Il 2025 ci ha mostrato con limpida trasparenza quanto il tema dello spopolamento non sia più una tendenza da osservare, ma una condizione che sta ridisegnando in profondità e quasi in sordina la Calabria e tutto il meridione. Non riguarda soltanto il calo degli abitanti, ma la perdita progressiva di funzioni, servizi, diritti. Interi territori stanno cambiando natura: da comunità vive a spazi marginali, sempre più difficili da abitare e sempre più facili da abbandonare. È un processo lento e continuo, che non esplode ma consuma, giorno dopo giorno, fino a rendere ordinario ciò che ordinario non dovrebbe essere.

Negli ultimi anni il fenomeno ha colpito con particolare forza le aree interne e i piccoli centri. Denatalità, emigrazione giovanile e invecchiamento della popolazione hanno prodotto un equilibrio fragile, spesso irreversibile se non affrontato in tempo. A pesare non sono soltanto i numeri, ma ciò che quei numeri trascinano con sé: scuole che si svuotano e vengono accorpate, presidi sanitari sempre più lontani, collegamenti insufficienti, uffici pubblici ridotti al minimo. In molti paesi vivere significa organizzare la quotidianità intorno alle assenze, non alle opportunità.

C’è poi una fotografia silenziosa che racconta più di molti numeri. È quella dei genitori che a Natale fanno la valigia al contrario, partendo dalla Calabria per raggiungere i figli emigrati e rientrando dopo pochi giorni, con gli occhi pieni e le case di nuovo vuote. Aerei carichi di calabresi di mezza età, spesso anziani, pochi giovani, molte storie uguali: «si va a stare un po’ con i figli». Viene da pensare che il successo dei voli internazionali dall’Aeroporto dello Stretto passa da qui, da una mobilità affettiva che tiene insieme famiglie divise e territori separati. Non per turismo o per vacanza, dunque: è lo spopolamento che prende quota, trasformando ogni decollo ed atterraggio in un arrivederci sospeso tra nostalgia e resistenza.

Per troppo tempo lo spopolamento è stato raccontato come un destino. Una conseguenza inevitabile della modernità, dello spostamento verso le città, dei grandi flussi economici. Questa narrazione ha finito per produrre un effetto collaterale grave: la rassegnazione. Quando un fenomeno viene percepito come ineluttabile, anche le politiche smettono di contrastarlo davvero e si limitano a gestirne gli effetti. È qui che lo spopolamento smette di essere soltanto demografico e diventa apertamente politico, perché implica una scelta implicita su quali territori meritino investimenti e quali possano essere lasciati indietro.

Eppure, dentro questo quadro complesso, esistono realtà che provano a cambiare direzione. In Calabria alcuni borghi hanno iniziato a reagire, non negando la crisi ma affrontandola con strumenti diversi. Bova è uno di questi luoghi. Il borgo dell’area grecanica non rappresenta una soluzione definitiva, né un caso da idealizzare, ma un’esperienza concreta di resistenza allo svuotamento. Qui identità, lingua, cultura e paesaggio non restano elementi da celebrare, ma diventano leve per costruire progettualità, attrarre interesse, mantenere legami sociali. Bova dimostra che un territorio può provare a restare vivo quando riesce a ritrovare una funzione nel presente, senza rinchiudersi nella nostalgia. Queste esperienze indicano una verità che emerge con chiarezza: lo spopolamento non si combatte con una misura singola.

Bonus, incentivi e bandi possono rappresentare un sostegno, ma da soli non bastano, ormai è chiaro. Senza servizi continui e senza lavoro stabile, ogni intervento rischia di essere temporaneo. La permanenza non è un atto eroico, ma il risultato di condizioni ordinarie che rendono possibile vivere in un luogo senza dover rinunciare ai diritti fondamentali.

Il nodo centrale resta il lavoro. Senza occupazione reale, coerente con i territori, i borghi restano fragili. Le esperienze più solide raccontano una direzione possibile: economie legate alla cultura, al turismo esperienziale, all’agricoltura di qualità, ai servizi digitali, all’artigianato evoluto. Non ricette universali, ma percorsi adattabili, capaci di generare reddito senza snaturare i luoghi. Accanto al lavoro, però, serve una rete di servizi che accompagni queste scelte: sanità di prossimità, scuola accessibile, mobilità affidabile, connessioni digitali stabili.

È in questo contesto che il 2026 assume un valore politico decisivo. Non come anno simbolico, ma come punto di non ritorno. Le scelte che verranno compiute nei prossimi mesi diranno se la Calabria intende affrontare lo spopolamento come una priorità strutturale oppure continuare a rincorrerlo con interventi frammentati. Il 2026 può segnare il passaggio da una gestione del declino a una politica della permanenza, capace di tenere insieme territori, comunità e sviluppo.

Affrontare davvero lo spopolamento significa mettere le aree interne al centro delle decisioni, non come capitolo residuale ma come criterio trasversale di ogni politica pubblica. Significa legare investimenti e servizi a obiettivi chiari e verificabili: quante famiglie vengono messe nelle condizioni di restare, quanti giovani trovano un motivo per tornare, quante case vuote tornano ad abitarsi davvero. Il tempo delle analisi è finito. Il 2026 dirà se la Calabria avrà scelto di difendere i suoi borghi come luoghi di vita o di accettarne, in silenzio, la scomparsa.