La tragedia di Gaza e la pace non come semplice parola ma come mestiere che si esercita sul bordo della storia. Il cardinale ha portato tutto questo nella sua visita in Calabria
Tutti gli articoli di Attualità
PHOTO
Ci sono uomini che attraversano i luoghi.
E poi ci sono uomini che vengono attraversati dai luoghi.
Quando il Cardinale Pierbattista Pizzaballa è entrato nella Cattedrale di Cosenza per la Messa della Madonna del Pilerio, non portava solo la porpora ricevuta il 30 settembre 2023. Portava trentacinque anni di Terra Santa addosso. Non metaforicamente. Addosso.
Polvere di Gerusalemme.
Sirene nella notte.
Scuole in macerie che non riapriranno.
Bambini che imparano prima il rumore dei droni e poi l’alfabeto.
Gerusalemme non è un simbolo religioso.
È un luogo dove la fede e la politica si scontrano ogni mattina.
Al Teatro Rendano, l’orchestra sinfonica bruzia ha eseguito Vivaldi. Gli archi limpidi, il pubblico elegante, il saluto del sindaco Franz Caruso, quello del presidente del Rotary di Rende Sergio Mazzuca, la croce creata dal maestro orafo Gerardo Sacco. Una città composta, rispettosa.
Ma mentre la musica saliva, a migliaia di chilometri di distanza altre corde vibravano: vetri che tremano per le esplosioni, ambulanze che non arrivano in tempo, classi vuote.
È questo il punto.
La vita di Pizzaballa è un esercizio continuo di contrasto. Parla tra le luci di un teatro, ma vive in una terra dove la luce si spegne all’improvviso.
Nato a Cologno al Serio nel 1965, francescano, sacerdote dal 1990, inviato in Terra Santa nello stesso anno. Non una missione breve. Una scelta di vita. Studio dell’ebraico biblico e moderno, frequenza alla Hebrew University, lavoro con i cattolici di lingua ebraica. Non dialogo di facciata, ma convivenza quotidiana.
Dal 2004 al 2016 Custode di Terra Santa. Dodici anni a governare i Luoghi Santi, dove ogni chiave è un equilibrio giuridico e ogni porta può diventare incidente diplomatico. Dal 2020 Patriarca Latino di Gerusalemme. Dal 2023 cardinale.
Una delle figure cattoliche più esposte del Mediterraneo.
Eppure, a Cosenza, non ha parlato da geopolitico. Ha parlato da pastore.
«Nonostante il cessate il fuoco, i morti continuano. La situazione alimentare migliora, ma la ricostruzione non è iniziata. Il sistema scolastico è devastato».
Tre frasi. Nessun aggettivo.
Bastano.
Poi la stoccata.
«Non è accettabile quanto dice Netanyahu».
E la condanna delle dichiarazioni della destra estremista israeliana.
In quella terra, parole così non sono commenti. Sono posizioni.
Sulla Cisgiordania: attacchi dei coloni, deterioramento continuo, terrore diffuso. «C’è il rischio di dire sempre le stesse cose». Ecco la frase più drammatica. Quando il dolore diventa ripetizione, il mondo cambia canale.
Pizzaballa appartiene a una Chiesa che non può permettersi di essere retorica. In Terra Santa la Chiesa è scuola, rifugio, corridoio umanitario. È presenza fisica. È logistica morale.
Dopo il 7 ottobre 2023 dichiarò di essere disposto a offrirsi in cambio degli ostaggi, soprattutto dei bambini. In un’epoca in cui le parole sono moneta inflazionata, quella frase pesava come un atto.
Non era teatro. Era coerenza.
La sua teologia non è astratta. È incarnata. La pace non è un sentimento. È un lavoro sulle ferite. È la fatica di riconoscere l’umanità dell’altro senza rinunciare alla propria.
Ed è qui che la serata del Rendano smette di essere evento e diventa specchio.
Perché Cosenza, spesso raccontata solo per le sue fragilità, ha mostrato altro. Una provincia capace di solidarietà concreta. La raccolta fondi per i bambini di Gaza non è stata un gesto simbolico. È stata una presa di posizione morale.
Per mesi, in questa città, la parte laica ha manifestato per Gaza. Non per ideologia religiosa. Per coscienza civile. È una disobbedienza che nasce contro l’indifferenza, non contro qualcuno.
C’è un filo rosso che lega questa terra del Sud alla Terra Santa: la condizione di periferia. Essere lontani dal centro del potere ma vicini al centro del dolore.
Ed è lo stesso filo che attraversa il pontificato di Papa Francesco, amato da molti laici proprio perché ha rimesso la Chiesa nelle periferie. Pizzaballa incarna quella linea. Non ideologica. Pastorale. Francescana.
Ma attenzione.
Quando al Rendano ha parlato di mancanza di spiritualità, di perdita del senso di comunità, d’individualismo, di vuoto, non parlava solo di Gaza. Parlava di noi. Di un Occidente che discute di guerra come se fosse un talk show. Di una società che ha opinioni fortissime e legami fragilissimi.
Viviamo in un tempo in cui la guerra è diventata commento quotidiano.
Ma chi vive la guerra non la commenta. La sopporta.
E qui sta la differenza tra chi usa il conflitto per costruire consenso e chi tenta, ostinatamente, di salvare una possibilità di convivenza.
Non è ingenuo. Non è neutrale. È consapevole che ogni parola può essere strumentalizzata. Eppure parla.
Perché tacere, in certi luoghi, è già una scelta.
Gerusalemme è una frontiera.
Ma anche Cosenza, ieri sera, lo è stata.
Una città che ascolta un uomo venuto dal cuore del conflitto e non si limita all’applauso. Una provincia che dimostra che la periferia può essere centro morale.
La pace non è una parola. È un mestiere.
E chi la esercita vive sempre sul bordo.
Sul bordo della fede.
Sul bordo della politica.
Sul bordo della storia.
La differenza la fanno gli uomini che restano.
E restare, oggi, è l’atto più rivoluzionario.
Perché il mondo non si salva con chi commenta da lontano.
Si salva, forse, con chi sceglie di abitare la ferita.
E le ferite non si abitano per un giorno.



