alta e totalmente slegata dalle pure tirannie dell'Auditel. Non è storicamente, culturalmente e politicamente accettabile che si sia trasformata, anno dopo anno, in una mera TV commerciale, un doppione impoverito che scimmiotta la concorrenza perdendo la propria identità.
Sia chiaro per non prestare il fianco a facili strumentalizzazioni: questo ragionamento non nasce da uno stantio snobismo intellettuale o da una condanna aprioristica e bacchettona della televisione di consumo. Chi scrive, infatti, è un grande estimatore dell'intrattenimento di qualità, del varietà classico, di quello spettacolare e, all'occorrenza, persino dei reality show. L'evasione, la leggerezza, il gioco e lo spettacolo puro sono componenti fondamentali della cultura di massa e hanno pieno, sacrosanto diritto di cittadinanza nella TV di Stato. L'intrattenimento è vita. Ma la Rai è questo e deve obbligatoriamente essere anche altro. Ha il dovere etico e civile di essere un presidio di alfabetizzazione permanente, una palestra di cittadinanza, un laboratorio culturale e la più formidabile cassa di risonanza per i saperi che il nostro Paese possieda.
Eppure, guardando all'evoluzione dei palinsesti, emerge una verità amara e ineluttabile: gradualmente, quasi in silenzio, ci hanno tolto la cultura. C'è stata un'erosione lenta ma inesorabile degli spazi dedicati all'arte, alla musica, al pensiero e al nostro patrimonio identitario. Pensiamo, per fare un esempio lampante di questa spoliazione, al mondo dell'opera. La lirica era, ed è tuttora, un presidio culturale inestimabile, da salvaguardare con le unghie e con i denti, il vero fiore all'occhiello dell'eccellenza italiana nel mondo.
Un tempo, la Rai era in prima linea in questa missione: produceva, trasmetteva, educava le masse all'ascolto. C'era un'epoca in cui la televisione di Stato onorava il proprio mandato ospitando appuntamenti storici come il Festival Verdi, una vera e propria fucina di talenti da cui sono emerse voci straordinarie, icone indiscusse come Katia Ricciarelli. Un altro esempio lampante era il Premio Mozart, sempre in onda, negli anni '70 in Rai.
Vi erano trasmissioni appositamente studiate per promuovere la bellezza maestosa della lirica, per avvicinare il grande pubblico alla complessità e alla magnificenza della musica colta.
Oggi, invece, ci hanno gradualmente deturpato di tutto ciò. Talvolta, la Rai, non produce più assolutamente nulla in quel senso, relegando la musica classica o l'opera a rari eventi di facciata, magari trasmessi a orari notturni impossibili, privando così intere generazioni del diritto alla bellezza e alla scoperta delle proprie radici artistiche. Oppure affidando la Prima della Scala a Milly Carlucci e Bruno Vespa. Oppure, ancora, affidando la conduzione di eventi pseudo-lirici a conduttori che di lirica, e più in generale di storia della musica, sanno ben poco... Per non dire: nulla!
Quando una televisione pubblica rinuncia così palesemente alla cultura, i risultati diventano evidenti anche nell'inevitabile allontanamento delle sue menti migliori. Impossibile, in questo senso, non pensare all'addio, dalla Rai, di Corrado Augias, un giornalista culturale preziosissimo, una delle figure più autorevoli della nostra divulgazione, che ormai qualche anno fa ha scelto di abbandonare Viale Mazzini. È stata una perdita dal peso simbolico ed esemplare. Quando un'azienda non riesce più a trattenere né a valorizzare maestri della narrazione civile, capaci di spiegare la storia, la letteratura e i grandi dilemmi dell'umanità con garbo, eleganza e profondità, significa che il baricentro dell'istituzione si è spostato irrimediabilmente verso il basso.
In questo desolante quadro di smobilitazione culturale, il destino di Rai Scuola assume il valore di una ferita aperta e sanguinante nel mondo della formazione. Pensiamo a quanti docenti, nel corso del tempo e in innumerevoli occasioni, avranno usato i contenuti di Rai Scuola a scopo didattico. Tantissimi insegnanti hanno trasformato le lezioni frontali portando in classe, attraverso gli schermi, documentari eccezionali, approfondimenti linguistici, certosine ricostruzioni storiche e focus scientifici curati con assoluto rigore metodologico. Rai Scuola è stata un’alleata silenziosa, capillare e preziosissima della scuola italiana. Uno strumento squisitamente democratico che ha permesso di integrare i programmi ministeriali con linguaggi audiovisivi moderni, rendendo il sapere accessibile a tutti gli studenti in modo egualitario, dalle grandi metropoli ai piccoli centri di provincia.
Rinunciare a un presidio formativo come Rai Scuola significa compiere un drammatico passo indietro sulla via dell'emancipazione culturale del Paese. Significa cancellare con un colpo di spugna l'idea stessa che il valore sociale di un canale televisivo non si possa mai misurare con il freddo regolo degli inserzionisti o delle agenzie pubblicitarie, ma unicamente con l'impatto a lungo termine sulla formazione intellettuale dei giovani e sulla tenuta democratica della comunità.
Se il Servizio Pubblico rinuncia a insegnare, ad approfondire, a tutelare le nostre radici musicali e letterarie, smette semplicemente e inesorabilmente di essere Pubblico. Diventa soltanto una televisione tra le tante, un contenitore vuoto che chiede il conto agli italiani tramite il canone, senza offrire, in cambio, quel supplemento d'anima, di visione e di sapere per cui era stata originariamente concepita. Salvare e rilanciare spazi come Rai Scuola, Rai Storia, Rai Education, così come tornare a produrre e valorizzare la nostra grande tradizione musicale e lirica, artistica, letteraria, non è un lusso riservato a pochi nostalgici, ma un dovere civile improrogabile. Perché un Paese che permette che gli venga tolta gradualmente la cultura, e che accetta di spegnere in silenzio i canali della conoscenza, si condanna da solo, e senza alcun appello, all'oscurità.

