Franco Gabrielli sceglie Più Uno alla vigilia del battesimo politico del 10 ottobre. Ruffini prova ad allargare il centrosinistra verso l’area moderata e riformista. Sala apprezza ma avverte: difficile mettere insieme le diverse anime centriste
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iacopo giannini
Otto giorni prima dell’appuntamento che dovrebbe trasformare Più Uno in un vero soggetto politico, Ernesto Maria Ruffini mette a segno un ingresso destinato a cambiare peso e percezione dell’operazione. Franco Gabrielli, ex capo della Polizia, già direttore dell’Aisi e capo della Protezione civile, ha deciso di scendere in campo e di farlo accanto all’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate, accompagnando un progetto che prova a riempire uno degli spazi più affollati e, paradossalmente, ancora più scoperti della politica italiana: quello moderato e riformista dentro il centrosinistra. Non un terzo polo equidistante, almeno nelle intenzioni, e neppure l’ennesima piccola formazione costruita per conquistare qualche punto percentuale, ma il tentativo di allargare il perimetro del campo progressista proprio mentre la discussione sulla futura coalizione e sulla sua leadership comincia ad accelerare.
«Ho deciso», annuncia Gabrielli nell’intervista al Corriere della Sera, spiegando di non volersi «avventurare in solitaria» ma di accompagnare «un progetto già in cammino: quello di Ernesto Maria Ruffini». La precisazione successiva serve anche a togliere dal tavolo, almeno per ora, la questione degli incarichi: nessuna richiesta preventiva di ruoli o garanzie, prima il progetto e successivamente il resto.
Il 10 ottobre Ruffini scopre le carte
Il calendario, a questo punto, assume un significato politico preciso. Il 9 ottobre arriverà nelle librerie Cosa sarà. Appello per un Paese più uguale, il nuovo libro di Ruffini; ventiquattr’ore dopo, il 10 ottobre al Salone delle Colonne di Roma, Più Uno presenterà il proprio manifesto e compirà il passaggio dalla rete civica costruita negli ultimi mesi a un soggetto organizzato con un’ambizione nazionale.
Ruffini ha già chiarito dove intende collocarlo. Il terreno è quello del centrosinistra, ma con l’obiettivo di raggiungere un elettorato che oggi fatica a riconoscersi interamente nelle forze che compongono il campo progressista. Moderati, riformisti, cattolici democratici, liberali ed elettori rimasti ai margini o finiti nell’astensione rappresentano il bacino al quale guarda l’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate.
Gabrielli sembra inserirsi esattamente in questa traiettoria e, soprattutto, ne esclude un’altra: quella di un centro autosufficiente che provi a correre da solo tra i due schieramenti. La collocazione nel centrosinistra viene indicata senza ambiguità, mentre la vera sfida sarà allargarne il perimetro e costruire una proposta di governo riconoscibile, facendo convivere sensibilità e protagonisti che negli ultimi anni hanno seguito strade spesso molto diverse.
Gabrielli: Renzi non è un tabù
Per costruire un’area riformista dentro il centrosinistra bisogna inevitabilmente fare i conti con chi quello spazio già lo occupa. Il primo nome è Matteo Renzi, che da tempo ha archiviato la prospettiva del Terzo polo e rivendica la propria collocazione nella futura coalizione alternativa al centrodestra.
Gabrielli non pone veti e sposta il ragionamento dal passato al futuro: sottoporre ogni possibile alleato a un esame preventivo sulla propria affidabilità politica rischierebbe di rendere difficile persino la costruzione di un tavolo comune. Il banco di prova, dunque, dovrà essere un altro: programma, regole della coalizione e disponibilità a riconoscere la leadership che emergerà dal confronto nel centrosinistra. Ed è su questo terreno che, nella visione dell’ex capo della Polizia, dovrà misurarsi anche Renzi.
Una posizione che potrebbe diventare significativa nel confronto interno al campo largo, dove il rapporto con Italia Viva continua a produrre diffidenze e resistenze, ma dove lo stesso Renzi ha ormai scelto da tempo di giocare la propria partita.
E la porta resta aperta anche a Calenda
Con Carlo Calenda il discorso cambia nei toni ma non nella sostanza. Il leader di Azione mantiene una posizione autonoma e Gabrielli evita accuratamente di descriverlo come qualcuno da riportare all’ovile. Non c’è, insomma, un’operazione di recupero da compiere.
Piuttosto, sarà il progetto Ruffini a dover dimostrare di possedere contenuti e credibilità sufficienti per aprire un’interlocuzione anche con Azione e con il suo elettorato.
Nello stesso spazio si muove Alessandro Onorato, assessore capitolino e animatore di una rete di amministratori che lavora alla costruzione di un’area liberal-democratica. Gabrielli considera utile il confronto, ma traccia contemporaneamente un confine: allargare significa aumentare la capacità di rappresentanza, non mettere insieme posizioni incompatibili soltanto per sommare percentuali.
È forse questo il passaggio che racconta meglio l’ambizione e contemporaneamente la difficoltà dell’operazione Ruffini. Il centro italiano non è un deserto politico: al contrario, è attraversato da partiti, associazioni, movimenti, amministratori e personalità che spesso condividono buona parte del vocabolario politico ma molto meno la disponibilità a stare nella stessa casa.
Sala promuove l’operazione, ma indica il problema
A ricordarlo è arrivato anche Giuseppe Sala. Il sindaco di Milano ha raccontato di essere stato informato dell’iniziativa sia da Gabrielli sia da Ruffini e ha espresso grande stima nei confronti di entrambi, definendo «assolutamente nobile» l’intento che muove il progetto.
Poi, però, ha indicato l’ostacolo: trovare una sintesi tra le diverse anime centriste sarà difficile.
È una considerazione che va ben oltre Più Uno e riguarda una delle questioni irrisolte dell’intero centrosinistra. Il Pd di Elly Schlein resta il principale partito della coalizione, Giuseppe Conte guida un Movimento 5 Stelle che mantiene identità e posizioni proprie, mentre nell’area riformista convivono Italia Viva, Azione, +Europa, amministratori locali e mondi civici che negli ultimi anni hanno seguito traiettorie differenti.
Ruffini tenta di inserirsi esattamente in questo spazio senza presentarsi come l’ennesimo concorrente degli altri centristi. È una distinzione che sulla carta appare chiara; molto più difficile sarà tradurla in politica quando arriverà il momento delle alleanze, delle candidature e, soprattutto, della leadership.
Gabrielli: prima il programma, poi il candidato
Anche su questo Gabrielli prova a fissare una sequenza. Le primarie non vengono escluse, ma non possono essere il punto di partenza. Prima occorre definire il programma, stabilire il perimetro della coalizione e concordare le regole; soltanto dopo si può scegliere chi dovrà guidarla.
Ruffini ha già manifestato la propria disponibilità a partecipare a eventuali primarie, ma Gabrielli mette in guardia dal rischio di trasformarle in una semplice conta tra apparati e partiti. La candidatura, sostiene, deve essere al servizio di un progetto e non il contrario.
È un messaggio che attraversa l’intero campo largo e tocca inevitabilmente il rapporto tra Schlein e Conte, ma riguarda anche chi, come Ruffini, potrebbe decidere di concorrere alla futura leadership.
Nel profilo politico che Gabrielli comincia a tratteggiare emergono inoltre posizioni precise anche sui grandi dossier internazionali, a partire dal sostegno all’Ucraina, compreso quello militare. Un’impostazione europeista e atlantista che contribuisce a definire l’identità dell’area che Più Uno vuole rappresentare e che evidenzia anche alcune distanze esistenti all’interno dello stesso centrosinistra.
La scommessa di Ruffini comincia adesso
L’ingresso di Gabrielli non risolve nessuno dei problemi che attendono Più Uno, ma modifica certamente il punto di partenza. Ruffini non arriverà più al 10 ottobre soltanto con una rete di comitati e un manifesto da presentare: al suo fianco ci sarà una delle figure istituzionali più conosciute del Paese, con una lunga esperienza ai vertici degli apparati dello Stato e una cultura politica che lo stesso Gabrielli riconduce alla tradizione democratico-cristiana di Benigno Zaccagnini.
Resta da capire quanto spazio elettorale esista realmente per l’operazione e, soprattutto, quanto di quello spazio non sia già presidiato. Renzi c’è, Calenda mantiene la propria autonomia, Onorato lavora alla sua rete, mentre dentro lo stesso Pd convivono sensibilità riformiste e cattolico-democratiche.
È il paradosso con cui Ruffini dovrà misurarsi: provare a unire un’area nella quale non mancano né protagonisti né progetti, ma proprio la capacità di stare insieme è stata finora la merce più rara.
Il 10 ottobre cominceremo a capire se Più Uno sarà un’altra sigla da aggiungere alla geografia del centro oppure se Ruffini e Gabrielli riusciranno davvero a costruire quel pezzo mancante del campo largo che immaginano. Senza veti a Renzi, con la porta aperta a Calenda e con una condizione che Gabrielli mette davanti a tutte le altre: prima costruire una coalizione, poi decidere chi dovrà guidarla.

