Giorgia Meloni ci prova a smarcarsi dal referendum. Anche nell’intervista a SkyTg24, la premier ha ribadito che il quesito del 22 e 23 marzo non ha nulla di politico, ma si tratta di migliorare la giustizia. A romperle le uova nel paniere, però, ci pensa proprio il suo Ministro della Giustizia, Carlo Nordio che con le sue uscite sta mettendo in imbarazzo non solo la premier, ma anche altri esponenti della maggioranza.

L’ultimo caso arriva proprio da Reggio Calabria dove si è riunito il direttivo regionale della Lega alla presenza del plenipotenziario Claudio Durigon, uno che in Calabria (e non solo) dà le carte del partito. La riunione doveva servire a preparare la campagna elettorale per le amministrative reggine. «Per le prossime elezioni comunali a Reggio Calabria sono incorso discussioni nazionali, come per altri capoluoghi. Non credo che sul nome di Francesco Cannizzaro, candidato a sindaco, nel centrodestra ci siano grosse diatribe. Se davvero fosse lui, ne saremmo felici. Su un punto però c'è fermezza: ci sarà un centrodestra unito, ve lo posso garantire, con un candidato unico».

Stessa idea ribadiva anche Matteo Salvini, in videocollegamento: «Al di là di chi sarà il candidato sindaco, e lo dico per i giornalisti, la squadra della Lega deve essere pronta e forte da subito». Insomma il solito ritornello di un centrodestra unito e coeso per la presa di Reggio dopo dieci anni di centrosinistra.

Ma il dibattito si è acceso grazie all’intervento da remoto di Simonetta Matone, deputata della Lega ed ex magistrato. L’onorevole è intervenuta sul tema del referendum sostenendo che «Se prima grazie all’involontario endorsement di Gratteri, il rapporto fra i sostenitori del Sì e quelli del No era dieci a zero, oggi grazie all'improvvida iniziativa con dichiarazioni folli di Carlo Nordio siamo purtroppo dieci a dieci. Lui confonde ciò che si può dire in un salotto da quello che si può dire pubblicamente. Tutti noi pensiamo le cose che lui ha detto, ma sono cose che non si possono dire pubblicamente, perché abbiamo dato il là ad una ripresa del fronte del No».

Parole pesanti al punto che il Sottosegretario, che moderava l’iniziativa, è intervenuto a gamba tesa: «C’è anche la stampa qui che ti ascolta». Troppo tardi. Le parole della Matone sono state subito riprese dai fautori del No alla riforma.

Magistratura Democratica sulla sua pagina Facebook ha postato il passaggio del suo intervento, così come il Pd dicendo che dietro le parole della deputata si nasconde la vera intenzione del Governo. Anche il leader del M5s, Giuseppe Conte, ha ripubblicato l’intervento sui suoi social sostenendo che le parole della Matone non sono altro che «la conferma che stanno provando a nascondere ai cittadini i veri obiettivi della riforma. Solo che Nordio se ne è fatte scappare tante: che il Csm è un sistema “paramafioso”, che la riforma conviene a chiunque vada al Governo (anche alla sinistra). Insomma via via arrivano tante conferme: questa riforma non serve ai cittadini per migliorare la giustizia, né tantomeno serve per separare carriere già oggi nei fatti ben separate. Piuttosto serve, come si lasciano sfuggire di tanto in tanto per mettere al riparo i politici dalle inchieste della magistratura e dai controlli che loro percepiscono come “invadenza”. Per loro “primato della politica” significa privilegio dei politici che ridiventano casta di intoccabili».

Fra l’altro non è la sola Matone ad essere preoccupata per le uscite di Nordio. Anche la ministra per le Riforme, Maria Elisabetta Casellati, in un'intervista al Foglio ha detto che il Guardasigilli “ha esagerato”. «Paragonare il Csm a un sistema paramafioso è stato troppo - ha detto - le sue sono state “affermazioni mal riuscite”, frutto della “foga” del momento e di uno scontro sul referendum che dovrebbe essere evitato. Ognuno comunque risponde a se stesso, l’obiettivo è non politicizzare il voto». Soprattutto di questi tempi dopo l’intervento del Capo dello Stato, Sergio Mattarella al Csm.

Ovviamente si tratta di interpretazioni di parte. Quel che traspare però dalle parole della deputata è una certa preoccupazione sull’esito del referendum, con i “No” che sono dati in netta rimonta dai principali sondaggi.

L’ultimo sondaggio (realizzato da IXE’ e pubblicato da “Il Fatto Quotidiano”) dà perla prima volta il No addirittura in vantaggio di sei punti sul Si. Più precisamente il No viene collocato in una forchetta che va dal 51,3% al 54,£ e quello del Sì tra il 45,7 e il 48.7%. Non solo. Gli indecisi vengono quotati intorno al 40% cosa che porta il distacco a favore del No fra i 9,5 e i 2,5 punti percentuali. La media fa appunto sei punti. Interessante poi la seconda parte del sondaggio in cui agli intervistati viene chiesta la fiducia sui corpi intermedi. Quella riposta nella magistratura è al 51%, quella nei partiti è ferma al 18.

La Meloni può provare a smarcarsi quanto vuole dal senso politico del referendum di Primavera, ma è evidente che il tema del quesito è una delle tre grandi riforme volute dal Governo. Un’eventuale vittoria del No sarebbe una delle prime battute d’arresto ad una popolarità che fino a ieri sembrava inarrestabile.