Nel giorno del ritorno tra i banchi, dall’XI Premio L’Alveare di Fiumefreddo Bruzio un messaggio alle nuove generazioni: più cultura economica, capacità critica, dignità del lavoro e libertà di pensiero. «Non dobbiamo dire ai ragazzi cosa pensare, ma dare loro gli strumenti per pensare liberamente»
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Nel giorno in cui tanti giovani tornano a scuola, assume un significato ancora più forte il messaggio rivolto alle nuove generazioni da Francesco Napoli nel corso dell’XI Premio L’Alveare di Fiumefreddo Bruzio.
«Il futuro ha il volto dei giovani», è uno dei passaggi centrali del suo intervento, dedicato alla necessità di difendere alcuni valori fondamentali in una società dominata dalla velocità della comunicazione e dall’effimero.
«Giro molto la Calabria e parlo con tanti ragazzi, nelle scuole, nelle università e nelle imprese. Non siamo davanti a una generazione senza valori. Siamo davanti a una generazione che cresce in un tempo nel quale alcuni valori fondamentali sono sotto minaccia».
Due, in particolare: fiducia e verità.
La fiducia nelle persone, nelle istituzioni, nella scuola, nella giustizia, nel lavoro e nell’impresa. Ma soprattutto la fiducia nella possibilità di costruire il proprio futuro.
Poi la verità, sempre più esposta alla forza di una comunicazione capace di moltiplicare e amplificare falsità e narrazioni.
«Ci sono leader e decisori politici che confezionano bugie e sistemi di comunicazione che le moltiplicano e le ripetono fino quasi a trasformarle in verità. E poi ci sono quelle che definisco “distrazioni di massa”: ci fanno discutere per giorni di ciò che dura un minuto e rischiano di farci dimenticare i problemi che dureranno vent’anni».
La risposta, secondo Napoli, non può essere quella di indicare ai giovani cosa pensare, ma di fornire loro gli strumenti per formarsi autonomamente un giudizio.
«Dobbiamo insegnare a verificare, approfondire e confrontare. A distinguere un fatto da una narrazione, una promessa da un risultato, l’informazione dalla propaganda. Perché educare alla verità significa educare alla libertà».
Napoli richiama quindi un’altra emergenza: la scarsa cultura economica e finanziaria delle nuove generazioni.
«Non è una colpa dei ragazzi, è innanzitutto una responsabilità nostra. Abbiamo spiegato troppo poco che cosa significhi creare un posto di lavoro, cosa ci sia dietro uno stipendio, quanto costi produrre, cosa vogliano dire investimenti, produttività, debito, risparmio e previdenza».
Da qui la proposta di «portare più economia nelle scuole e più scuola dentro l’economia reale». affiancando alla cultura economica quella civica, perché «un’economia senza valori può produrre ricchezza, ma non necessariamente una società migliore».
Il tema diventa inevitabilmente quello del lavoro e della possibilità per i giovani di costruire il proprio futuro in Calabria.
«Perché un giovane dovrebbe restare se incontra un lavoro che gli chiede otto ore e gliene riconosce quattro in busta paga? Se riceve uno stipendio e poi deve restituirne una parte in contanti? Non possiamo chiedere ai giovani di restare per amore della propria terra se questa terra non restituisce loro rispetto, dignità e futuro».
Ma la sfida è anche culturale.
«Dobbiamo ricordare ai nostri ragazzi che non tutto ciò che appare vale e non tutto ciò che vale ha bisogno di apparire. Oltre la linea dell’effimero ci sono lo studio, la competenza, il sacrificio, il rispetto, la parola data, la capacità di riconoscere un errore e la responsabilità delle proprie scelte».
È qui che Napoli riconduce il messaggio alla ragione stessa del Premio L’Alveare: non creare nuovi idoli, ma offrire esempi.
«Forse il compito della nostra generazione non è consegnare ai giovani tutte le risposte, ma insegnare loro a fare le domande giuste. A distinguere ciò che conta da ciò che distrae, la promessa dal risultato, la propaganda dalla realtà, la verità dalla bugia».
Un messaggio che, proprio nel primo giorno di scuola, diventa anche un augurio rivolto agli studenti calabresi: avere il coraggio di studiare, conoscere, dubitare, approfondire e scegliere con la propria testa.
Perché, conclude Napoli, «il successo può essere effimero. L’esempio, invece, resta».

