Ci sono terre che sorridono per farsi amare.
E poi ci sono terre che soffrono per farsi capire.

La Calabria appartiene a questa seconda categoria. È terra amara non per destino folkloristico, non per un’autonarrazione vittimistica che consola ma non cambia nulla. È amara perché paga due volte: prima la violenza della natura, poi l’inerzia degli uomini.

Gli ultimi cicloni mediterranei, fenomeni sempre più frequenti in un Mare Nostrum che negli ultimi decenni si è riscaldato ben oltre le medie storiche, hanno colpito con una potenza che non si vedeva da anni. La Piana di Sibari, il Tirreno cosentino, il Catanzarese, l’area grecanica, l’entroterra di Cosenza, le campagne attorno a Tarsia: in poche ore fiumi trasformati in lame d’acqua, argini ceduti, aziende agricole sommerse, stabilimenti balneari cancellati, strade ridotte a canali.

Ma la vera domanda non è quanto abbia piovuto.

È quanto fossimo preparati.

La Calabria è tra le regioni italiane a più alto rischio idrogeologico. Gran parte dei comuni ricade in aree classificate a pericolosità elevata o molto elevata. Bacini torrentizi brevi, pendenze accentuate, suoli fragili. Tutto vero. Ma il rischio naturale diventa disastro solo quando incontra la disorganizzazione umana.

Negli ultimi decenni si è costruito dove non si doveva costruire. Si sono tombati corsi d’acqua. Si sono rilasciate concessioni con leggerezza. Si è tollerato l’abusivismo in nome del consenso. Si è preferito intervenire dopo, anziché prevenire prima.

Concedere ai cittadini di violare la legge non è “comprensione sociale”.

È una forma di complicità.

E ancora più grave è la responsabilità di chi doveva vigilare e non lo ha fatto. Di chi doveva pianificare e ha improvvisato. Di chi doveva controllare e ha chiuso gli occhi. Le alluvioni non nascono nella notte del temporale. Nascono negli anni della superficialità.

Ogni volta che l’acqua invade case e campi, la Calabria arretra di dieci anni. Perde investimenti. Perde fiducia. Perde giovani che decidono di andarsene. Perde credibilità verso chi vorrebbe scommettere su questa terra.

Eppure, come sempre, nei giorni del disastro si alza un doppio volo: quello degli angeli e quello degli avvoltoi.

Gli angeli sono i volontari, i vigili del fuoco, i sindaci che dormono nei municipi, gli imprenditori che riaprono con i propri risparmi, i ragazzi che spalano fango davanti alle case degli anziani. È la Calabria che resta. Che paga. Che investe. Che non spegne la luce.

E poi ci sono gli avvoltoi che si intrufolano nelle disgrazie collettive per tentare di sfruttare e speculare perfino sui morti finiti sulle spiagge. E sui litoranei devastati, sull’agricoltura in ginocchio. Sono quelli che non hanno timore di sfruttare queste tragedie, di raccontarsi amanti della Calabria per sfruttare e beneficiare di fondi e risorse pubbliche.

E ci sono i professionisti dell’emergenza permanente. Le promesse annunciate davanti alle telecamere. I fondi evocati senza cronoprogramma.

Le passerelle istituzionali che evaporano quando si spengono i riflettori.

Ogni calamità in questa regione attiva un circuito noto: dichiarazione di emergenza, stima dei danni, conferenza stampa, silenzio. Nel frattempo, chi ha perso tutto aspetta mesi, talvolta anni, per ristori parziali e burocrazie estenuanti.

La vera alluvione, in Calabria, non è quella dell’acqua. È quella delle promesse.

La Piana di Sibari, uno dei distretti agricoli più importanti del Mezzogiorno, non può vivere nella ciclicità dell’emergenza. Il Tirreno non può perdere stagioni turistiche per coste mai realmente messe in sicurezza. L’area grecanica, già segnata dallo spopolamento, non può sopportare un ulteriore colpo infrastrutturale. Cosenza non può scoprire ogni anno che il Crati è una minaccia latente.

La domanda è semplice, e non è ideologica: cosa si farà, quando, con quali fondi, sotto quale controllo pubblico?

Non bastano stanziamenti annunciati. Servono progetti esecutivi, cantieri verificabili, monitoraggi pubblici, trasparenza totale sugli appalti. Serve prevenzione strutturale, non gestione spettacolare dell’emergenza.

Perché la Calabria non è solo la terra del dolore. È la terra della resistenza. È la terra dei calabresi che restano e di quelli che sono lontani ma non hanno mai reciso il filo. È la terra di chi investe in agricoltura innovativa, di chi rilancia borghi, di chi apre un’attività sul mare nonostante tutto.

Questa Calabria è delusa, sì. Amareggiata, certo. Ma non rassegnata.

I cicloni passeranno. Le acque si ritireranno. Le spiagge saranno ripulite. Le serre ricostruite. Ma la prova vera comincia adesso, quando resta il silenzio e iniziano le scadenze.

Non sarà il tempo a cancellare questa tragedia. Non lo permetteremo. Mese dopo mese. Anno dopo anno. Perché la tragedia più grande non è l’alluvione. È l’oblio organizzato.

La Calabria è terra amara perché soffre.

Ma è terra ostinata perché ricorda.

E questa volta non basteranno le parole.

Serviranno fatti. Pubblici. Tracciabili. Irreversibili. Tutti gli avvoltoi passeranno.

La Calabria dei calabresi resterà.