Dopo la morte di quattro braccianti nell’Alto Jonio cosentino, le voci di chi lavora con i migranti raccontano il divario tra le tutele promesse dalle norme e la vita vera
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Per nominare lo spazio che separa la tutela promessa dalle norme da quella che le persone ottengono davvero, l’avvocato Francesco Sicilia rifiuta la parola distanza. «C’è un fossato, non una distanza», dice. La distanza si percorre: bastano tempo, volontà, una direzione. Il fossato no. Il fossato si scava, si mantiene, e serve a tenere separato chi sta dentro le mura da chi resta fuori. È l’immagine da cui partire per leggere quello che è accaduto ad Amendolara, e soprattutto quello che continua ad accadere intorno.
I fatti, prima. Nella notte del primo giugno quattro lavoratori agricoli, impiegati nella raccolta delle fragole, sono morti bruciati in un furgone nell’Alto Jonio cosentino. Si chiamavano Waseem Khan, Amin Fazal Khojani, Safi Iayjad e Ullah Ismat Qiemi: il più giovane aveva diciannove anni. Due uomini sono stati fermati, le indagini sono in corso e le responsabilità andranno accertate nei processi. Ma attorno al fatto c’è un sistema, e il sistema ha testimoni.
Due voci lo raccontano dall’interno. Una è quella di Sicilia, avvocato dell’Asgi, l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, e consulente anti-tratta. L’altra è quella di chi coordina un progetto anti-tratta attivo nei territori dei fatti: il suo nome non comparirà in questo articolo, perché la riservatezza è condizione di sicurezza per chi lavora sul campo e, prima ancora, per le persone che quel lavoro raggiunge.
Sicilia smonta anzitutto la cornice dell’emergenza. Lo sfruttamento «è un sistema che esiste e si perfeziona da ormai oltre dieci anni, specie nei territori della Piana di Sibari e di Gioia Tauro», e «limitarsi a descriverlo come un’emergenza indica che o si ha poca conoscenza del fenomeno, o si è in malafede, o si cerca di salvare la faccia dall’immobilismo e dalla scarsa efficienza delle misure che (non) hanno adottato».
Il fossato ha coordinate precise. Gli strumenti di protezione esistono: l’articolo 18 del Testo unico sull’immigrazione, il permesso per casi speciali, le tutele per chi collabora. Sulla carta. «Raramente, forse mai, ho registrato un percorso per articolo 18 o 18 ter che si sia svolto senza ritardi dilatori, richieste di documentazione illegittima da parte delle Questure, resistenze di qualsiasi tipo», racconta Sicilia. E porta un esempio: una persona «che ha denunciato lo sfruttatore, è stata subito messa in sicurezza, è in un programma di protezione, ma è priva di permesso di soggiorno dopo oltre cinque mesi dalla denuncia, perché la Questura competente richiede documentazione che per legge non è necessaria». Il punto, ricorda, è che il permesso «non è solo un documento: è il documento senza il quale non si ha iscrizione anagrafica, non si ha iscrizione sanitaria, non si ha accesso al lavoro con la possibilità di firmare un regolare contratto».
Visto dal fondo del fossato, il silenzio delle vittime smette di essere un mistero. «Si innesca una relazione di dipendenza tra la persona sfruttata e lo sfruttatore», spiega il responsabile del progetto anti-tratta: «ogni aspetto della vita è legato a quello del lavoro sfruttato, per cui ribellarsi potrebbe voler dire non avere più un riferimento, rimanere senza niente, anche quando quel niente non è dignitoso». La reticenza alla denuncia, aggiunge, «oltre alla paura delle ripercussioni dovute al costante controllo, alle minacce, alla violenza, è spesso legata alla paura di non essere tutelati». Dove lo Stato non arriva si compie «quel paradosso che fa dello sfruttatore l’unico punto di riferimento per muoversi sul territorio».
Chi prova a rompere il paradosso lo fa in condizioni di fragilità: «A volte si ha la sensazione di essere da soli, di lavorare a mani nude», ammette l’operatore. E intanto, sull’altro lato, la lettura pubblica del fatto scivola verso la semplificazione. Sicilia non usa giri di parole: ridurre quanto successo a una «faida etnica» rivela «una capacità incredibile di non vedere un elefante in una stanza di dieci metri quadri». La conseguenza è già scritta: «Fin quando non ci rendiamo conto che tutti i componenti istituzionali e sociali sono responsabili di questa situazione, replicheremo costantemente, come nel giorno della marmotta, episodi come quello di Amendolara».
I fossati non si colmano con i convegni. «Inutile fare o proporre tavoli che si riuniscono una volta», avverte Sicilia, tavoli «dove spesso non sono presenti, o non sono ascoltate, realtà che lavorano sui territori, nei campi, come i progetti anti-tratta». Si colmano con i ponti: presidi stabili, questure che applicano la legge senza inventare ostacoli, anagrafi che iscrivono chi ne ha diritto, reti che restano quando i riflettori si spengono. Fin quando il fossato resterà aperto, da una parte ci saranno le norme, i comunicati e le commemorazioni; dall’altra un furgone che parte prima dell’alba, carico di persone che la legge promette di proteggere e intanto non vede.




