La notte del 16 ottobre 2025, alle ore 22:17, un boato squarcia il silenzio di viale Po a Torvaianica. Davanti al civico 91, l’abitazione del giornalista di Report Sigfrido Ranucci, un ordigno artigianale esplode distruggendo due auto e danneggiando il muro perimetrale. Poteva essere una strage: a pochi centimetri dalla carica di gelatina da cava c’erano due veicoli alimentati a gas.

Le indagini della Dda di Roma hanno oggi un volto e un nome: un commando di cinque persone, partite dalla provincia di Avellino, assoldate per un "servizio" punitivo che profuma di camorra.

La Fiat 500X e la trappola tecnologica

A tradire gli attentatori non è stata solo la sfrontatezza, ma la tecnologia. Sebbene alcuni testimoni avessero parlato di una "Panda nera", i Carabinieri sono riusciti a isolare nei filmati di videosorveglianza una Fiat 500X di colore scuro. Grazie a due sistemi di rilevazione targhe installati sulla via Pontina per un’altra indagine, gli inquirenti hanno isolato la targa. 

L'auto, noleggiata presso una società di Baiano, è stata la "scatola nera" dell'inchiesta. Le intercettazioni ambientali nell'auto e nelle abitazioni hanno catturato la voce di Antonio Passariello e Saverio Mutone, presunti esecutori materiali, mentre commentavano i servizi giornalistici sull'attentato vantandosi della loro "opera".

«Un favore»: l'ombra dei mandanti

Il cuore dell'inchiesta non riguarda solo chi ha piazzato la bomba, ma chi l'ha ordinata. Nelle conversazioni captate, gli indagati non parlano mai di odio personale verso Ranucci. Per loro era un "servizio", un "piacere" reso a qualcuno di importante. «Una mano lava l'altra», diceva Passariello in un'intercettazione, confermando la natura mercenaria dell'atto.

Una pista porta dritto ad Afragola. Un'e-mail anonima, ma riconducibile a un membro del gruppo appena scarcerato, indicava che Passariello avrebbe agito per conto del clan Moccia, all'insaputa dei suoi soci abituali di Nola. Il movente? Qui le possibilità sono molte: le inchieste di Report sui clan calabresi, sulla Banda della Magliana o forse servizi ancora in fase di preparazione.

Strategie di fuga e depistaggi

Quando il fiato degli inquirenti si è fatto troppo vicino, è scattato il piano di emergenza. I mandanti, indicati genericamente come "quello", hanno offerto al gruppo soldi e una fuga all'estero: Spagna, Austria o Francia, con 200 euro al giorno caricati su carte ricaricabili per sparire nel nulla.

Ma non solo: i sicari avevano ricevuto istruzioni precise su cosa dichiarare in caso di arresto. Dovevano inventare un finto albanese ad Ostia, conosciuto per debiti di droga, che avrebbe offerto 3.000 euro per "far spaventare" un uomo di cui non conoscevano l'identità. Una versione di comodo per schermare il vero mandante e il movente politico-giornalistico.

Il verdetto del gip: no all’accusa di strage ma il metodo è mafioso

Nonostante la Procura avesse chiesto l'accusa di strage, il gip ha riqualificato il reato in danneggiamento e minaccia aggravata. La bomba, pur potenzialmente letale, sarebbe stata posizionata con finalità "esclusivamente intimidatorie". Tuttavia, resta ferma l'aggravante del metodo mafioso: l'uso di esplosivo industriale contro un giornalista è un atto che evoca la forza intimidatrice della criminalità organizzata.

Mentre D'Avino, Passariello e Mutone finiscono in carcere, resta aperta la caccia al "livello superiore". Chi avrebbe potuto beneficiare dei depistaggi, chi avrebbe voluto coprire con il silenzio l’attentato a Sigfrido Ranucci? La risposta, forse, si nasconde in quelle conversazioni in cui il gruppo temeva di essere "cantato" dai propri stessi mandanti.