L’attentato contro Sigfrido Ranucci si sta trasformando da fatto di cronaca nera a caso politico‑giudiziario, in cui si intrecciano amicizie, ambizioni di potere e minacce alla libertà di stampa. Non poteva mancare l’ombra dei Servizi.

E soprattutto: chi c’è dietro a tutto questo? Davvero solo Lavitola?

L’indagine sul sabotaggio esplosivo del 16 ottobre 2025 davanti alla casa del conduttore di Report, a Campo Ascolano (Pomezia), ha già portato all’arresto dei presunti esecutori materiali, accusati di detenzione di esplosivi e danneggiamento aggravato dal metodo mafioso. L’ordigno ha distrutto le auto del giornalista e della figlia e danneggiato il muro perimetrale dell’abitazione, segnando un salto di qualità nelle intimidazioni finora subite.

La svolta degli ultimi giorni è l’iscrizione nel registro degli indagati di Valter Lavitola, imprenditore ed ex editore, indicato dalla Procura di Roma come presunto mandante dell’attentato. Secondo gli inquirenti, l’azione sarebbe stata preparata tramite un intermediario e una banda incaricata di reperire e collocare l’esplosivo, con l’accusa di tentata strage aggravata dal metodo mafioso e da altri reati collegati all’uso dell’ordigno.

A rendere il quadro più enigmatico è il rapporto personale tra Ranucci e Lavitola, nato dopo una inchiesta giornalistica del 2019 e proseguito con frequentazioni e incontri che il giornalista non ha mai nascosto. Ranucci ha spiegato di considerare l’imprenditore un amico e di essere rimasto sconvolto dall’ipotesi che proprio lui possa aver avuto un ruolo nell’attentato, ribadendo la scelta di attendere le verifiche definitive della magistratura.

Un paradosso che rende ancora più difficile individuare una logica nell’organizzazione di un attentato così grave contro una persona con cui, almeno formalmente, esisteva un legame di fiducia.

Nel reticolo di rapporti tra i due si inserisce anche un elemento politico: Lavitola avrebbe commissionato un sondaggio riservato per testare la possibilità di costruire, attorno alla popolarità di Ranucci, un nuovo soggetto di centrosinistra. Secondo le ricostruzioni, le ricerche avrebbero individuato nel volto di Report un possibile candidato ideale alla guida del governo per l’area progressista, ipotesi che il giornalista avrebbe comunque respinto, confermando di non voler entrare in politica.

Gli inquirenti non collegano direttamente questo episodio al possibile movente dell’attentato, ma il dato politico resta: la popolarità di Ranucci veniva considerata una risorsa da capitalizzare e Lavitola guardava al suo consenso come leva per un progetto di potere.

La domanda, oggi, è se e come queste ambizioni possano aver inciso sui rapporti personali e su eventuali tensioni maturate nel tempo.

Nonostante l’individuazione dei presunti esecutori e del possibile mandante, il movente resta il grande punto interrogativo dell’inchiesta. Gli investigatori stanno valutando diversi scenari: interessi economici, contrasti personali o vicende recenti ancora non emerse, ma al momento nessuna pista è stata ufficialmente confermata.

Il fatto che il presunto mandante fosse legato alla vittima da un rapporto di amicizia rende il caso ancora più complesso, perché costringe a indagare dentro una relazione privata dove si mescolano fiducia, affari, contatti politici e visibilità pubblica. È su questa zona d’ombra – dove si deve distinguere tra amicizia dichiarata e convergenza di interessi – che la Procura punta ora le proprie verifiche.

L’attentato non è un episodio isolato nella storia professionale di Ranucci. Il giornalista vive sotto tutela da oltre dieci anni, dopo minacce riconducibili a inchieste su ambienti mafiosi e affari illeciti. Già prima della bomba erano stati rinvenuti proiettili nei pressi della sua abitazione e registrate numerose intimidazioni, sistematicamente denunciate alle autorità.

Questo contesto fa dell’esplosione un salto di livello nell’attacco al giornalismo d’inchiesta, con un ordigno piazzato davanti a casa, che avrebbe potuto avere conseguenze ben più gravi di un “semplice” danneggiamento di beni.

La solidarietà istituzionale, espressa anche dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, conferma la percezione di un attacco alla libertà di informazione che chiama in causa lo Stato nella protezione di chi indaga sui poteri criminali.

Le perquisizioni finora effettuate hanno portato al sequestro di telefoni, computer e altri dispositivi elettronici, ritenuti cruciali per ricostruire contatti, eventuali finanziamenti e catene di comunicazione tra gli indagati. L’obiettivo è doppio: definire il movente e capire se dietro l’attentato ci sia solo l’iniziativa di un presunto mandante o una rete più ampia di interessi, economici o politici.

Per la sua natura, la vicenda è destinata a restare uno dei casi più delicati degli ultimi anni: coinvolge uno dei volti simbolo del giornalismo d’inchiesta in Italia e mette insieme amicizie, progetti politici, criminalità organizzata e la tenuta della libertà di stampa. Finché non sarà chiarito chi e perché ha deciso di collocare quella bomba davanti alla casa di Sigfrido Ranucci, il giallo non riguarderà solo un uomo e la sua storia, ma il rapporto – sempre fragile – tra informazione e potere nel Paese.