Il ruolo dell’uomo descritto dall’unico sopravvissuto al rogo come un tipo estremamente violento è un tassello necessario per ricostruire la filiera dello sfruttamento. Che parte con i “kapò” sui campi della Sibaritide e arriva a professionisti che confezionano contratti e buste paga
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Mentre il fumo nero del distributore IP di Amendolara raccontava al mondo l'orrore di quattro vite spezzate, gli investigatori della Squadra Mobile di Cosenza iniziavano a seguire una traccia invisibile che porta dritto a un nome: Hassan. Chi è l’uomo che il testimone chiave, Taj Mohammad Alamyar, unico sopravvissuto alla strage, descrive come un individuo di estrema brutalità? E quale ruolo ricopre davvero nell’ingranaggio dello sfruttamento che ha trasformato la Statale 106 in un teatro di morte?
L'ultima telefonata prima del buio
Secondo le ricostruzioni giornalistiche, la notte successiva alla strage, mentre Ali Raza e Safeer Ahmed cercavano rifugio tra la boscaglia e la comunità di Trebisacce, i loro telefoni avrebbero tracciato un ultimo, inutile tentativo di contatto. Entrambi hanno provato a chiamare Hassan, indicato come il «caporale dei caporali». Hassan, tuttavia, non ha risposto: sarebbe fuggito, dileguandosi proprio mentre i suoi presunti sottoposti venivano catturati con i vestiti ancora sporchi di fuliggine.
Il profilo dell'«enforcer» violento
Se per alcuni Hassan è il vertice della piramide, per Taj Mohammad Alamyar il suo nome (citato nei verbali anche come Kassan) è sinonimo di pura brutalità. Alamyar lo ha descritto nelle interviste apparse sui media chiaramente come un «tipo violento». Hassan non sarebbe un semplice intermediario, ma una figura di pressione necessaria a mantenere la disciplina nel sistema del “padronato”: quello schema criminale dove i lavoratori sono ammassati in dieci in una stanza e costretti a restituire parte dei miseri stipendi per il trasporto e l'alloggio.
Un sistema a tre livelli
La figura di Hassan si inserisce in un’architettura dello sfruttamento molto più complessa di un semplice scontro tra nazionalità. Uno schema che ipotizza tre livelli distinti. Ci sono i "kapò” esecutori come Raza e Ahmed, che gestiscono il trasporto e il controllo fisico. C’è un livello intermedio (lo stesso Hassan) che coordina i caporali stranieri. Infine ecco il “secondo livello” italiano: professionisti e imprenditori che forniscono la copertura legale tramite contratti fittizi e buste paga utili solo a superare le ispezioni.
Il sistema del terrore: in 10 in una stanza
Il ruolo di figure come Hassan diventa comprensibile solo analizzando il perimetro di degrado in cui operavano. Le vittime vivevano in condizioni più che precarie, ammassate in dieci persone all'interno di una singola stanza a Villapiana. In questo contesto, la violenza non era un'eccezione ma un metodo di gestione: il superstite ha raccontato di liti scoppiate già all'alba del giorno della strage, con coltelli puntati alla gola dei lavoratori che osavano chiedere un contratto regolare.
Hassan rappresenterebbe dunque il volto feroce di un sistema che non tollerava ribellioni. Gli inquirenti sospettano che il massacro non sia stato solo un raptus, ma una spedizione punitiva premeditata.
La caccia al vertice
Rintracciare il “caporale dei caporali” è un passaggio necessario a ricostruire tutta la filiera dello sfruttamento, il contesto in cui è maturato l’eccidio sulla statale 106. Necessario per arrivare ai livelli superiori del sistema. Mentre i due arrestati si sono avvalsi della facoltà di non rispondere davanti al gip, Hassan rappresenta il tassello mancante per ricostruire il contesto.
Hassan rimane, per ora, un fantasma. Un nome senza volto che simboleggia l'incapacità dello Stato di scalfire del tutto quel «coacervo di interessi» e quell'omertà che permette alla schiavitù moderna di prosperare alla luce del sole.



