Elsa Guggino la magia non l'ha mai trattata come una curiosità da museo. Per lei era materia viva, carne, disperazione, tentativo ostinato di stare dentro la Storia quando la Storia ti spinge ai margini.

Morta oggi a Palermo, a novantuno anni, lascia un vuoto che si avverte subito, di quelli che non si riempiono con i discorsi di circostanza o con il coccodrillo d'ordinanza. Chi ha fatto del documentarismo di osservazione la propria ragione di vita sa bene che c’è modo e modo di guardare l’altro. C’è lo sguardo predatore di chi cerca il pittoresco e c’è la presenza vigile di chi sa ascoltare il peso del silenzio. Elsa apparteneva a questa seconda categoria. Aveva la capacità rara di azzerare la distanza accademica senza mai svendere il rigore metodologico.

Ricordo le aule dell’Università della Calabria nei primi anni Novanta. Insegnava Antropologia culturale in un momento di transizione bruciante, quando le discipline demoetnoantropologiche tentavano di emanciparsi dall'impianto polveroso di una certezza positivista per farsi strumento critico del presente. Elsa non recitava la cattedra. Entrava in aula con quell’incedere fermo, privo di orpelli, portandosi dietro la polvere delle ricerche sul campo e il suono dei registratori scassati usati nei paesi dell’interno. Spiegava che il rito non è una favola antica, ma una strategia di sopravvivenza pragmatica, un'architettura mentale necessaria a ricomporre la frattura tra l'uomo e l'abisso.

La sua Sicilia non era quella immobile delle guide stampate. Era la terra sorda dove il corpo si fa voce e la voce si fa incantesimo. Con la nascita del Folkstudio di Palermo nel 1970 aveva tracciato una linea netta. Catalogare, registrare, restituire il canto di tradizione orale non per nostalgico antiquariato, ma per sottrarlo all'oblio coatto di un'Italia che correva cieca verso la modernizzazione industriale. L'Unesco l'avrebbe cercata più volte per le sue raccolte tematiche, ma il suo vero laboratorio restavano i cortili, le case di gesso, i gesti minimi dei guaritori e delle svelatrici.

Negli ultimi tempi le nostre conversazioni telefoniche giravano quasi sempre attorno agli stessi nodi etnologici, quelli che il tempo non riesce a sciogliere. Ci sintonizzavamo sul linguaggio dell'osservazione pura. Mi chiedeva del lavoro sul campo, del rapporto con i soggetti ripresi, della trappola sempre in agguato di sovrapporre le categorie dell'osservatore alla nuda realtà dell'osservato. Parlare con lei era come sottoporre l'inquadratura a un setaccio spietato. Via la retorica, via l'estetismo d'invenzione, via la menzogna del montaggio ad effetto. Cercava il punto di rottura, il dettaglio rivelatore, quello che l'obiettivo rischia di perdere se l'occhio è distratto dal proprio ego.

Nei suoi libri usciti per Sellerio, da “La magia in Sicilia”, “Un pezzo di terra di cielo” fino a “Fate, sibille e altre strane donne”, passando per la straordinaria intuizione di “Il corpo è fatto di sillabe”, la scrittura accademica non tradisce mai la natura del materiale trattato. La pagina scritta manteneva la rugosità della voce narrante, il respiro faticoso della fattucchiera, il tempo lento del canto di lavoro. Era l'ossessione di restituire quello che Ernesto de Martino chiamava “l'esserci nel mondo”, senza sconti e senza travestimenti borghesi.

Oggi il rischio vero è che il suo insegnamento venga imbalsamato nell'ennesimo elogio della studiosa pioniera. Elsa Guggino non era una reliquia e detestava le celebrazioni edulcorate. Era una ricercatrice pragmatica, a tratti severa, convinta che il documento sonoro, visivo o testuale, dovesse rimanere fedele alla terra e alle mani di chi lo aveva generato. Chi fa documentario sul campo sa quanta fatica ci sia dietro la scelta di stare un passo indietro, lasciare che il reale parli con i suoi tempi, accettare l'imprevisto della ripresa.

Le sue lezioni nei capannoni del Polifunzionale al’Unical e le lunghe telefonate recenti mi lasciano la stessa eredità. Mi lasciano la certezza che l'antropologia o è atto di ascolto profondo o diventa un superfluo esercizio di stile. Rimane la sua voce, netta come un taglio sul nastro magnetico, a ricordarci che dietro ogni magia, dietro ogni formula pronunciata a mezza bocca alla fine della sera, non c'è mai una superstizione da deridere, ma un grido d'aiuto lanciato da chi non ha mai avuto altro modo per farsi ascoltare.

*Documentarista.