La proposta di legge presentata da Marco Furfaro, deputato del Pd toscano ma con la famiglia di origini calabresi, interviene su un tema che in Italia è rimasto per troppo tempo ai margini del dibattito pubblico: la sordità e, più in generale, i disturbi dell’udito. Un ambito in cui il divario tra progresso tecnologico e quadro normativo è diventato ormai evidente. Il deputato è autore di una proposta di legge che è stata sottoscritta da deputati di entrambi gli schieramenti.

La normativa di riferimento, infatti, risale agli anni Cinquanta, quando le possibilità di diagnosi e cura erano estremamente limitate. Oggi, invece, grazie agli apparecchi acustici digitali di ultima generazione e agli impianti cocleari, è possibile non solo migliorare la qualità della vita, ma in molti casi restituire una piena capacità uditiva, soprattutto se si interviene precocemente.

Eppure, nonostante questi progressi, il sistema pubblico italiano non ha aggiornato in modo strutturale né i percorsi di assistenza né i livelli di rimborso. È proprio su questo scarto che si inserisce l’iniziativa parlamentare, che ha un elemento politico non secondario: è stata sottoscritta trasversalmente, da maggioranza e opposizione.

Un fenomeno più diffuso di quanto si pensi

I numeri aiutano a comprendere la portata del problema. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel mondo oltre 430 milioni di persone convivono con una perdita uditiva invalidante, e la cifra è destinata a crescere fino a superare i 700 milioni entro il 2050.

In Italia, le stime parlano di circa 7 milioni di persone con problemi uditivi di varia entità. Tra queste, oltre 1 milione presenta una condizione significativa, tale da incidere sulla vita quotidiana, sul lavoro e sulle relazioni sociali.

Particolarmente delicato è il dato relativo all’infanzia: ogni anno nascono nel nostro Paese tra 1 e 2 bambini su 1.000 con sordità congenita. Senza diagnosi precoce e intervento tempestivo, il rischio è un ritardo nello sviluppo del linguaggio e dell’apprendimento.

Tra gli anziani, invece, la perdita dell’udito è uno dei fattori più rilevanti di isolamento sociale e, secondo numerosi studi, è associata anche a un aumento del rischio di declino cognitivo.

I punti chiave della proposta

La proposta di legge punta a una riforma organica, articolata su più livelli.

Il primo riguarda l’istituzione di un Osservatorio nazionale sulla sordità, con il compito di raccogliere dati, monitorare i servizi e orientare le politiche pubbliche. Oggi, infatti, manca una mappatura aggiornata e sistematica del fenomeno.

Il secondo pilastro è l’aggiornamento dei rimborsi per dispositivi e terapie, allineandoli agli standard indicati dall’Oms. Attualmente, molti apparecchi acustici di qualità hanno costi elevati (anche diverse migliaia di euro), che non sempre vengono coperti dal Servizio sanitario nazionale. Questo crea una disuguaglianza evidente tra chi può permettersi tecnologie avanzate e chi no.

Un terzo elemento riguarda il rafforzamento della rete dei centri audiologici specializzati, con l’obiettivo di garantire diagnosi tempestive e percorsi di cura uniformi su tutto il territorio nazionale. Oggi esistono forti differenze tra regioni, sia in termini di accesso che di qualità dei servizi.

Centrale è anche il tema della prevenzione. La proposta introduce o potenzia programmi di screening precoce sui bambini, già presenti in alcune realtà ma non sempre applicati in modo omogeneo. Intervenire nei primi mesi di vita può fare la differenza tra una disabilità permanente e una piena integrazione.

Infine, c’è un capitolo dedicato all’accessibilità: sottotitoli più accurati e diffusi nei programmi televisivi e nelle piattaforme di streaming, per garantire una reale inclusione culturale e informativa.

Quanto costa (e quanto può rendere)

Il costo stimato della riforma è di circa 20 milioni di euro l’anno. Una cifra relativamente contenuta nel bilancio complessivo della sanità pubblica, soprattutto se confrontata con i benefici potenziali.

Diversi studi internazionali sottolineano come la mancata cura della perdita uditiva comporti costi indiretti molto più elevati: perdita di produttività, maggiore ricorso ai servizi sanitari e sociali, isolamento e peggioramento della qualità della vita.

Investire in prevenzione e tecnologie, quindi, non è solo una scelta sociale, ma anche economica.

Un ritardo da colmare

Il punto politico sollevato da Furfaro è netto: non è più sostenibile che una legge ferma a oltre settant’anni fa regoli un ambito trasformato radicalmente dall’innovazione.

Oggi la sordità non è più, in molti casi, una condizione irreversibile. È una disabilità che può essere ridotta, compensata, talvolta superata. Ma questo dipende dalla rapidità dell’intervento, dall’accesso alle cure e dalle risorse disponibili.

La proposta di legge prova a colmare questo ritardo strutturale, introducendo una visione moderna della salute uditiva: non più assistenza residuale, ma diritto pieno alla comunicazione, all’inclusione e alla partecipazione sociale.

Adesso la partita si sposta in Parlamento. E il fatto che il testo sia stato firmato da forze politiche diverse potrebbe rappresentare un segnale raro, ma importante: quando i diritti fondamentali entrano davvero nell’agenda politica, le divisioni possono passare in secondo piano.