Roberto Galati è uno di quei giovani contadini calabresi che ha scelto di scommettere sulla terra quando sarebbe stato forse più facile fare altro. Da alcuni anni porta avanti la sua azienda in provincia di Catanzaro, raccontando sui social, e anche attraverso il lavoro quotidiano nei campi: semine, raccolti, rotazioni, mercati, ma anche fatica, imprevisti e difficoltà. Una scelta d’amore per la terra che oggi deve fare i conti con temperature sempre più estreme, siccità, piogge imprevedibili, problemi logistici e una burocrazia che spesso complica la vita a chi produce.

Nel suo ultimo post di Facebook, Roberto racconta l’avvio del nuovo orto autunnale e invernale: broccoli, cavolfiori, verze, cavolo nero, bieta e cime di rapa.

Dietro quelle parole semplici c’è però una questione molto più grande: quanto è difficile, oggi, fare il contadino e vivere di agricoltura in Calabria?

Galati ci racconta l’avvio del nuovo orto autunnale e invernale: broccoli, cavolfiori, verze, cavolo nero, bieta e cime di rapa. Dietro quelle parole semplici c’è però una questione molto più grande: quanto è difficile, oggi, fare il contadino e vivere di agricoltura in Calabria? Quanto è difficile fare il contadino in momento in cui il clima è impazzito, la terra è sotto uno stress fortissimo, i costi di materie prime ed energia sono alle stelle? Lo abbiamo intervistato.

Roberto, tu sei giovane e hai scelto di fare il contadino. Ma oggi, con questo clima sempre più imprevedibile, quanto è diventato difficile vivere di agricoltura?

Ho iniziato questo percorso ormai 10 anni fa, nel 2016, ed oggi posso dire con certezza che il clima è irriconoscibile già solo rispetto ad un decennio fa, quando i segnali del cambiamento climatico erano evidenti. A San Vito sullo Ionio, dove si trova la nostra azienda agricola, nevica sempre più di rado: l'ultima volta, addirittura nel 2021, in un territorio delle Serre, sito attorno ai 450 metri sul livello del mare, in cui ogni inverno la neve era normalità, anche due o tre volte a stagione. E la neve, era una benedizione per le falde acquifere e per il controllo praticamente spontaneo dei parassiti che in estate creano molti problemi alle nostre colture.

La quasi scomparsa della neve, unita alle temperature estive sempre più alte (specie le minime notturne) e alle tempeste invernali che spesso provocano gravi alluvioni e quindi ulteriori danni alle colture e molto spesso alla geografia stessa dei luoghi, palesa la crisi climatica in atto. Sicuramente oggi fare agricoltura è molto più difficile di 10 anni fa: il paragone poi diventa fuori scala se confrontiamo il clima di 20 o 30 anni fa.

Nel tuo post parli delle prime piogge attese dopo settimane di temperature anomale. Quanto il cambiamento climatico sta modificando concretamente il tuo lavoro nei campi? E cosa succederà se continuerà ad aumentare le temperature? si dovranno cambiare le coltivazioni?

Le prime piogge autunnali, che speriamo non provochino danni, le attendiamo davvero come una manna dal cielo: devo anche ammettere che, per fortuna, questa estate non abbiamo avuto particolari carenze idriche, nonostante le temperature estreme. Adesso, però, l'arrivo della pioggia e si spera un abbassamento delle temperature, è assolutamente necessario per la buona riuscita delle colture invernali. Dieci anni fa, le piantagioni di cavoli di varia tipologia (broccoli, cime di rapa, cavolfiore, verza, cappuccio), le mettevano a dimora nella seconda metà di agosto, all'arrivo delle prime 'rinfrescate'. Oggi è impensabile: solo lo scorso 9 settembre, previa pesante irrigazione del terreno prima della lavorazione, ho potuto mettere a dimora solo una prima parte delle nostre colture invernali, poiché il rischio è ancora alto: il caldo rimane in agguato, e sicuramente una seconda coltura verrà messa a dimora attorno alla fine del mese. Praticamente un mese di ritardo rispetto a 10 anni fa!

Cosa succederà alla nostra agricoltura?

Le temperature continueranno a salire ed il clima continuerà a cambiare, dobbiamo essere realisti: l'agricoltura non sparirà, dovrà indubbiamente adattarsi alla nuova realtà climatica, con un po' di fortuna in più che abbiamo noi contadini delle aree interne dove comunque ancora si riesce ad avere anche in estate un po' di refrigerio notturno che dà respiro alle piantagioni (ed agli umani, ovviamente!). È chiaro comunque che in estate sarà necessario coltivare utilizzando teli ombreggianti ed anti grandine, e sicuramente avremo una sorta di 'doppia estate' in quello che un tempo era l'autunno. Avendo disponibilità di acqua, è ormai possibile mettere a dimora ortaggi estivi, in campo libero, anche ad agosto e settembre per avere raccolti di pomodoro, peperone, melanzana e soprattutto fagioli/fagiolini, fino praticamente a dicembre. Una seconda produzione di ortaggi estivi, che con il tempo sarà sicuramente quella più efficace rispetto a quella dei roventi mesi di luglio e agosto, andrà ad affiancarsi a colture tipicamente invernali che dovranno via via essere sempre più posticipate. Anche il recupero di antichi semi, come ad esempio il pomodoro cilegino seccagno che da tempo coltiviamo ai Casali di Postaglianadi, grazie alla loro resistenza genetica alla siccità e l'ulteriore graduale adattamento climatico che avviene rinnovando il seme anno dopo anno, può essere un grande aiuto alla nuova realtà climatica. Ovviamente, in questi anni ho già testato tutto ciò con un certo successo: oggi, in agricoltura si salva chi prende atto di quanto sta accadendo e trova nuovi modi per continuare a coltivare.

Fare agricoltura significa anche affrontare costi, burocrazia, controlli, trasporti e problemi logistici. Qual è oggi il principale ostacolo che rischia di far arrendere un giovane agricoltore?

Paradossalmente se un paio di anni fa avrei considerato come rischio principale la burocrazia, oggi mi rendo conto che forse il cambiamento climatico (vedasi la foto del disastro che ci ha provocato in azienda il ciclone Harry) o problemi fuori controllo come l'emergenza cinghiali, sono due fattori primari che rischiano di far arrendere un giovane agricoltore. A questo, aggiungiamo i costi di carburanti e concimi alle stelle, uniti certamente alla burocrazia e, peggio ancora, spesso la difficoltà di accesso al credito, ed il piatto è servito. Io mi reputo sicuramente fortunato, perché grazie alla mia famiglia ho potuto realizzare questa oggi importante realtà agricola calabrese, grazie a risorse familiari ma soprattutto per le garanzie che mi hanno permesso di accedere al credito e contrarre un mutuo che finalmente, dopo 10 anni, a breve finirò di pagare.

Ma quanti giovani hanno questa fortuna?

Tu insisti molto sulla qualità, sulla rotazione delle colture e sul rapporto diretto con chi compra. Ma il mercato è davvero disposto a riconoscere il giusto prezzo al lavoro di un contadino?

Su questo, devo dire con soddisfazione che oggi finalmente il giusto prezzo inizia ad essere riconosciuto, sia attraverso la vendita diretta che grazie alla collaborazione con realtà virtuose del territorio come Naturium: il prodotto del territorio, genuino, di qualità, a km zero e possibilmente certificato bio, viene sempre più apprezzato anche dai più giovani!

Il tuo stand al mercato di Soverato racconta un’altra idea di agricoltura: prodotti locali, rapporto diretto con il consumatore, chilometro zero. È questa, secondo te, una delle strade per salvare la piccola agricoltura calabrese?

Credo che il futuro della nostra agricoltura locale stia proprio nei mercati territoriali, nella vendita diretta in azienda e nella cooperazione con altre realtà locali, come nel caso della collaborazione tra la nostra azienda agricola e la Pizzeria 400 gradi di San Vito sullo Ionio: noi produciamo il grano, lo facciamo trasformare in ottima farina nella vicina Filadelfia, e Luca la trasforma in ottime pizze, pane e taralli al Tabasco di San Vito, la nostra crema di peperoncino piccante diventata in questi anni un must!

Nonostante tutte le difficoltà, continui a seminare, piantare e programmare il futuro. Che cosa ti dà ancora la forza di andare avanti? È soltanto un lavoro o è soprattutto una scelta di vita?

Coltivare, ma soprattutto dedicarsi alla cura della terra, è una scelta di vita che deriva da una grande passione: non è sicuramente un lavoro 'qualsiasi'. Dico sempre che io, e chi è come me, non potrebbe mai fare a meno di questo lavoro e di questa scelta di vita che, al contrario, per tanti altri giovani e non, potrebbe invece essere...un incubo! Una vita senza orari, senza festività, con tanti rischi, ma dall'altra parte io ci vedo la fortuna di poter vivere all'aria aperta, vivere il passare delle stagioni giorni dopo giorno, e non dentro un ufficio, ed avere la soddisfazione di raccogliere con le proprie mani il frutto del proprio lavoro. Non cambierei mai!

Se domani avessi davanti un ragazzo calabrese che ti dicesse: “Vorrei tornare alla terra, ma ho paura di non farcela”, che cosa gli diresti senza nascondergli né le difficoltà né le opportunità?

Io certamente lo invoglierei a proseguire e soprattutto a dargli tutto il mio supporto: siamo ancora davvero in pochi ad aver intrapreso questa strada, eppure nonostante il clima che cambia e le problematiche che abbiamo citato sopra, l'agricoltura rimane una opportunità lavorativa primaria in Calabria. Sicuramente gli parlerei prima dei problemi che si troverà ad affrontare, e poi delle opportunità: non perché io sia pessimista, tutt'altro, ma perché bisogna essere realisti. Investire in agricoltura, se si ha ad esempio la fortuna di averne le possibilità di farlo autonomia (gli aiuti sicuramente ci sono, ma diventa paradossalmente più semplice accedervi una volta avviati e strutturati), significa essere convinti di farlo, significa avere anche la pazienza di guadagnare poco o nulla all'inizio, significa correre il rischio di coltivare ma non avere un raccolto a causa di una tempesta o di una forte ondata di calore.

Non bisogna perdersi d'animo, ma bisogna continuare ad andare avanti

Certamente. Occorre essere fantasiosi ed adattarsi, fare esperienza e migliorarsi anno dopo anno, perché comunque le soddisfazioni anche economiche arriveranno e saranno comunque molte di più rispetto alle delusioni. Ma alla base di tutto, ci deve essere la passione: l'agricoltore è un mestiere complesso, oggi significa essere veri e propri imprenditori, oltre che esperti di colture, clima e tanto altro...non si fa l'agricoltore perché non si sa cosa altro fare, ma perché davvero si crede in questo lavoro e nel valore della nostra terra.