L’omicidio di Giuseppe Bruno e di sua moglie sarebbe stato deciso perché il reggente non aveva voluto espandersi su Soverato e perché era sospettato di trattenere per sé i soldi destinati al mantenimento dei detenuti
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L’agguato a Giuseppe Bruno, reggente dell’omonima cosca di ’ndrangheta di Vallefiorita, nel quale perse la vita anche la moglie Caterina Raimondi, venne deciso nel corso di un summit nell’ormai nota tavernetta del boss Nicolino Grande Aracri, il 22 ottobre 2012.
La ricostruzione viene riportata nell’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip distrettuale Arianna Roccia nei confronti dei capi clan già detenuti al 42 bis, Salvatore Abbruzzo, 48 anni, e Nicolino Grande Aracri, 67 anni, e del collaboratore di giustizia Sandro Ielapi, 51 anni.
All’incontro avrebbero partecipato, secondo le indagini condotte dai carabinieri del Comando provinciale di Catanzaro e coordinate dalla Dda, Francesco Gualtieri (già rinviato a giudizio per questo delitto) e Salvatore Abbruzzo, quali esponenti della cosca Catarisano, Nicolino Grande Aracri, Michele Diletto e Gennaro Mellea (questi ultimi due non sono indagati) e un soggetto non identificato.
Il movente
Il movente dell’omicidio starebbe nel fatto che Giuseppe Bruno non rispondesse agli ordini del boss Grande Aracri di espandere la propria competenza territoriale anche sulla zona di Soverato, operazione che avrebbe consentito al boss, oggi ergastolano, di espandere il proprio dominio criminale da Cutro fino a Soverato, controllando così la costa ionica. Ma Giuseppe Bruno, come emerge da una conversazione captata il 2 agosto 2012, si mostrava reticente e prudente nel compiere questa operazione perché quella zona ricadeva sotto il controllo della cosca Sia. Ma il boss non voleva sentire ragioni: gran parte degli esponenti del gruppo di Soverato erano detenuti e lui doveva farsi carico di sostenere i loro familiari.
Dal dialogo, quel giorno, viene fuori che Bruno era sospettato di aver sottratto denaro, destinato al mantenimento dei detenuti, dalle casse dell’associazione mafiosa che stritolava i territori del Catanzarese sotto l’egida di Cutro.
Tanto per dare un’idea, i carabinieri hanno captato la richiesta di Nicolino Grande Aracri a Bruno di compiere un atto intimidatorio nei confronti di una ditta di Crotone che si stava occupando della posa di cavi elettrici, per far sì che i titolari dell’azienda si rivolgessero alla cosca per ottenere protezione. Si parlò anche dell’estorsione a una discoteca di Montepaone.
La “sentenza” di condanna
Il summit del 22 ottobre 2012 decretò la morte di Bruno. Salvatore Abbruzzo proponeva di sparargli mentre Grande Aracri, in un primo momento, era più cauto e deciso a concedere al reggente di Vallefiorita del tempo per poter trovare un accordo comune.
A spingere sull’acceleratore era Abbruzzo, il quale, tra l’altro, riferiva che da Girifalco avevano chiesto di Abbruzzo e Gualtieri, anziché rivolgersi a Giuseppe Bruno quale referente criminale della zona. In più, Abbruzzo aggiungeva che Bruno si era comportato in modo poco rispettoso, accaparrandosi i guadagni derivanti da un lavoro appaltato presso il comune di Girifalco.
È sempre Abbruzzo a rincarare la dose ricordando a Nicolino Grande Aracri che, nonostante il boss avesse inviato a Bruno Giuseppe un messaggio per redarguirlo, la situazione non era mutata.
C’è anche la questione della gestione del denaro e del fatto che si sospettasse che Giuseppe Bruno trattenesse per sé somme destinate ai detenuti. Si propone l’idea di affidare dei soldi a Bruno e controllare se, entro una settimana, li consegna o meno ai carcerati. Se l’esperimento fosse fallito Giuseppe Bruno sarebbe stato portato al cospetto di Grande Aracri.
Il malcontento coltivato nei confronti del reggente di Vallefiorita, però, è cresciuto nel corso della conversazione al tal punto che Nicolino Grande Aracri, sfregando le mani alla Ponzio Pilato, sentenzia: «Compà, ve lo potete fumare».
L’uomo sconosciuto gli fa eco: «Ammazzatelo allora…»
A distanza di quattro mesi dal summit di ‘ndrangheta Giuseppe Bruno e la moglie Caterina Raimondi sono stati brutalmente assassinati a Vallefiorita. I killer si sono serviti di un fucile mitragliatore AK47 kalashnikov, ritrovato abbandonato poco distante dal luogo del delitto.


