Sarà anche stato per la ‘ndrangheta quello che Lucky Luciano fu in passato per Cosa Nostra, “il capo dei capi” potentissimo e rispettato anche oltre oceano. Frank Albanese, 58 anni, l’uomo capace di mantenere pace e contatti tra le cosche negli Stati Uniti e le famiglie criminali d’origine in Calabria, però, doveva fare i conti con questioni molto più prosaiche: il costo della vita e la difficoltà di arrivare a fine mese. La conferma arriva dalle informative finite agli atti dell’inchiesta Risiko assieme ai suoi propositi di tornare a casa. E a una nuova pista investigativa che racconta la presenza dei clan calabresi in aree degli Stati Uniti finora ritenute inesplorate.

Il costo della vita negli Stati Uniti e il ritorno a Siderno

L’idea del ritorno in Italia non è solo una scelta strategica. È anche una questione di soldi, di vita quotidiana, si potrebbe dire di sopravvivenza. Frank Albanese, per gli investigatori, da tempo guarda alla Calabria non solo come centro decisionale della ‘ndrangheta, ma come alternativa concreta agli Stati Uniti.

Lo dice chiaramente il 28 luglio 2025, parlando con la madre e la sorella. Le intercettazioni restituiscono un uomo insofferente, stanco, quasi disilluso: «Alla fine del mese se non ti bastano devi sbattere la testa, però!». Il sogno americano si incrina nei conti che non tornano, nei costi che aumentano, nell’isolamento rispetto alla Calabria.

Ancora più netto il passaggio sulla mancanza di una rete familiare: «Qua siamo tanti An... [...] ... e siamo tante mani ed uno aiuta un altro, ma là quali mani siamo, An? [...] Sai chi siamo? Siamo io, mammeta e tu!». Un isolamento che pesa, che spinge verso casa. Verso Siderno.

E infatti l’idea del ritorno non è improvvisa, ma coltivata da tempo, quasi un’ossessione: «Per essere là e dire che sono in America?? Che c... mi serve essere là, ragazzi?!! Eh, ma io lo sai da quanto tempo che lo sto dicendo già...?».

«Venticinque anni di America mi sono bastati»

Il giorno dopo il progetto prende ancora più forma. Albanese ne parla con il figlio Paolo. Non è più solo uno sfogo: è una valutazione concreta.

Già poche ore prima, parlando con un tale «Massimo», aveva lasciato intendere tutto: «Sto pensando anche io, Massimè, di venirmene! Venticinque anni di America credo che mi sono bastati!». Un ciclo che si chiude.

Con il figlio, il discorso si fa strategico. Tornare più spesso, essere presenti, mantenere i contatti. «Uno dovrebbe venire più spesso qui Paolo», spiega. Perché la presenza conta, eccome. «People they wanna see me (le persone mi vogliono vedere)». E soprattutto perché gli equilibri cambiano rapidamente: «Cuz over here they change everything (perché qui cambia tutto)».

La Calabria non è solo casa: è il centro nevralgico. Il luogo dove si decide, dove si conta davvero. E dove, come rivendica lo stesso Albanese, l’accesso è garantito: «We are the luckiest one that we can come here and they open doors... people from here ... it's nothing (noi siamo i più fortunati che veniamo qui ed abbiamo le porte aperte, per le persone di qui è il minimo)».

Boston, Providence e la rete americana della ‘ndrangheta

Ma mentre Albanese pensa al ritorno, la rete negli Stati Uniti resta attiva, radicata, tutt’altro che marginale. Lo dimostra la conversazione del 4 agosto 2025 con Alessandro Albanese, Vincenzo Commisso e il fratello Giuseppe Commisso.

Si parla di viaggi, di spostamenti. Ma sotto la superficie emergono collegamenti, rapporti e gerarchie. Quando Alessandro Albanese si prepara a rientrare in Canada, Vincenzo Commisso gli affida un messaggio che è molto più di un saluto: «... salutami a tutti. [...] Se vedi a Mico Ruso me lo saluti».

Albanese interviene subito, chiarendo il livello dei contatti: «Lui lo vede ... si vedono sempre». Non relazioni occasionali, ma frequentazioni stabili. Lo stesso schema si ripete con il latitante Francesco Commisso: «Salutami a Francè, Lo Scelto..». E ancora una volta è Albanese a garantire: il figlio è dentro quei circuiti, li frequenta, li mantiene vivi.

C’è un dettaglio che pesa: nessun legame di parentela con Ruso e Commisso. Quei saluti sono, secondo gli investigatori (l’informativa è firmata dal Ros dei carabinieri) riconoscimento, appartenenza, connessione diretta con i presunti vertici della ‘ndrangheta in Nord America.

Poi il discorso si sposta sui voli, sulle rotte più convenienti. Ma è qui che emerge un altro tassello cruciale. Parlando di Boston, Albanese è esplicito: «E poi abbiamo ... abbiamo buoni amici pure là. E tu li conosci!». Non semplici conoscenze – è la lettura degli inquirenti.

Commisso Vincenzo conferma e rilancia, allargando la mappa: «Eh a Providence non ci sono amici?! [...] Eh! Li ho avuti sempre no?». Boston e Providence, dunque, non sono punti isolati, ma nodi di una rete consolidata.

Albanese aggiunge un dettaglio territoriale preciso: «I gioisani là ci sono, mi sembra». E la correzione arriva immediata: «Ma ci sono pure sidernesi là!». Comunità intere, radicate, riconoscibili.

E ancora: «Ogni tanto vengono pure loro... [...] ... si affacciano». Presenze che si muovono, che mantengono il legame. Anche se qualcosa sta cambiando, come ammette lo stesso Commisso: «E loro adesso ... quelli vecchi sono morti... incomprensibile ... sono morti quelli che conoscevo io».

Vecchi equilibri che saltano, nuove generazioni che avanzano. Tra Calabria, Boston e Providence, la rete resta viva. E Albanese, stretto tra il peso della vita americana e il richiamo del potere in patria, sembra pronto a rientrare per riprendersi il suo posto.