La Cassazione ordina un nuovo giudizio d’appello per la vicenda giudiziaria nella quale è coinvolto anche il giudice Marco Petrini: al centro dell’attività processuale l’omicidio di Luca Bruni
Tutti gli articoli di Cronaca
PHOTO
La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio la sentenza di condanna nei confronti di Marcello Manna, disponendo un nuovo giudizio davanti a una diversa sezione competente. La decisione riguarda il procedimento celebrato a Salerno per la presunta corruzione in concorso con l’ex magistrato Marco Petrini, anch’egli destinatario dell’annullamento della condanna.
In primo grado gli imputati erano stati condannati a due anni e 8 mesi di reclusione, mentre in secondo grado a Manna e Petrini era stata rideterminata la pena a due anni e 2 mesi di carcere ciascuno. La vicenda giudiziaria ruota attorno a una presunta ipotesi di corruzione che, secondo l’accusa, si sarebbe consumata negli uffici della Corte d’Appello di Catanzaro.
Secondo l’impostazione accusatoria, Manna – difeso dagli avvocati Nicola Carratelli e Giandomenico Caiazza – avrebbe corrotto Petrini, all’epoca presidente di sezione, per ottenere una decisione favorevole nel procedimento penale a carico di Francesco Patitucci, suo assistito, condannato in primo grado a trent’anni di reclusione per l’omicidio di Luca Bruni e successivamente assolto dalla Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro.
I fatti contestati risalirebbero al maggio del 2019, quando Manna avrebbe consegnato a Petrini, difeso dall’avvocato Francesco Calderaro, una somma di 5 mila euro in contanti, racchiusa in una busta da lettera, quale corrispettivo per l’adozione della sentenza favorevole.
Nel corso del processo, la linea difensiva di Marcello Manna si è concentrata in maniera prevalente sull’inutilizzabilità dei file audio e video acquisiti dagli investigatori all’interno dell’ufficio della Corte d’Appello. Tali eccezioni, tuttavia, erano state respinte già in primo grado dal giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Salerno, che aveva escluso la manomissione dei supporti, qualificandoli come «utilizzabili e genuini».
Gli avvocati difensori Nicola Carratelli e Gian Domenico Caiazza, definirono la sentenza di secondo grado come una «decisione cervellotica», «errata, ingiusta e illogica».


