L’indagine su Corigliano Rossano mostra uno squarcio dello sfruttamento del lavoro che è alla base del terribile omicidio dei 4 migranti. Violenze sugli invisibili tollerate solo per mantenere concorrenziali i prezzi di frutta e verdura. Gli arresti non bastano: la questione è anche politica e riguarda tutti
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Correva l’anno 2022. Dopo due anni e mezzo di indagini i carabinieri del gruppo territoriale di Corigliano Rossano e del Nucleo di tutela del lavoro coordinati dal colonnello Raffaele Giovinazzo, col supporto dei militari della Stazione di Mirto Crosia, sequestrano dieci aziende agricole (4 persone giuridiche e 6 imprese individuali) e mezzi per 15 milioni di euro. Quindici (tra cui 13 italiani) le persone arrestate.
Da quella pira l’orrendo fuoco
Il gruppo di militari faceva parte di una task force inviata nella Sibaritide a indagare su una serie di atti intimidatori (incendi a furgoni e auto) la cui pista conduceva al caporalato attivo in agricoltura e ad aziende senza scrupoli che lo foraggiavano.
Vennero fuori, ma non era una novità, lo sfruttamento e i maltrattamenti dei lavoratori agricoli stranieri, trattati come schiavi e costantemente minacciati di morte, picchiati, costretti ad accettare pochi spiccioli: dalle 15 alle 30 euro per 12 ore di lavoro.
Gli investigatori svolsero un’intensa attività tecnica per permettere di cristallizzare le accuse.
Una vera e propria organizzazione
I carabinieri scoprirono quella che era una vera e propria organizzazione criminale ordinata anche gerarchicamente: c’era chi era addetto al reclutamento della manodopera; chi organizzava la collocazione dei braccianti stranieri negli alloggi; chi organizzava la logistica degli spostamenti per recuperare i lavoratori ancora prima dell’alba, portarli nelle varie aziende agricole e andarli a prendere la sera; chi si occupava della falsa documentazione da esibire durante i controlli. E tutto questo per i braccianti e i loro 15-30 euro al giorno, aveva un costo, compreso il passaggio nei campi.
Pur di guadagnare qualcosa per sopravvivere, per risparmiare e permettere di far sopravvivere anche la propria famiglia, i lavoratori accettavano di farsi schiavi: pause di 10 minuti, nessuna assistenza medica, condizioni igieniche precarie, nessuna sicurezza.
Il lavoro era così estenuante che in una occasione, registrano i carabinieri, un operaio aveva caricato 630 cassette di pomodoro, si era stirato una gamba ed era stato lasciato senza soccorso.
In più i caporali pretendevano parte della misera paga dei lavoratori. In luoghi come la Sibaritide le raccolte stagionali di clementine, fragole, pomodori, richiedono molta manodopera.
La connivenza delle aziende agricole
È a questo punto che entrano in gioco i caporali e la loro disumana organizzazione e controllano il mercato dei lavoratori. Senza i caporali le aziende non trovano lavoratori. Con la complicità dei caporali gli imprenditori guadagnano due volte: trovano manodopera e la pagano poco.
Nel corso dell’inchiesta si scoprì che gli imprenditori erano perfettamente consapevoli dell’orrido sfruttamento e non si mostrarono assolutamente collaborativi con le forze dell’ordine.
Le imprese erano conniventi con la stipula di contratti giornalieri di lavoro che venivano detenuti dai caporali che li esibivano in caso di controlli.
Investiti di potere immenso, agli occhi di una persona senza alcun mezzo, i caporali dominano sul lavoro nei campi nelle fiorente piana di Sibari. Ma chi dà loro questo potere? L’inchiesta mise in luce che si trattava di imprenditori senza scrupoli, troppo impegnati a mantenere concorrenziale il prezzo di frutta e ortaggi.
L’inchiesta coordinata dalla Procura di Castrovillari non riguardò solo aziende di Corigliano Rossano ma anche di Strongoli, Cirò Marina, Crotone, Spezzano della Sila per arrivare fino in Basilicata.
Le faide tra caporali
Si scoprì che l’incendio di auto e furgoni era legato a rivalità tra gruppi: erano ritorsioni tra caporali contro chi gli aveva sottratto lavoratori.
Lo svilimento della vita umana – senza nessun appiglio e giustizia all’orizzonte – dà origine a forme di depressione e imbarbarimento: gli operai sfruttati si incattiviscono, bevono, scatenano risse furiose con coltelli. Qualcuno di loro diventa a sua volta caporale. E della vita umana sparisce ogni considerazione.
I deficit normativi
Subito dopo l’operazione si parlò di creare un Protocollo regionale di contrasto al caporalato per favorire i circuiti legali di reperimento della manodopera. Le sigle sindacali si profusero in proclami.
Ma la normativa e gli interventi per combattere caporalato e sfruttamento restano deficitari. L’inchiesta del 2022 approdò negli arresti dopo due anni di indagini capillari: dimostrare lo sfruttamento e portarlo a giudizio non è facile e richiede un impiego di uomini e mezzi sui quali gli uffici giudiziari non sempre possono investire.
Senza contare che, da un punto di vista penale, le norme dovrebbero essere meno fiscali nel riconoscere l’associazione per delinquere che sta alla base del caporalato. Senza il riconoscimento dell’associazione per delinquere le condanne sono esigue, i reati cadono facilmente in prescrizione e per uomini (ma anche donne) senza scrupoli delinquere continua a convenire.
A chi fa comodo lo sfruttamento?
Per quanto riguarda i contratti di lavoro, anche qui la normativa andrebbe snellita magari con contrati-tipo con un minimo salariale garantito e l’assunzione di responsabilità da parte dei sindacati.
Ma questo discorso, evidentemente, non fa comodo a chi sulla manodopera intende risparmiare. C’è del marcio nella filiera agricola, e non solo in Calabria. Peccato che proprio in Calabria, ad Amendolara, due giorni fa, quattro persone (tre di origine afgana, una pachistana: Amin Fazal Khogjani, 28 anni, Ullah Ismat Qiemi, 19, Safi Iayjad, 27, e Waseem Khan, (29) abbiano perso la vita in modo atroce: bruciate vive in un furgone. Raccoglievano fragole. In carcere sono finiti tre pakistani, Safeer Ahmed e Ali Raza, di 31 anni, e un terzo che non era presente al momento dell’eccidio. Le vittime chiedevano condizioni più umane di lavoro perché non venivano pagate da un mese. Invece hanno trovato la morte in un ambiente del tutto speculare a quello svelato dall’inchiesta del 2022. Il tutto per mantenere basso e concorrenziale il prezzo di frutta e verdura. Ma sulla pelle di chi? Ecco perché il fenomeno è anche politico e riguarda tutti noi.



