Dalla riflessione di Antonio Spadaro alle prescrizioni del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici: gli approfondimenti richiesti per il Ponte possono diventare un investimento permanente nella conoscenza dello Stretto con ricadute sulla prevenzione sismica e sulla sicurezza dei cittadini
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«Un luogo è morto quando non genera più immaginazione. La memoria non basta». È una riflessione di Antonio Spadaro, già direttore de La Civiltà Cattolica, maturata parlando dello Stretto di Messina durante la presentazione, al Festival della Paesologia di Aliano, del suo libro La Sicilia è un sentimento. Viaggio al limite dello Stretto. Una frase nata sul terreno della cultura, della memoria e dell’identità dei luoghi, ma capace di offrire uno spunto particolarmente fecondo anche alle Scienze della Terra: perché conoscere un territorio significa non soltanto custodirne il passato, ma continuare a interrogarne la struttura, l’evoluzione e i rischi per comprenderlo meglio e renderlo più sicuro.
Spadaro guarda allo Stretto come a un luogo vivo, non come a un semplice spazio vuoto tra Calabria e Sicilia: un luogo fatto di correnti, venti, storia, culture e di due rive che si osservano e si definiscono anche attraverso la loro distanza. Da qui nasce una domanda che viene prima di ogni giudizio sull’opera: che cosa è realmente questo luogo?
Lo sguardo del geologo aggiunge a questa percezione un’altra dimensione: quella del tempo. Lo Stretto che osserviamo oggi non è un paesaggio immobile, ma il risultato provvisorio di una lunga successione di trasformazioni. Durante l’ultimo massimo glaciale, circa 20–22 mila anni fa, il livello medio globale del mare era circa 120 metri più basso dell’attuale e la configurazione delle coste della Calabria meridionale e della Sicilia nordorientale era profondamente diversa. Nell’area dello Stretto, le variazioni del livello marino e i movimenti verticali della crosta hanno modificato ripetutamente, nel tempo, i rapporti tra terra e mare.
Nei terrazzi marini, nei fondali, nelle successioni sedimentarie e nelle strutture tettoniche il geologo legge le tracce di queste trasformazioni e comprende che il paesaggio presente è soltanto un fotogramma di una storia molto più lunga, tuttora in evoluzione. Conoscere questa storia significa non soltanto comprendere meglio che cosa sia realmente lo Stretto, ma anche riconoscere i processi naturali che continuano a modellarlo e valutarne con maggiore consapevolezza la pericolosità.
Ma la trasformazione dello Stretto non riguarda soltanto le variazioni del livello del mare e le forme del paesaggio. Sotto la geografia che osserviamo si sviluppa una struttura ancora più complessa, che prosegue nel sottosuolo e nei fondali marini: sistemi di faglia, successioni sedimentarie, deformazioni crostali e processi geodinamici profondi. Conoscerli meglio non riguarda soltanto il Ponte, ma anzitutto le comunità delle due sponde e la comprensione di uno dei settori geodinamicamente più complessi e sismicamente rilevanti del Mediterraneo centrale.
È in questa prospettiva che acquistano particolare importanza le osservazioni e le prescrizioni formulate dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici nel parere tecnico del 6 agosto 2026. Il parere ha consentito la prosecuzione dell’iter progettuale ed è accompagnato da approfondimenti che la stessa società Stretto di Messina ha dichiarato di dover esaminare con tecnici e progettisti nella fase esecutiva. Poiché il testo integrale del parere non risulta, al momento, pubblicato in forma completa sul portale istituzionale, è opportuno mantenere una distinzione rigorosa tra il dato ufficialmente acquisito — l’esistenza del parere e delle relative osservazioni — e il dettaglio delle singole prescrizioni, conosciuto attraverso le ricostruzioni del documento rese pubbliche.
Tra i temi che emergono con maggiore rilievo figurano l’aggiornamento del quadro geologico e sismotettonico, la verifica delle strutture tettoniche prossime alle opere, l’estensione delle indagini alle due sponde e al tratto marino, la caratterizzazione geotecnica dei terreni e la valutazione delle conseguenze progettuali qualora venissero riconosciute faglie attive e capaci interferenti con le opere. Il significato metodologico è chiaro: non limitarsi alle conoscenze già disponibili, ma acquisire nuovi dati per ridurre le incertezze prima di consolidare le scelte della progettazione esecutiva. Non sono soltanto adempimenti progettuali. Possono diventare anche occasioni per acquisire nuova conoscenza del territorio.
Ed è proprio qui che lo spunto di Spadaro può essere trasferito, senza forzature, dal piano culturale a quello scientifico: la memoria non basta neppure quando si parla di terremoti.
La memoria del 28 dicembre 1908, quando il sisma devastò Messina e Reggio Calabria, è parte indelebile della storia dello Stretto. Ma ricordare ciò che avvenne non è sufficiente. Occorre continuare a comprendere meglio quali strutture sismogenetiche furono coinvolte, quali sistemi di faglia siano oggi attivi e quali effetti potrebbe produrre un futuro forte terremoto sulle città, sulle infrastrutture e sui terreni delle due sponde.
Su questi interrogativi la ricerca scientifica continua a produrre risultati importanti, ma non sempre convergenti in un unico modello. Ed è proprio questo il punto: l’incertezza scientifica non si supera scegliendo l’interpretazione più comoda, ma raccogliendo nuovi dati e verificando le diverse ipotesi.
Lo studio di Barreca et al. (2021), basato anche su 35 profili di sismica marina ad alta risoluzione, ha individuato nei fondali dello Stretto una struttura tettonica con evidenze di deformazione recente, proposta come possibile sorgente del terremoto del 1908, senza però chiudere il dibattito scientifico.
Nel 2026, Dorsey et al. hanno ricostruito l’evoluzione tettonica recente tra Sicilia nordorientale e Calabria meridionale, evidenziando il ruolo dei sistemi di faglie normali attive, della faglia Messina–Taormina e dei movimenti verticali registrati dai terrazzi marini. Nello stesso anno, Montuori et al. hanno definito con maggiore dettaglio la struttura crostale e litosferica dell’Arco Calabro.
Questi studi, pur operando a scale diverse, convergono su un punto: la conoscenza del quadro geodinamico dello Stretto è ancora in evoluzione conoscitiva. Nuovi dati verificano e affinano i modelli precedenti, riducendo le incertezze. Le tecniche oggi disponibili — sismica marina ad alta risoluzione, batimetria multibeam, GNSS, paleosismologia, carotaggi e modellazione 3D — consentono inoltre di ricostruire con maggiore precisione geometria e attività delle faglie, deformazioni recenti e caratteristiche dei terreni.
Ed è qui che emerge l’utilità degli studi oltre il Ponte. Una migliore caratterizzazione delle strutture tettoniche può contribuire alla valutazione della pericolosità sismica; dati più dettagliati sulle caratteristiche dei terreni possono migliorare l’individuazione delle aree suscettibili ad amplificazione locale dello scuotimento o a liquefazione; informazioni più precise sulle deformazioni attive possono supportare la microzonazione sismica, la pianificazione territoriale, la verifica delle infrastrutture strategiche e la costruzione di scenari di Protezione civile.
In questo senso, i dati acquisiti per il Ponte possono produrre conoscenza utile anche ben oltre l’opera: abitazioni, scuole, ospedali, strade, ferrovie, porti, reti tecnologiche e patrimonio storico.
Ma perché questo valore aggiunto si realizzi davvero, sarebbe auspicabile che i dati venissero validati, organizzati e, compatibilmente con le esigenze di sicurezza e di tutela del progetto, messi a disposizione della comunità scientifica e delle istituzioni territoriali.
Geologia terrestre e marina, geofisica, sismologia, geodesia, paleosismologia e geotecnica potrebbero così confluire in una banca dati scientifica integrata dello Stretto, utile alle università, agli enti di ricerca, alle Regioni, ai Comuni e alla Protezione civile.
La campagna di studi connessa al Ponte potrebbe diventare, in questa prospettiva, la base di un vero laboratorio permanente dello Stretto e del Mediterraneo centrale.
È questo, forse, il terreno sul quale favorevoli e contrari all’opera possono incontrarsi.
Spadaro considera lo Stretto un luogo che non può essere ridotto ai 3.300 metri da superare e, nel suo scritto, lascia espressamente agli specialisti il giudizio sulla sismicità delle sponde. La geologia può raccogliere quell’invito: non per decidere se politicamente si debba essere favorevoli o contrari al Ponte — compito che alla scienza non appartiene — ma per contribuire a fare in modo che decisioni di tale portata poggino sul massimo livello di conoscenza raggiungibile e che questo investimento conoscitivo rimanga patrimonio del territorio.
Un grande progetto può non mettere tutti d’accordo. La necessità di conoscere meglio un’area densamente abitata, che la storia ha dimostrato essere esposta a terremoti distruttivi, dovrebbe invece essere un obiettivo condiviso.
La frase di Spadaro può allora assumere un significato ulteriore: se la memoria non basta, il terremoto del 1908 non deve essere soltanto ricordato. Deve continuare a essere studiato.
La memoria ci dice che cosa è accaduto. La ricerca può aiutarci a comprendere meglio perché è accaduto e, soprattutto, a ridurre le conseguenze di ciò che potrà accadere. È questa, ben oltre il sì e il no al Ponte, la ragione per cui studiare lo Stretto è una necessità.
*geologo


