Gli agricoltori incassano sempre meno, mentre i consumatori devono fare i conti con prezzi alimentari sempre più alti. È il divario tra quanto viene riconosciuto a chi produce e quanto viene pagato al momento dell’acquisto il centro della mobilitazione nazionale promossa da Cia-Agricoltori Italiani. Mercoledì 21 ottobre la delegazione calabrese sarà a Roma, in piazza Montecitorio, insieme ai rappresentanti di Basilicata, Abruzzo e Umbria, per chiedere risposte alla crisi del settore.

La protesta mette al centro le difficoltà che accomunano aziende agricole e famiglie: da una parte i costi di produzione in aumento e i compensi ritenuti insufficienti, dall’altra una spesa alimentare sempre più pesante per i bilanci domestici. Una situazione che, secondo l’organizzazione, rischia di compromettere la tenuta economica delle imprese e la possibilità per molti cittadini di acquistare prodotti freschi.

Secondo i dati richiamati da Cia, a livello nazionale i prezzi degli alimentari freschi hanno registrato un aumento del 5,5%, mentre per alcune produzioni agricole i compensi riconosciuti ai produttori hanno subito forti riduzioni: fino al 50% per l’olio extravergine d’oliva e al 24% per il latte. A pesare sono anche gli effetti delle guerre, delle tensioni sui mercati e dei cambiamenti climatici.

Cia Calabria a Montecitorio: «Una tempesta perfetta»

«Siamo dentro una tempesta perfetta, colpiti dagli effetti delle guerre e del cambiamento climatico», afferma Cristiano Fini, presidente nazionale di Cia. «Gli agricoltori stanno lavorando con prezzi che non coprono neppure i costi di produzione, mentre nelle famiglie il carrello della spesa pesa sempre di più. Non possiamo accettare che chi produce cibo venga pagato sempre meno e chi lo compra sia costretto a pagarlo sempre di più».

La delegazione calabrese porterà nella capitale le criticità di un territorio in cui la crisi agricola si intreccia con lo spopolamento delle aree rurali e interne. La riduzione del numero di aziende, sottolinea Cia, non riguarda soltanto l’economia: può avere ricadute sulla manutenzione del territorio, sulla biodiversità e sulla capacità di prevenire i rischi idrogeologici.

La crisi agricola e il rischio di abbandono delle aree interne

Tra il 2010 e il 2023 l’Italia ha perso il 30,3% delle proprie aziende agricole, secondo il dato citato dall’organizzazione. In Calabria, dove molte attività sono radicate nei piccoli centri e nelle aree interne, la contrazione del comparto alimenta il timore di un progressivo abbandono delle campagne.

Il ruolo degli agricoltori non si limita infatti alla produzione di alimenti. La presenza delle aziende contribuisce alla cura dei terreni e del paesaggio rurale, con effetti sulla conservazione degli ecosistemi e sulla gestione del rischio legato agli eventi climatici. Per Cia, indebolire economicamente le imprese significa rendere più difficile anche questa funzione di presidio.

Alla crisi strutturale si sommano i rincari dei fattori produttivi. Cia Calabria segnala che nell’agosto 2026 i carburanti agricoli sono aumentati del 40% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, mentre i fertilizzanti hanno registrato un incremento del 12%. Il gasolio agricolo, sempre secondo i dati riportati dall’organizzazione, costa il 143% in più rispetto al 2021.

Dal campo alla tavola, la forbice dei prezzi

Uno dei punti sollevati dalla mobilitazione riguarda la differenza tra il prezzo riconosciuto all’agricoltore e quello pagato dal consumatore. A titolo di esempio, Cia indica per le carote un passaggio da 0,28 euro al chilo alla produzione a 1,46 euro al dettaglio, mentre per l’uva da tavola il prezzo salirebbe da 0,58 a 2,99 euro al chilo.

Le differenze, che secondo i valori citati superano il 400%, alimentano la richiesta di maggiore trasparenza lungo la filiera. L’organizzazione richiama anche una rilevazione effettuata al mercato milanese di viale Papiniano, dove tra gennaio e ottobre sarebbero stati registrati forti rincari per diversi prodotti: zucchine, carote, arance e mozzarelle.

Si tratta di rilevazioni riferite a uno specifico mercato, che Cia utilizza per evidenziare una tendenza più ampia: i rincari per chi acquista non si traducono necessariamente in maggiori ricavi per chi produce. L’organizzazione chiede quindi di intervenire sui meccanismi di formazione dei prezzi e sulle pratiche commerciali lungo la filiera.

Le richieste al Governo: carburanti, credito e stop alle pratiche sleali

Per Cia Calabria, il presidio del 21 ottobre sarà l’occasione per chiedere ai parlamentari e al Governo nazionale impegni concreti, in grado di incidere direttamente sui bilanci delle aziende. L’obiettivo è affiancare agli eventuali interventi regionali misure strutturali contro il rincaro dei costi produttivi.

Le richieste comprendono un contrasto più incisivo alle pratiche sleali nella filiera agroalimentare e un monitoraggio trasparente dei prezzi, oltre a interventi urgenti sui costi energetici e al rifinanziamento del credito d’imposta sul gasolio agricolo. L’organizzazione propone inoltre di utilizzare le risorse previste per i fertilizzanti anche per fronteggiare gli altri rincari che gravano sulle imprese.

Tra le priorità figura anche una programmazione capace di garantire alle aziende condizioni economiche più stabili, così da permettere loro di continuare a operare senza essere costrette a produrre in perdita.

Podella: «Agricoltori e cittadini sono sulla stessa barca»

«Agricoltori e cittadini sono sulla stessa barca», osserva Nicodemo Podella, presidente di Cia Calabria. «Dobbiamo unire le forze in un’alleanza strategica per spezzare la catena della speculazione».

Il messaggio che la delegazione calabrese porterà a Roma è che la difesa del reddito agricolo e quella del potere d’acquisto delle famiglie sono questioni strettamente collegate. Un prezzo più equo all’origine, sostiene l’organizzazione, è necessario per garantire la sostenibilità delle aziende e contribuire alla sicurezza alimentare.

La preoccupazione riguarda anche le conseguenze di un’eventuale chiusura delle imprese agricole: meno produzione interna potrebbe aumentare la dipendenza dalle importazioni, mentre le aree rurali rischierebbero di perdere attività economiche e presidi essenziali. Per Cia, sostenere l’agricoltura calabrese significa quindi tutelare non soltanto un comparto produttivo, ma anche il territorio e l’economia regionale.