Ha esplorato alcuni dei fondali più affascinanti del pianeta, immergendosi tra i relitti del Mare di Barents, le acque dell'Oceano Atlantico, le grotte sommerse dell'Europa orientale e le miniere allagate del Sudafrica. Eppure, tra tutti i luoghi che hanno segnato il suo percorso di esploratore, ce n'è uno che continua a richiamarlo più di ogni altro: la Calabria.

Per Andrea Murdock Alpini, ricercatore subacqueo insignito del Tridente d'Oro, lo Stretto di Messina, la Costa Viola e la Calabria Grecanica non rappresentano semplicemente un campo di ricerca. Sono un luogo dell'anima, dove la forza della natura, la storia custodita dai relitti e l'identità delle comunità marinare si fondono in un patrimonio unico da valorizzare e tutelare. Qui è tornato decine di volte, fino a considerare queste acque una seconda casa.

Si è immerso nei mari di tutto il mondo: cosa l’ha spinto a concentrare gran parte della sua attività d’esplorazione nei fondali della Calabria?

Sono approdato sulla Costa Viola quasi un decennio fa per immergermi sul relitto della Motonave Viminale.

Quella nave mi ha tanto ammaliato che da allora non ho mai smesso di tornare a salutarla. È un relitto magico, unico. 

Anfdrea Murdock Alpini entra in sala macchine del relitto. Foto di Marco Mori.

Inizialmente mi sono concentrato quasi unicamente su di lei. Poi ho iniziato a voler approfondire l’area dello Stretto di Messina con le sue correnti impetuose ma anche affascinanti. Secche di gorgonie bicolori, corallo nero e relitti storici popolano questi fondali. Negli ultimi anni invece ho iniziato a immergermi nella parte jonica e soprattutto nella Calabria Grecanica.

Quest’ultimo lembo di terra mi ha completamente rapito. Un luogo remoto e selvaggio, aspro e incantevole.

Andrea Murdock Alpini, immersione in Costa Viola (foto di Marco Mori)

Come nasce una una spedizione su un relitto o un sito sommerso? Quanto contano lo studio dei documenti d'archivio e le testimonianze locali rispetto all'intuito sul campo?

Una spedizione subacquea nasce anzitutto dallo stimolo della conoscenza.

Esplorare significa conoscersi attraverso ciò che si osserva. Ricercare per me assume la valenza di cercare due volte, ovvero andare in profondità delle cose. Ovviamente la parte di studio preliminare è fondamentale: libri, ricerche d’archivio, fonti storiche.

Parlare con le persone del luogo a volte suggerisce spunti interessanti, altre volte invece le informazioni conducono lontano dall’obiettivo, ma è proprio questo lo spirito della ricerca: cercare ancora, cercare meglio, aprirsi a nuovi stimoli culturali.

Infine, l’intuito sul campo è fondamentale. Questo è ciò che spinge un esploratore a dirigere lo sguardo verso dettagli minimi che poi si rivelano la chiave di volta della conoscenza.

Le correnti dello Stretto di Messina sono da sempre temute. Dal punto di vista della subacquea tecnica, quali sono le criticità principali che si affrontano immersi in queste acque?

Le correnti dello Stretto di Messina sono mitologiche, tuttavia credo che siano uno dei pochi casi in cui la realtà supera il mito.

Ho imparato negli anni a osservare ciascun punto di immersione, a capire il comportamento della corrente sul posto rispetto alla previsione della tabella delle Effemeridi. Amo stare in riva la mare e osservare il comportamento della Montante e della Scendente.

Ho imparato molto dai pescatori di Cannitello e di Palmi. Le loro facce scavate dal vento e dal sale, le loro mani raggrinzite, le loro labbra che mi sussurrano parole in dialetto stretto mi hanno permesso di capire il loro mare che, oggi posso dire di essere in piccola parte anche mio.

Sono arrivato da straniero, e forse ancora lo sono, ma la Costa Viola per me è diventata casa.

Stando nello Stretto ho capito che qui ci si immerge quando si può e non quando si vuole.

La natura qui ha ancora il controllo del tempo e plasma il luogo, questo per me è affascinante. Bisogna saper aspettare. Il tempo è dilatato nello Stretto: è la sua magia.

Andrea Murdock Alpini, gorgonie bi-colore in Costa Viola (foto di Marco Mori)

Da esploratore con uno sguardo internazionale, cosa manca ancora alla Calabria per affermarsi pienamente come meta di riferimento per il turismo subacqueo?

Partiamo da quello che c’è: luoghi unici sopra la superficie ma soprattutto inimitabili sotto.

Il mare della Calabria è un ecosistema davvero straordinario che va conosciuto, valorizzato e poi tutelato e conservato per essere trasmesso ai posteri.

Attualmente sono in atto progetti a grande scala per imbastire aree marine protette, un ottimo passo. Credo che servirebbero porti aperti tutto l’anno e non stagionalmente, questo favorirebbe il lavoro, poi bisognerebbe comunicare maggiormente a livello scolastico sia le bellezze marine sia le professioni del mare. Bisogna portare i ragazzi a vivere il mare come una risorsa.

Leggo notizie positive in tal senso, forse gli astri stanno incominciando ad allinearsi.

La Calabria può diventare davvero un’eccellenza, devo solo volerlo e deve crederci sino in fondo, fino ai confini del mare.

C'è un'area specifica della regione che non ha ancora esplorato e su cui sta puntando per i prossimi progetti?

Ci sono molti luoghi della Calabria che vorrei approfondire, tuttavia sento di dover andare sempre più in profondità dei luoghi a cui mi sono legato negli anni: Palmi, Scilla, Torre Cavallo, Cannitello e la Calabria Grecanica.

Quando mi immergo qui mi sento fortunato. Sono al cospetto della bellezza sottomarina, non riesco a staccarmene. È paradossale. Vivo e mi immergo in molti luoghi del mondo tutti gli anni, eppure ho sempre la necessità di tornare nello Stretto.

Quando sono via, mi mancano le sue correnti, la sua luce, il suo mistero.

Andrea Murdock Alpini nello Stretto di Messina (foto di Marco Mori)

Mi piacerebbe portare la cultura del mare sul territorio, raccontarla e far innamorare le nuove leve dei questo mare straordinario che hanno davanti agli occhi.

Il documentario “Panarea: achōristìa”

E un nuovo documentario diretto da Andrea Murdock Alpini per conto di PHY Equipment, è già pronto. Un’equipe di esperti subacquei tecnici è partita due settimana fa da Palmi, ed è rientrata nei giorni scorsi dopo aver lavorato sui fondali dell’isola di Panarea. L’equipe ha documentato i fondali, immergendosi tra nuovi siti subacquei mai esplorati prima e siti noti raccontati da prospettive inedite. Finalità delle immersioni è stata documentare l’azione vulcanica sottomarina dell’isola eoliana. 

Il progetto è nato nel corso degli ultimi mesi con la partnership dell’Ingv, l’Istituto nazionale di vulcanologia e geofisica che da anni monitora il sito e studia l’impatto dell’attività vulcanica sull’ambiente.

Il termine greco «αχωριστία» (achōristìa, indivisibile) è il tema narrativo del documentario che è stato girato sopra e sotto la superficie dell’isola eoliana. 

Le riprese hanno documentato il lavoro dei ricercatori, sul campo presenti in una formazione di esperti del mare: Marco Anzidei, Gianluca Lazzaro, Manfredi Longo, Sergio Scirè Scappuzzo.

Il team subacqueo di PHY Equipment è composto invece dall’esploratore Andrea Murdock Alpini, capo spedizione, Francesco Macchairella operatore cine-foto subacqueo oltre che dal subacqueo tecnico Enrico Franchi. Infine, cruciale per la sicurezza è stata la presenza della dottoressa e medico iperbolico Anja Valic.

Moltissimi i siti esplorati, tante le ore passate a scandagliare i fondali dove trovano conferme i dati scientifici dell’Ingv.

La proiezione del documentario avverrà in anteprima il prossimo inverno a Roma con il titolo: “Panarea: achōristìa”.