Non comincia mai con un coltello, né con uno sparo, né con una maglietta che annuncia vendetta. La violenza tra adolescenti nasce molto prima, in silenzio, nelle crepe invisibili del disagio quotidiano. Gli episodi di Crotone, Napoli e Trescore Balneario lo dimostrano con brutalità. Ne ha parlato ai nostri microfoni lo psicologo e psicoterapeuta cosentino Andrea Guido, che ha evidenziato subito come dietro ogni gesto estremo ci sia quasi sempre una lunga storia di disagio, rabbia, fragilità e modelli sbagliati. 

Il disagio che diventa violenza

Non è mai un fulmine a ciel sereno, è un processo: «Dal punto di vista psicologico, molti ragazzi che agiscono in modo violento hanno difficoltà a gestire le emozioni. Sentono rabbia, umiliazione, frustrazione, vergogna o senso di esclusione, ma non hanno gli strumenti per trasformare queste emozioni in parole. Così il conflitto interno diventa comportamento impulsivo».

A questo si aggiunge una fragilità sempre più diffusa: «Molti adolescenti oggi vivono una profonda fragilità identitaria: si sentono invisibili, poco riconosciuti, facilmente umiliati. In alcuni casi la violenza diventa un modo distorto per sentirsi forti, per farsi rispettare, per lasciare un segno».

Il contesto familiare può aggravare o contenere questo processo: «Sul piano familiare, pesano l’assenza di dialogo, la mancanza di regole chiare, l’incapacità di riconoscere il disagio dei figli, ma anche modelli educativi troppo permissivi o troppo conflittuali».

Ci sono adolescenti senza limiti e altri cresciuti dentro dinamiche aggressive: «Ci sono ragazzi che crescono senza adulti in grado di dire “questo limite non si supera” e altri che crescono in ambienti dove la rabbia viene espressa solo attraverso l’aggressività».

A tutto questo si aggiunge un fattore culturale molto forte, attraverso i modelli che offriamo ai ragazzi: «Oggi molti adolescenti vedono continuamente rappresentazioni della violenza, della vendetta, del potere ottenuto attraverso la forza. Nel caso di Crotone, ad esempio, è difficile non interrogarsi sul peso dell’emulazione e di un immaginario che trasforma il gesto violento in qualcosa di spettacolare. Io credo che dovremmo offrire ai ragazzi altri modelli. Dovremmo raccontare di più la storia di un padre o di una madre che si alzano alle sei del mattino, si spaccano la schiena per portare il pane a casa, affrontano fatica, responsabilità e sacrificio. Invece troppo spesso i modelli dominanti sono quelli della sopraffazione, della scorciatoia, del “farsi rispettare” con la forza, anziché con il lavoro e la dignità».

I segnali da non ignorare

I segnali, quasi sempre, arrivano prima. Ma spesso vengono ignorati. «Il problema è che spesso vengono sottovalutati e interpretati come semplici “bravate” o “fasi adolescenziali”». E invece i campanelli d’allarme sono chiari: irritabilità crescente, scatti di rabbia, incapacità di tollerare un rifiuto, bisogno ossessivo di rispetto, linguaggio aggressivo, minacce.

«Nel caso di Trescore Balneario, nel Bergamasco, ad esempio, alcuni elementi simbolici erano molto forti: la maglietta con la scritta “vendetta”, l’idea di filmare il gesto, la costruzione di una scena». Non si tratta solo di impulsività: «Era un comportamento che probabilmente era stato immaginato e coltivato per molto tempo».

La dimensione della “messa in scena” è oggi amplificata dai social media: «I social media oggi non sono la causa unica della violenza, ma sono spesso il luogo in cui il disagio si amplifica e la violenza si normalizza».

La violenza diventa spettacolo e ricerca di visibilità: «Il problema è che oggi si parla moltissimo degli aggressori. Si analizzano i loro profili, le loro frasi, i loro video, il loro modo di vestirsi. Così, involontariamente, rischiamo di trasformarli in personaggi. È esattamente ciò che è accaduto dopo l’accoltellamento della docente a Trescore. Si è parlato per giorni dell’accoltellatore: della maglietta, del manifesto, del telefono, della sua rabbia. Si è parlato molto meno, invece, dell’altro studente che ha aiutato la professoressa e ha cercato di fermare l’aggressione. Io credo che questo sia un errore culturale enorme.
Se potessi decidere io, parlerei pochissimo dell’accoltellatore e darei invece una medaglia al valore a quel ragazzo che ha aiutato la docente. Perché è lui il modello positivo. È lui che ha mostrato coraggio, responsabilità, empatia. È lui il ragazzo di cui dovremmo riempire le pagine dei giornali e le bacheche dei social. I ragazzi imparano anche da chi viene reso visibile. Se continuiamo a raccontare solo chi aggredisce, rischiamo di dare notorietà alla violenza. Se invece raccontiamo chi protegge, chi aiuta, chi si assume una responsabilità, allora costruiamo modelli diversi».

Le conseguenze e la prevenzione

«Un episodio di violenza grave colpisce tutta la comunità scolastica, anche chi non era presente». Gli studenti iniziano a percepire la scuola come uno spazio insicuro. Emergono ansia, insonnia e difficoltà di concentrazione. Alcuni si chiudono, altri diventano più aggressivi.

Anche gli insegnanti pagano un prezzo alto: «Vivono spesso un forte senso di impotenza e colpa». Il risultato è paura, perdita di fiducia, talvolta burnout. E la scuola si traumatizza.