Negli ultimi anni la galassia dei social ha partorito una nuova figura, a metà tra il pedagogo e l’influencer: il teach-toker. Una categoria di divulgatori che ha fatto della brevità algoritmica (il video da sessanta secondi, l’illuminazione rapida, il concetto distillato) il proprio strumento privilegiato. In questo universo si muove, con indubbia abilità comunicativa e altrettanta esposizione mediatica, Vincenzo Schettini, professore di fisica diventato celebre grazie al progetto social "La fisica che ci piace".

Schettini incarna alla perfezione la nuova estetica del sapere socializzato: il docente dai mille sorrisi che si trasforma in performer digitale, l’insegnante che entra nella logica dello spettacolo breve, il professore che si muove con disinvoltura tra aula scolastica, palcoscenici televisivi e piattaforme digitali. È il volto — forse il più noto in Italia — di quella didattica spettacolarizzata che promette di rendere la scienza immediata, intuitiva, seducente.

Tuttavia, il problema non risiede nella persona, bensì nel modello culturale che questa figura rappresenta.

Talvolta, qualcosa di profondamente rivelatore, quasi emblematico, è accaduto qualche settimana fa, quando lo stesso Schettini è comparso sul palcoscenico del Festival di Sanremo. E lì, sotto le luci teatrali dell’Ariston, il professore ha sentito l’urgenza — non priva di una certa solennità catechistica — di spiegare ai genitori come fare i genitori. Con accenti da predica pedagogica ha invitato madri e padri a “parlare con i figli”, ricordando loro che sono il “campo magnetico più importante” nella vita dei ragazzi.

Quanta straordinaria retorica pedagogica!

Ora, si capisce: ogni epoca ha i suoi tribuni. Ma l’immagine resta singolare. Un docente che ha costruito la propria notorietà sui social, su video brevi e su spiegazioni rapidissime, si erge improvvisamente a guida morale della genitorialità nazionale. Non più soltanto il divulgatore che semplifica la seconda legge della termodinamica, ma una sorta di pedagogista universale, investito — non si sa bene da chi — del compito di rieducare le famiglie italiane.

Ergo, il punto dissonante non è Schettini. Il punto è il modello culturale che egli incarna.

La pedagogia del minuto. Il grande equivoco della divulgazione social contemporanea — quella dei cosiddetti teach-toker — consiste nell’aver insinuato un’idea pericolosamente seducente: che la conoscenza sia comprimibile. Un concetto di fisica in sessanta secondi. Un sonetto di Ugo Foscolo spiegato in quaranta secondi. Un’opera lirica riassunta in trenta. I social sono pieni di video del tipo: "la Traviata in trenta secondi"; "la Gazza ladra in un minuto"; "il pensiero di Hegel in un minuto". Talora, posso anche capire che siamo nell'era social, per cui l'era della brevità, il che non rappresenta neppure una cosa sbagliata. Ma il modello culturale e pedagogico che si vuole trasfigurare è totalmente inopportuno. È il trionfo della didattica istantanea: una pedagogia che promette accesso universale e comprensione immediata. Tutto accessibile, tutto disponibile, tutto — apparentemente — alla portata di chiunque. Ma la cultura non è una porta automatica del supermercato.

E l’intelligenza non funziona come un distributore di snack. L’illusione che si possa imparare un concetto di fisica, di musica, di filosofia, di letteratura, in un minuto è una delle più sottili mistificazioni del nostro tempo. Perché ciò che si ottiene non è conoscenza, ma l’impressione della conoscenza. Una caricatura della comprensione. Il sapere autentico richiede lentezza, stratificazione, fatica. Richiede ore di studio, pagine annotate, errori, ripensamenti. Richiede quella forma di pazienza intellettuale che i social, per loro natura, non possono tollerare.

Il video breve, per definizione, non approfondisce: condensa, semplifica, talvolta banalizza.

E così, mentre scorrono i contenuti — un algoritmo dopo l’altro — si diffonde una convinzione perniciosa: che ogni disciplina sia riducibile a una pillola divulgativa. Che bastino cinque minuti per imparare a suonare il pianoforte. Che bastino tre video per comprendere la relatività. Che basti un carosello per padroneggiare Dante.

È la democratizzazione caricaturale del sapere.

E, come tutte le caricature, finisce per distruggere ciò che pretende di rendere accessibile.

In questa trasformazione, la figura dell’insegnante cambia natura: diventa brand.

Un tempo il docente era — nel bene e nel male — un mediatore culturale. Oggi rischia di diventare un marchio personale, un produttore di contenuti.

Il caso di Vincenzo Schettini ha reso visibile proprio questa ambiguità. Secondo diverse testimonianze circolate nelle ultime settimane, alcuni studenti avrebbero dovuto seguire le sue dirette o i suoi video online come parte della didattica, talvolta con ricadute anche sulla valutazione scolastica.

Non è questa la sede per stabilire responsabilità individuali. Ma la questione etica rimane, ed è tutt’altro che marginale: dove finisce il professore e dove comincia il creator?

Quando l’aula si prolunga dentro i social, quando la lezione diventa contenuto, quando lo studente diventa spettatore — o, peggio, traffico — il confine tra educazione e auto-promozione si fa pericolosamente sottile.

La scuola non è — e non può diventare — una piattaforma. L’autorità pedagogica non dovrebbe mai confondersi con la logica dell’engagement.

Il problema non è la divulgazione, sia chiaro: la divulgazione non è il nemico.

Anzi, esistono esempi virtuosi, perfino luminosi, di presenza culturale sui social. Uno dei più interessanti è senza dubbio Davide Avolio, giovane divulgatore letterario che negli ultimi anni ha restituito alla poesia una sorprendente vitalità digitale.

La differenza, tuttavia, è sostanziale.

Avolio non promette scorciatoie cognitive. Non suggerisce che la poesia sia un contenuto consumabile in pochi secondi. I suoi interventi sono inviti alla lettura, non sostituti della lettura. Non comprimono il testo: lo riaprono. Lo rileggono. Lo reinterpretano.

La sua voce sui social non pretende di esaurire la letteratura. Piuttosto la indica, la evoca, la rilancia. Non semplifica il mistero poetico fino a svuotarlo: lo custodisce.

È una divulgazione che non si sostituisce alla cultura, ma la prepara. E come Avolio, tanti altri.

Tuttavia, la cultura non è democratica nel senso superficiale che oggi le attribuiamo.

Non perché debba essere elitaria, ma perché richiede impegno.

E l’impegno non è mai istantaneo.

L’idea che tutto possa essere compreso rapidamente, senza studio, senza tempo, senza profondità, è una delle più gravi illusioni pedagogiche della nostra epoca.

La conoscenza non è un contenuto breve.

È una lunga fedeltà.

E forse, in fondo, è proprio questo che manca al nostro tempo: la pazienza di imparare lentamente.

Perché la cultura — quella vera — non si guarda scorrendo un dito sullo schermo. Si conquista. E, soprattutto, si attraversa con lentezza.