Mentre le carcasse annerite delle auto dei sindacalisti Antonio Hanaman e Gabriele Labate fornivano lo spunto per l'inchiesta della Dda di Reggio Calabria che ha portato nei giorni scorsi a tre arresti, nell’indotto di Hitachi si staglia l’ombra di un lucroso mercato delle assunzioni. Dalle pieghe dell'ordinanza di custodia cautelare emerge un quadro inquietante: il sindacato non come strumento di tutela, ma come ufficio di collocamento illegale.

Il "prezzo" del lavoro: 5.000 euro a dipendente

Il dettaglio più pesante viene fornito da uno dei sindacalisti ascoltati dagli inquirenti che ha riferito agli inquirenti dell'esistenza di voci insistenti su richieste di somme di oltre cinquemila euro per ogni lavoratore per favorire l'ingresso nelle ditte che operano in appalto per Hitachi Rail. Questo sistema non sarebbe servito, secondo la traccia investigativa, solo ad arricchire i singoli, ma sarebbe stato funzionale a rafforzare il potere di una parte del sindacato: più iscritti significavano maggiori trattenute sindacali direttamente dai salari, trasformando ogni operaio "sponsorizzato" in una rendita mensile per l'organizzazione.

Accordi esterni e promesse tradite

Possibile che il movente degli attentati incendiari di febbraio 2025 non fosse solo politico, ma anche economico e "contrattuale"?

Un testimone sostiene che Chiarolla fosse furioso per le mancate assunzioni di suoi fedelissimi alla Phoenix Logistic perché questo gli impediva di onorare "accordi esterni presi con altri soggetti" ai quali aveva promesso un posto di lavoro proprio in cambio di denaro. Quando l'azienda ha scelto altri candidati, il presunto "broker" delle assunzioni avrebbe visto crollare la propria credibilità, reagendo con una violenza vendicativa per riaffermare il proprio dominio. Tutto da provare, in ogni caso: l’inchiesta è ancora nella sua fase preliminare.

Il contesto: la violenza come "garanzia" del business

Per proteggere la propria sfera di influenza, il gruppo guidato da Maurizio Chiarolla avrebbe utilizzato un arsenale di intimidazioni che il gip ha inserito sotto l’etichetta del "metodo mafioso".

Ci sarebbe stata una vera e propria "grammatica del terrore". Le minacce non erano mai vaghe. Si passava dalle lettere anonime che promettevano di far fare alla vittima "la fine dei topi" alle aggressioni fisiche durante i momenti decisivi della vita sindacale. E poi per soffocare ogni opposizione interna uno stretto congiunto di Chiarolla non avrebbe esitato a mettere le mani al collo a un addetto allo spoglio elettorale, minacciandolo che "gli sarebbero arrivate le polpette".

La logistica della vendetta: da Siri alla bicicletta elettrica

La tecnologia e la pianificazione avrebbero punito chi osava rompere il monopolio sindacale. Le intercettazioni mostrano, sempre secondo l’accusa, Chiarolla mentre coordina la spedizione punitiva tramite Siri, ordinando al navigatore di portarlo nella base logistica dei suoi compliti. Lì veniva decisa la "passeggiata" per individuare le auto dei rivali da colpire, mentre l'esecutore materiale agiva nell'ombra a bordo di una bicicletta elettrica, scortato dall'Audi Q5 di Salvatore Aricò.

L'ombra delle cosche

Sullo sfondo di questo mercato nero, si staglia l'influenza delle cosche Serraino e Labate. Secondo il collaboratore di giustizia Sebastiano Vecchio, lo stabilimento Hitachi era considerato un territorio dove il potere di decidere chi doveva lavorare era una proiezione diretta della forza mafiosa. In questo scenario, Chiarolla è accusato di aver agito non come un sindacalista, ma come un gestore di interessi economici illeciti, capace di generare quel clima di assoggettamento e omertà tipico delle consorterie criminali per proteggere il proprio redditizio "feudo".