Una famiglia travolta dal dolore, una carriera distrutta, poi la sentenza del processo Stige che lo assolve perché “il fatto non sussiste”. Michele Laurenzano: «La fine di un incubo»
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La storia dell’ex sindaco di Strongoli, Michele Laurenzano, è una di quelle che restano incise nella memoria collettiva: l’alba dell’arresto, le manette, l’accusa più infamante per un amministratore pubblico. Una carriera politica spezzata, una famiglia travolta da un dolore che non aveva scelto, anni di processi, di sospetti, di silenzi pesanti. Poi, finalmente, la parola fine: l’assoluzione definitiva, “perché il fatto non sussiste”, pronunciata dalla Corte di Cassazione il 26 novembre 2025.
Oggi, dopo aver attraversato il buio e aver visto crollare ogni certezza, l’ex sindaco decide di raccontare cosa significa essere accusati ingiustamente, perdere tutto e continuare a credere nella giustizia. E come si ricomincia a respirare quando la verità, finalmente, torna alla luce.
Torniamo a quella mattina dell’arresto. Quando esattamente è cominciato tutto? «Il 9 gennaio 2018».
Cosa ricorda dei primi istanti, dei carabinieri che bussano alla porta all’alba, del mondo che crolla addosso?
«Sentii i carabinieri bussare alla porta, dovevano notificarmi una misura cautelare. Pensavo a un avviso di garanzia, chiesi di lasciarmi le carte. Mi sbagliavo. Mi dissero che dovevo seguirli, che si trattava di un arresto vero e proprio. Chiamai un avvocato, che arrivò subito. Mi spiegò che l’accusa — concorso in associazione mafiosa — era la più infamante per un politico. Mi cadde il mondo addosso. Ringrazio i carabinieri per la gentilezza: entrarono in casa senza fare rumore per non svegliare i miei bambini, di 6 e 2 anni. Feci un borsone e mi portarono prima alla Compagnia di Crotone, poi al carcere di Catanzaro, dove rimasi circa due mesi».
Qual è stata la ferita più profonda nel vedere la sua famiglia travolta da una vicenda che non avrebbe risparmiato nemmeno loro? §
«Sapevo che la famiglia sarebbe stata dilaniata dai media, e temevo i danni psicologici per i miei figli. Non trovarmi più a casa da un giorno all’altro, e poi per lunghissimi mesi… era devastante per loro.»
Le dimissioni da sindaco il giorno dopo l’arresto. Nei mesi successivi, cos’è stato più difficile: la paura della condanna o il giudizio della comunità? «Entrambi. Era un incubo. Ho cercato solo di restare lucido e leggere ogni carta, giorno e notte, per mesi, per ricordare tutto e capire».
In questa lunga battaglia, ci sono stati giorni in cui ha pensato di crollare? E cosa l’ha trattenuta dal farlo?
«La verità. I giorni di sconforto sono stati tanti, miei e dei miei familiari, spesso demoralizzati dal moralizzatore di turno. Io ripetevo sempre la stessa frase: “Il tempo sarà galantuomo. E se una giustizia esiste, io voglio crederci”. Era il mio modo di resistere».
Che cosa ha significato perdere tutto: ruolo, reputazione, lavoro, progetti, credibilità?
«Con un’accusa del genere perdi davvero tutto. Non esisti più. Anche chi ti stava vicino si allontana. Chi ti chiamava ogni giorno sparisce. Ho perso stima, lavoro, prospettive. Nel momento più buio mi aspettavo una valanga di amici: sono stati pochissimi. Del mio partito, il PD, al quale avevo dato la vita, preferisco non dire nulla».
Quando è arrivata l’assoluzione in appello prima, e quella definitiva poi, qual è stata la prima emozione che ha sentito davvero?
«Leggerezza. Per me, per la mia famiglia e, credo, anche per quei pochi amici rimasti al mio fianco».
Dopo questa vicenda, come è cambiato il suo modo di guardare la giustizia e le istituzioni?
«Le istituzioni sono deboli e non riescono a proporre una riforma vera della giustizia. Ma io non ho mai smesso di crederci. Non provo odio verso chi ha condotto le indagini: tutti possono sbagliare. Durante le indagini c’è una mole enorme di materiali da verificare; solo nel processo, quando la posizione è analizzata singolarmente, si può dimostrare l’estraneità ai fatti».
Oggi, con l’incubo finito, quale ferita resta aperta e quale invece comincia a rimarginarsi?
«Alcune ferite non si chiuderanno mai. Due mesi di carcere in Alta Sicurezza a Catanzaro, poi 8 mesi di domiciliari a Bologna e altri 5 a Strongoli… Vai via una notte senza vedere i tuoi bambini e li riabbracci dopo un anno. Può essere dimenticato? No».
Guardando avanti, la sua parola è “ritorno” o “ripartenza”? E che cosa desidera costruire adesso?
«La sentenza della Cassazione, che ha confermato l’assoluzione “perché il fatto non sussiste”, mi restituisce serenità. Ringrazio i giudici e i miei avvocati, che non mi hanno fatto cedere all’amarezza. Non penso di essere più interessato alle beghe della politica locale. Il futuro della politica dopo la mia vicenda è una domanda da porre a loro: se se ne faranno carico o no».


