Il sangue del maiale macchia la neve del Pollino, un rosso violento che stride contro il bianco asettico dell’inverno. Non è crudeltà. È liturgia. In Calabria, il Carnevale non comincia con i coriandoli, ma con il grugnito strozzato di un animale che si fa dispensa, sacrificio e oracolo. Qui, tra le pieghe di una terra che ha masticato secoli di dominazioni con i denti stretti, la festa non è un’evasione infantile. È una faccenda maledettamente seria. È la "nuda parola" di cui scriveva Luigi Maria Lombardi Satriani, quella verità carnale che emerge quando il silenzio dei sottomessi diventa troppo pesante per essere sopportato.

Mentre le grandi sfilate urbane del Nord si imbellettano di plastica e sponsor, nei paesi arroccati del profondo Sud si mette in scena il mondo alla rovescia. Il povero indossa i panni del re, l’uomo si fa femmina, l’umano regredisce a bestia. È un’anarchia vigilata, un brivido di disordine necessario perché l’ordine, quello spietato delle gerarchie sociali e della fame atavica, possa tornare a regnare il mercoledì delle ceneri. In questa parentesi di tempo sospeso, la Calabria smette di subire la storia e inizia a recitarla, trasformando la subalternità in una lama di satira che non risparmia nessuno.

Per capire cosa accade davvero dietro una maschera di legno o sotto un cappello a cono, bisogna smetterla di guardare al folklore come a un reperto polveroso. Lombardi Satriani lo aveva intuito con la lucidità dei profeti. Il rito è una cultura di contestazione. Non è un caso che la parola rituale in Calabria si faccia materica, quasi gommosa. È una poesia che puzza di fumo e di vino cattivo, un modo per abbeverarsi alla fonte di Mnemosúne e non affogare nel Lete della dimenticanza globale.

Noi siamo l’altro e l’altro è noi. Questo assioma antropologico esplode durante le sfilate, dove l’immedesimazione non è gioco, ma resistenza. Le classi subalterne, storicamente escluse dai palazzi del potere, hanno imparato a parlare per allusioni, a nascondere la verità dietro il camuffamento. La maschera non serve a nascondere il volto, ma a rivelare l'identità profonda di un popolo che ha fame di riconoscimento. È un incontro frontale con il sacro, un sacro che però non abita i cieli, ma le viscere della terra e le pieghe dello stomaco.

Se la Calabria avesse un volto ufficiale per questo delirio collettivo, sarebbe quello di Giangurgolo. Ma non fatevi ingannare dalla sua spada spropositata. Quello stocco immenso non serve a combattere, ma a ostentare una virilità di cartapesta. Giangurgolo è il "Capitano fanfarone", una parodia feroce del dominatore spagnolo che, dopo aver perso la Sicilia a favore dei Savoia nel 1713, risalì lo Stretto portando con sé un’aristocrazia tronfia e parassitaria.

Guardatelo bene. Il naso è un tumore grottesco, un segnale di corruzione fisica che riflette quella morale. I suoi pantaloni giallo-rossi gridano l'appartenenza alla corona d’Aragona, ma sono indossati da un uomo che muore di fame. In lui, la voracità non è un vizio, è una proiezione. Il contadino calabrese, che per secoli ha guardato la carne solo nei sogni, proietta sul corpo del padrone il desiderio di divorare tutto: un carretto di maccheroni, due botti di vino, il mondo intero.

Giangurgolo parla un dialetto spagnoleggiante, ridicolizzando la lingua ufficiale del potere, trasformando l’autorità in un peto sonoro. È un eroe del fallimento, un Alonso Pedro Juan Gurgolos che cerca di liberare Catanzaro mentre inciampa nella propria logorrea. È lo specchio di una psiche collettiva che sa ridere della propria oppressione per non doverne piangere.

Spostandosi verso le vette del Pollino, l’atmosfera cambia. Si perde il sapore della commedia dell'arte e si entra nel regno del mito pre-moderno. Ad Alessandria del Carretto, il Carnevale non è uno spettacolo per turisti. È un atto di resistenza contro lo spopolamento, una sfida lanciata al silenzio delle case abbandonate. Qui sfilano i Połëcënellë, entità che sembrano uscite da un sogno febbrile.

Ci sono i Połëcënëllë biëllë, luminosi nel loro velluto bianco, ornati di fiori e specchi che riflettono una luce che l'inverno calabrese vorrebbe spegnere. Ha scritto Giovanni Sole che sono l’ordine, la grazia, il ritorno del sole. E poi ci sono i Połëcënëllë bruttë, o łaidё, il caos che bussa alla porta. È una processione scandita dal fragore dei campanacci legati alla vita, strumenti apotropaici che non servono a fare musica, ma a tracciare un confine, a segnare lo spazio sacro e scacciare le forze malefiche.

In mezzo a loro irrompe l’Ursë. Non è un uomo vestito da orso; è l'orso stesso, la forza bruta della natura selvatica che deve essere domata perché la comunità possa sopravvivere. Lo scontro tra l’uomo e la bestia è la messa in scena della fatica del vivere in queste terre. È un passaggio obbligato: bisogna attraversare l’oscurità per giungere all'equilibrio. E il legame con la successiva Festa della Pita di maggio chiude il cerchio. Se il Carnevale scaccia il gelo, l’abete abbattuto e poi fatto risorgere celebrerà la vita che non si arrende. Chi torna al paese per questa festa non lo fa per nostalgia, ma per un bisogno biologico di appartenenza.

Più a valle, Castrovillari ci racconta una storia diversa. È la storia di come il rito antico possa sposare l’istituzione senza perdere l’anima. Le radici affondano nel 1635, quando l’Organtino di Cesare Quintana portò sulla scena la prima farsa in dialetto calabrese. Oggi Organtino è il Re Burlone che riceve le chiavi della città, ma dietro la facciata del Festival Internazionale del Folklore, il meccanismo antropologico resta intatto. È così che vuole il presidente della Federazione italiana delle tradizioni popolari, Gerardo Bonifati.

Non è solo una sfilata di carri allegorici. È un linguaggio emozionale. La consegna delle chiavi trasforma la struttura amministrativa in una comunità rituale. Il falò finale del martedì grasso, dove il fantoccio di Carnevale brucia tra le fiamme, non è solo coreografia. È un’esecuzione capitale simbolica. Si uccide il Re perché il male accumulato durante l'anno possa essere ridotto in cenere, preparando la purificazione della Quaresima. È la prova che la cultura popolare è dinamica, dal momento che accoglie gruppi da tutto il mondo, dialoga con l'”altro”, ma mantiene fermo il suo ancoraggio nel tempo ciclico.

Il momento più politico del Carnevale calabrese è però la lettura del Testamento. Immaginate la piazza, l'odore di zolfo delle ultime maschere, e un “notaio” che con voce stentorea legge le ultime volontà del Nannu morente. Non è un testo letterario. È un tribunale del popolo in forma di rima dialettale.

Nel testamento si fa l'inventario dei beni, ma sono lasciti velenosi. Carnevale lascia al sindaco i debiti del comune, al prete le confessioni inascoltate, al ricco proprietario terriero la fame che ha seminato. È qui che la satira morde la carne viva della politica locale. Vengono denunciate le promesse elettorali non mantenute, le strade mai costruite, l'avarizia dei potenti. In questo spazio di libertà assoluta, la gerarchia viene ribaltata. Per un'ora, l'ultimo del paese può deridere il primo, e il primo non può rispondere perché è all'interno del rito. È una purga collettiva, un modo per sanzionare moralmente chi ha violato il codice etico del gruppo. È la democrazia del riso, brutale e necessaria.

Ma tutta questa impalcatura simbolica crollerebbe senza la sostanza della carne. Il Carnevale calabrese è, letteralmente, un’orgia di grasso suino. Il maiale è il dio minore di questa festa, colui che “con l'orto resuscita il morto”. L’uccisione del maiale è una “squadra ben collaudata” di parenti e compari che trasforma il sangue in sanguinaccio, le setole in pennelli e le ossa in memoria salata.

Non si butta nulla, spiega Ottavio Cavalcanti, perché buttare sarebbe un peccato contro la sopravvivenza. La quadàra bolle per notti intere, riempiendo l’aria di un odore pesante, dolciastro, che sa di sazietà conquistata col coltello. C’è una filosofia profonda dietro questo massacro domestico: il maiale simboleggia il progresso perché cammina sempre in avanti con il muso. Appendere una soppressata non è solo conservare cibo, è accumulare prestigio sociale. È la negazione della miseria. Durante il Carnevale, mangiare a crepapelle è un dovere rituale: bisogna uccidere la fame prima che lei uccida noi.

Mentre il sangue cola, si prepara la dolcezza. La pignolata, i “turdìlli”, (o “turdiddri”, altrimenti i cosentini si risentono) le chiacchiere fritte nell'olio pesante non sono semplici dessert. Sono simboli di fertilità. Il miele che cola sulle palline di pasta richiama la fecondità della terra e dell’uomo. Tutto è interconnesso. La civiltà contadina calabrese osservava la luna per decidere quando macellare o quando concepire, sovrapponendo il ritmo del corpo a quello delle stagioni.
Mangiare fichi secchi o noci durante il Carnevale è un atto di ringraziamento verso le riserve invernali e, al contempo, un auspicio per il raccolto futuro. Il rosso del melograno e della salsiccia sono richiami cromatici alla vita che pulsa sotto la crosta ghiacciata della terra. È una magia simpatetica che usa il cibo come ponte tra il visibile e l'invisibile, tra il desiderio di abbondanza e la paura del vuoto.

Ma il Carnevale ha un termine perentorio. Al rintocco della mezzanotte, il disordine deve morire. Il mondo alla rovescia deve raddrizzarsi, anche se lo fa con un certo scricchiolio. La distruzione del Re Carnevale, che sia bruciato, annegato o decapitato, segna il confine oltre il quale la trasgressione diventa colpa. Il dolore, che per qualche giorno si è travestito da riso, torna a essere il compagno quotidiano di una terra difficile.

Tuttavia, qualcosa resta. Non è solo il sapore del grasso sulle labbra o il fischio dei campanacci nelle orecchie. Resta la consapevolezza che l'ordine esistente non è immutabile. Il rito ha dimostrato che per un attimo il re può essere nudo e il mendicante può sedere sul trono. Questa è l'eredità politica del Carnevale, la sanzione della possibilità.

La Calabria dei riti carnascialeschi non è un museo a cielo aperto, ma un laboratorio di identità dinamica. Nonostante l'omologazione che vorrebbe trasformare ogni festa in un evento commerciale da Instagram, il Carnevale calabrese resiste come una “rete di spine della cattività” che protegge un nocciolo di verità autentica. È la capacità di essere costruttori di senso anche nel fango, di trasformare la fame in una promessa e la solitudine in un coro sgraziato.

Mentre le ceneri del fantoccio si spengono nella piazza di un paese qualunque del Pollino, resta l’odore acre del fumo e del vino. La maschera è a terra, ma l'uomo che l'ha portata non è più lo stesso. Ha visto il mondo dal lato sbagliato, che forse è quello giusto. E mentre si avvia verso la Quaresima, con la pancia piena e il portafoglio vuoto, sa che Mnemosúne continuerà a scorrere sotto la pelle di questa terra, pronta a esplodere di nuovo quando il prossimo maiale grugnirà sotto il sole pallido di febbraio.

*Documentarista Unical