In occasione della Giornata Mondiale della Salute del 7 aprile, nella prestigiosa cornice di Palazzo Firenze a Roma, si è svolto un importante momento di confronto scientifico e culturale promosso dalla Società Dante Alighieri. Protagonista dell’incontro, dedicato al tema “La dieta Mediterranea come modello di salute: dalla tradizione alla medicina basata sulle evidenze”, è stato il professor Ludovico Abenavoli, ordinario di Gastroenterologia presso l'Università “Magna Graecia” di Catanzaro, dove dirige la Scuola di Specializzazione in Malattie dell'Apparato Digerente, è inoltre Responsabile del Centro per la Diagnosi e Cura delle Malattie Croniche del Fegato presso l'Azienda Ospedaliera Universitaria “Renato Dulbecco” di Catanzaro.

Lo abbiamo intervistato.

Professore, oggi si parla sempre più di dieta mediterranea come modello scientifico: quali sono le evidenze più recenti che ne confermano l’efficacia in chiave preventiva?

«La dieta Mediterranea rappresenta oggi un modello alimentare validato e riconosciuto da numerose linee guida internazionali. Essa è associata a una significativa riduzione del rischio cardiovascolare, del diabete mellito, della steatosi epatica, dell’obesità e di numerose patologie croniche non trasmissibili. Agisce su processi chiave quali l’infiammazione sistemica, il metabolismo e il microbiota intestinale, configurandosi come uno strumento concreto e integrato di prevenzione primaria e promozione della salute».

Nel corso dell’incontro è emerso il legame tra alimentazione, genetica ed epigenetica: in che modo il cibo può realmente “dialogare” con il nostro patrimonio genetico?

«L’alimentazione è in grado di modulare l’espressione genica attraverso meccanismi epigenetici. Nutrienti e composti bioattivi influenzano vie metaboliche e processi infiammatori, contribuendo alla regolazione del fenotipo. In questo contesto, il patrimonio genetico individuale non è statico né rigidamente predeterminato, ma interagisce dinamicamente con lo stile di vita e in particolare, con il regime alimentare».

Il concetto di “One Health” mette in relazione salute umana, ambiente e alimentazione: quanto è urgente, oggi, adottare questo approccio nelle politiche sanitarie?

«L’approccio One Health è ormai imprescindibile ed è sempre più integrato nelle strategie e nelle politiche sanitarie di numerosi Paesi. La salute umana, l’ambiente e i sistemi alimentari sono strettamente interconnessi. Pertanto sono necessarie politiche integrate che agiscano su prevenzione, sostenibilità e accesso equo a un’alimentazione sana. In questa prospettiva, la dieta mediterranea risponde pienamente a tali requisiti.»

La dieta mediterranea può diventare un modello universale anche nei paesi in via di sviluppo? Quali sono gli ostacoli culturali ed economici da superare?

«La dieta Mediterranea è trasferibile nei suoi principi fondamentali, più che nei singoli alimenti che la caratterizzano. I principali ostacoli alla sua diffusione sono di natura economica e culturale; tuttavia, un adattamento ai contesti locali può renderla un modello efficace anche nei Paesi in via di sviluppo, preservandone i benefici nutrizionali e metabolici».

Che ruolo possono giocare il terzo settore e l’educazione alimentare nella diffusione di stili di vita più sani, soprattutto tra i giovani?

«Il terzo settore svolge un ruolo cruciale nel promuovere la prevenzione a livello territoriale. L’educazione alimentare dovrebbe assumere un carattere strutturale, in particolare tra i giovani, al fine di costruire consapevolezza e contrastare modelli alimentari non salutari. In tale ottica, è auspicabile che l’educazione alimentare venga introdotta stabilmente nei curricula scolastici».

Guardando al futuro, quali politiche e strategie ritiene indispensabili per trasformare l’alimentazione in un vero pilastro della medicina preventiva globale?

«È necessario un cambio di paradigma: la sana alimentazione deve diventare un pilastro centrale della sanità pubblica. Tra le priorità non più rinviabili vi sono il rafforzamento dell’educazione alimentare, il miglioramento dell’accessibilità a cibi sani, la formazione dei professionisti sanitari e l’integrazione con approcci di medicina personalizzata. Tali elementi rappresentano leve strategiche fondamentali per il futuro della salute globale».