VIDEO | La presentazione del volume di Celeste Costantino all’access Point di Roghudi ha preceduto di un giorno quella interrotta ieri a Reggio Calabria da un allarme bomba. Le associazioni promotrici: «Se confermato il collegamento, quanto accaduto rappresenterebbe un fatto grave e intimidatorio»
Tutti gli articoli di Società
PHOTO
All’Access Point di Roghudi si è tenuta ieri la presentazione di “Predatori. Sesso e violenza nelle mafie”, il libro della giornalista, ex parlamentare e scrittrice Celeste Costantino che affronta uno dei lati più cupi e meno raccontati del potere mafioso: il controllo dei corpi, la violenza come strumento di dominio, il peso di una cultura patriarcale che continua a produrre sopraffazione e silenzi.
Un incontro intenso, partecipato, attraversato da voci diverse e da un filo comune preciso: la consapevolezza che il tema della violenza di genere nei contesti criminali non possa più restare confinato ai margini del dibattito pubblico. Dopo i saluti istituzionali dei sindaci Pierpaolo Zavettieri e Annunziato Nastasi, il confronto moderato dalla giornalista Anna Foti ha messo insieme magistratura, associazionismo, scuola e realtà impegnate ogni giorno sul fronte della prevenzione e dell’ascolto.
Il confronto aperto a Roghudi ha assunto un significato ancora più potente alla luce di quanto accaduto poche ore dopo a Reggio Calabria. La sera successiva, durante un’altra presentazione del libro «Predatori. Sesso e violenza nelle mafie» alla Residenza universitaria dell’Università Mediterranea, l’incontro è stato improvvisamente interrotto da un allarme bomba che ha costretto all’evacuazione della struttura e all’intervento delle forze dell’ordine per le verifiche.
Un episodio che ha riportato tensione attorno a un appuntamento pubblico dedicato proprio alla denuncia della violenza e delle dinamiche di potere legate ai contesti mafiosi. Un fatto che, al di là degli accertamenti in corso, restituisce con forza il clima che ancora circonda temi scomodi, quelli che il libro di Celeste Costantino prova a raccontare e a portare alla luce.
Durante la tappa di Roghudi, l’autrice ha raccontato ai nostri microfoni di come quella sia stata una tappa dal valore speciale, quasi fondativo. «Per me è stata la presentazione più importante che ho fatto fino adesso e dubito che ce ne sarà un’altra in grado di superarla».
Il motivo affonda proprio in una vicenda maturata in questo territorio. «Predatori nasce a Melito Porto Salvo», ha spiegato l’autrice, ricordando la storia di una ragazzina di 13 anni violentata per lungo tempo da un branco guidato dal figlio del boss locale. Da quella ferita, ha raccontato, è partito il bisogno di indagare altri casi, in Calabria e fuori dalla regione. E ieri, davanti a studenti, docenti e cittadini, quel ritorno ai luoghi da cui tutto ha preso forma ha avuto un peso politico ed emotivo fortissimo. «Conoscere queste storie significa aprire gli occhi, significa essere sentinelle».
A richiamare la responsabilità educativa della comunità è stato anche Tonino Nunnari, che ha indicato nell’educazione condivisa il terreno decisivo per contrastare violenza e distorsioni culturali. «L’educazione è cosa di tutti», ha spiegato, ricordando un proverbio africano: «Per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio».
Dentro il dibattito è emersa con forza anche la dimensione concreta di una violenza che spesso si consuma nel chiuso delle relazioni e dei contesti familiari e sociali. Francesca Mallamaci, coordinatrice del Centro antiviolenza e della Casa rifugio Angela Morabito, ha spiegato che molte donne che si rivolgono ai servizi vivono una doppia vulnerabilità. «Hanno paura non solamente del maltrattante, ma del sistema dentro il quale vivono».
Da qui l’importanza dell’imminente apertura di uno sportello antiviolenza a Melito Porto Salvo, voluto dall’amministrazione comunale, per intercettare il fenomeno e offrire strumenti concreti di sostegno.
Nel confronto è intervenuta anche Marzia Currao, sostituta procuratrice della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria, che ha richiamato l’attenzione sul valore della conoscenza e della consapevolezza come strumenti fondamentali per contrastare fenomeni che si muovono spesso in contesti segnati da silenzi e condizionamenti. Un richiamo al ruolo delle istituzioni e della società civile nel tenere alta l’attenzione su dinamiche di violenza e sopraffazione che trovano terreno fertile proprio laddove mancano informazione, confronto pubblico e percorsi educativi capaci di incidere nel tempo.
A richiamare il peso della memoria e delle radici culturali è stato Domenico Nasone, referente di Libera Reggio Calabria, che ha riportato alla luce la storia della maestra Zavettieri, abusata nel 1957 e capace di opporsi alla logica del matrimonio riparatore. Una vicenda che anticipa quella di Franca Viola e che restituisce la profondità di un male antico. «C’è un silenzio che cade sulle storie che circondano le nostre comunità», ha detto.
Francesca Stillitano, presidente della sezione reggina di ONDIF – Osservatorio nazionale sul diritto di famiglia, ha richiamato l’attenzione sull’importanza degli strumenti giuridici e della tutela delle vittime nei percorsi di contrasto alla violenza. Un tema che riguarda da vicino anche il mondo del diritto di famiglia, chiamato sempre più spesso a confrontarsi con situazioni complesse in cui violenza, relazioni affettive e contesti sociali si intrecciano.
A porre l’accento sul legame tra discriminazioni, stereotipi e violenza è stata Michela Calabrò, coordinatrice del Centro antidiscriminazione LGBT Calabria, che ha ricordato come il lavoro sui territori sia fondamentale per promuovere prevenzione e cambiamento culturale. «Quello che facciamo e rivendichiamo ogni giorno è andare anche fuori dal cuore della città e portare queste tematiche nei territori».
Nelle conclusioni, il procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, Roberto Di Palma, ha definito il volume «uno spaccato molto attuale, tragicamente attuale, sulla sessualità nelle mafie», sottolineando come quei disvalori attecchiscano già nell’età più fragile. «Si cresce in questi contesti e si assorbono anche questi disvalori quando si è piccoli».
Da qui la necessità di lavorare prima di tutto sul terreno educativo. «Non esiste un rapporto di appartenenza fra un uomo e una donna, ma una forma di rispetto». E ancora: questo libro, ha osservato, dovrebbe essere letto anche dagli adulti, per aiutarli a stare più vicini ai ragazzi e a trasmettere «valori sani».
A Roghudi il confronto ha riaperto una discussione necessaria dentro un territorio che ha deciso di non sottrarsi a temi scomodi. Parlare di violenza, di potere e di sopraffazione dentro i contesti mafiosi significa mettere a fuoco storie, responsabilità e ferite che spesso restano ai margini del racconto pubblico.
Una riflessione che, quasi per un gioco amaro del destino, poche ore dopo ha trovato un’eco anche a Reggio Calabria, dove un’altra presentazione dello stesso libro è stata interrotta da un allarme bomba alla Mediterranea. Un episodio che ha riportato tensione attorno a un appuntamento culturale, mentre proprio di cultura, conoscenza e confronto si era parlato a lungo durante la giornata di Roghudi.


