Le intercettazioni ricostruiscono il rapporto tra il giornalista e l’ex faccendiere: dalle rilevazioni percentuali («vinceresti come se non ci fosse un domani») sulla possibile candidatura fino all’attentato di Torvaianica, che secondo gli inquirenti avrebbe dovuto trasformarlo in un «martire»
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Quel rapporto, nelle carte dell’inchiesta sull’attentato a Sigfrido Ranucci, assume un peso che va molto oltre la semplice conoscenza. C’è più di un’amicizia tra il giornalista di Report e Valter Lavitola, descritto dagli investigatori come «adulatore e grande estimatore» del conduttore televisivo e, secondo l’accusa, come il presunto mandante dell’attentato dinamitardo del 16 ottobre 2025 davanti alla villetta di Ranucci a Torvaianica.
È una storia che comincia prima della bomba. E che, nella ricostruzione degli inquirenti, ruota attorno a un’idea precisa: Ranucci non sarebbe stato soltanto il giornalista da proteggere dagli attacchi politici, ma una possibile figura capace di entrare direttamente nell’arena politica nazionale.
Il rapporto tra i due passa anche dal «Cefalù Bistrot di Pesce», il ristorante romano gestito da Lavitola. È lì che il giornalista, secondo le intercettazioni, porta confidenze sulla propria attività professionale, sulle tensioni interne alla Rai e sugli attacchi politici alla sua trasmissione.
In una conversazione Ranucci racconta: «Arrivata circolare antiranucci... Gasparri & company hanno chiesto il controllo di Ranucci e Rossi ha eseguito...».
Lavitola sembra rispondere assumendo il ruolo del sostenitore incondizionato. Gli attacchi, gli spiega, possono diventare addirittura un vantaggio: «In ogni caso, credo che ti sia chiaro che ogni attacco che ti fanno serve a farti crescere ulteriormente».
È un passaggio apparentemente marginale. Nelle carte, invece, acquista un significato diverso quando viene messo in relazione con ciò che accadrà successivamente.
«E tra 2 anni fai il Presidente»
Lavitola, infatti, non sembra limitarsi a immaginare per Ranucci un futuro professionale più solido. L’obiettivo sarebbe molto più ambizioso.
Il 29 luglio 2024 gli scrive: «E tra 2 anni fai il Presidente».
Non è soltanto una battuta isolata. Nei mesi successivi, secondo la ricostruzione investigativa, l’ipotesi di una candidatura politica comincia a essere affrontata in termini concreti.
Lavitola commissiona sondaggi riservati per misurare il gradimento di Ranucci e capire quale potrebbe essere la reazione dell’elettorato davanti a una sua eventuale candidatura come espressione della società civile, alternativa ai tradizionali leader del centrosinistra.
I risultati, almeno nella lettura che ne dà Lavitola, sono sorprendenti. Nel gennaio 2026 scrive al giornalista: «La gente ti vota senza finanziamenti... vinceresti come se non ci fosse un domani».
La prospettiva che viene delineata nelle conversazioni è quella di un personaggio in grado di intercettare un consenso larghissimo, fino a percentuali che in determinati scenari arriverebbero vicino al 70 per cento.
Ma c’è un particolare che rende la storia ancora più interessante: Ranucci non appare soltanto come il destinatario passivo delle iniziative dell’amico.
Secondo le carte, partecipa alla costruzione dei quesiti dei sondaggi, suggerendo integrazioni e temi da sottoporre agli intervistati, tra cui l’intelligenza artificiale e la transizione ecologica.
Il «Progetto Ranucci», dunque, avrebbe una prima dimensione: misurare la possibilità che un giornalista televisivo molto conosciuto possa trasformarsi in una figura politica nazionale.
Ma poi arriva la bomba.
L’attentato e il «marketing del martirio»
La notte del 16 ottobre 2025 un ordigno realizzato con «gelatina da cava» esplode davanti alla villetta di Ranucci a Torvaianica.
Nella ricostruzione degli investigatori, quell’esplosione non sarebbe stata concepita per uccidere o ferire il giornalista. Avrebbe avuto un altro scopo: trasformarlo in una vittima, in un bersaglio della criminalità organizzata, in un simbolo della libertà di stampa, un «martire».
Il ragionamento attribuito a Lavitola sarebbe cinico nella sua semplicità: un attentato contro Ranucci avrebbe potuto rendere molto più difficile qualsiasi tentativo di rimuoverlo dalla conduzione di Report e, contemporaneamente, alimentare attorno alla sua figura un’ondata di solidarietà nazionale.
La bomba, in questa lettura, diventerebbe dunque uno strumento di comunicazione politica. Una sorta di «marketing del martirio».
Da una parte la protezione professionale. Dall’altra il consenso.
E proprio qui il rapporto personale tra i due uomini, quello costruito attraverso confidenze, messaggi e incontri al ristorante, assume nelle carte una dimensione diversa.
Lavitola non sarebbe più soltanto l’amico che sostiene Ranucci quando arrivano gli attacchi.
Sarebbe l’uomo che, secondo gli inquirenti, avrebbe immaginato per lui una trasformazione radicale: dal giornalismo alla politica.
E l’attentato, nella prospettiva accusatoria, sarebbe stato il passaggio più estremo di quella strategia.
Ma è dopo le perquisizioni del luglio 2026 che la vicenda assume un ulteriore livello di inquietudine.
È nelle conversazioni registrate dopo l’arrivo degli investigatori che Lavitola, secondo gli atti, comincia a parlare dell’attentato, della possibile ricostruzione dei fatti e persino dell’ipotesi paradossale di confessare.
La sua versione del «bene» fatto all’amico diventa allora il centro di una narrazione che sembra ribaltare completamente la prospettiva.
Ed è proprio da qui che comincia la seconda parte della storia. (1. Continua)

