Il boato sordo che ha squarciato il silenzio di contrada Lattughelle è arrivato intorno alle 18, quando il fiume Crati, gonfio di pioggia e detriti, ha rotto gli argini travolgendo ogni difesa e trasformando in pochi istanti il quartiere in un immenso e spaventoso acquitrino di fango. In quel preciso momento la quotidianità delle famiglie si è spezzata sotto la forza d'urto di un’onda marrone che non ha lasciato tempo per i ragionamenti, costringendo centinaia di persone a una fuga disperata verso la salvezza mentre l'acqua invadeva con violenza abitazioni e magazzini, cancellando in una manciata di minuti i sacrifici di un'intera vita di lavoro. La furia del fiume non si è però fermata al quartiere, spingendosi con violenza inaudita fino ai Laghi di Sibari, dove acqua e melma hanno violentato la zona sommergendo banchine , arrivando a lambire e alluvionare le aree del Museo Archeologico Nazionale della Sibaritide, minacciando un patrimonio storico inestimabile in una notte che sembrava non voler finire mai.

Proprio l'attesa all'aperto è diventata il calvario peggiore per gli sfollati, costretti a vegliare lungo i margini delle strade ancora asciutte o sui terrapieni più alti, mentre il termometro scendeva e l'umidità del fiume penetrava fin dentro le ossa. Gruppi di anziani, avvolti in indumenti di fortuna recuperate all'ultimo secondo, sono rimasti per ore in piedi fissando il vuoto con lo sguardo perso nel punto esatto dove, fino a poche ore prima, sorgevano le loro case ora sommerse.

Tra la folla, il dolore si trasforma in una rabbia lucida nelle parole di Antonio, uno dei tanti residenti che ha visto il proprio mondo sprofondare: «Non ci sono parole perché non era mai successo finora, è una cosa bruttissima veramente da vedere. Mi chiedo ancora una volta oggi dove sono le istituzioni, dove sono i fondi che avevano stanziato per il rifacimento dell'altro pezzo dell'argine due anni fa, appaltati, anche appaltati, lavori appaltati dalle ditte non eseguiti. Io mi chiedo questo, io mi chiedo la Regione Calabria dov'è? Dove sono le istituzioni? Noi vogliamo sapere dove sono le istituzioni. Siamo in mezzo all'acqua, siamo rovinati, ci hanno distrutto completamente».

La sofferenza di quella veglia forzata sotto le stelle è stata acuita dal senso di impotenza e dal terrore costante di nuovi cedimenti degli argini, con decine di famiglie che si sono rifiutate di allontanarsi troppo dalle proprie proprietà, preferendo sfidare il gelo notturno pur di non perdere di vista il luogo dove giacevano i loro averi. «Togliere una casa dopo tanti sacrifici, dopo tanti soldi spesi è bruttissimo, è bruttissimo - prosegue Antonio con la voce rotta dall'amarezza -. Io veramente sono deluso dalle istituzioni ancora una volta e chiedo davvero un aiuto concreto oggi da parte delle istituzioni, non come il 2008 che si è verificata una situazione simile ma non come oggi perché oggi è veramente bruttissima, una situazione simile e nessuno ci ha dato una mano. Sono venuti soltanto a prendere voti e basta, solo a chiedere voti e consensi. Che facevano? Che ci davano? Che ci hanno promesso? Ma non ci hanno dato niente. Oggi noi vogliamo le istituzioni qui a darci una mano, ad aiutarci in questo momento difficile. Dove sono le istituzioni? Vogliamo voi!».

Mentre le accuse di chi ha perso tutto risuonano nel gelo notturno, la delegazione municipale di Sibari è diventata il fulcro operativo di una macchina dei soccorsi imponente e instancabile, con l’attivazione di un numero dedicato (0981 74005) per convogliare le centinaia di chiamate di chi, nel buio più totale, si era ritrovato isolato o prigioniero ai piani alti. Il coordinamento tra la Protezione Civile, i Vigili del Fuoco, i Carabinieri e la Polizia Locale ha permesso di mappare le urgenze, ma è stata soprattutto la straordinaria mobilitazione dei volontari a fare la differenza nelle ore più critiche, con decine di cittadini che hanno messo a disposizione trattori e mezzi pesanti per sfidare la corrente e trarre in salvo chi era rimasto bloccato, mentre squadre specializzate monitoravano con ansia i luoghi invasi dalle acque. La notte è trascorsa così, tra il rumore dei motori che faticavano nella melma e il grido di una comunità che, oltre ai soccorsi d'urgenza, pretende risposte certe su lavori mai eseguiti e su un futuro che oggi appare coperto solo di fango.