‘Ndrangheta nei cimiteri, il boss: «Stabiliamo noi chi deve murare i morti»

Le sconcertanti intercettazioni captate dalla Squadra mobile reggina raccontano l’egemonia della cosca Rosmini ed il ruolo del dirigente comunale parte di un sistema collaudato. Il pentito: «Prendeva mazzette»

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di Consolato Minniti
26 maggio 2020
17:01

«Noi stabiliamo chi deve murare i morti». Non ha tentennamenti, Salvatore Claudio Crisalli. Per tutti è “Peppe” e, quando si tratta di far sentire la voce di chi comanda all’interno del cimitero di Modena, lui si fa avanti. Se ne accorge il titolare di un’agenzia di pompe funebri che, suo malgrado, contatta altri per i lavori di tumulazione. La reazione dell’uomo forte dei Rosmini è netta: «Me ne fotto chi cazzo sei, all’Arangea puoi fare quello che vuoi, non a Modena! Sennò poi ha che fare pure con mio cognato… e vediamo».

Suo cognato è Franco Giordano, ritenuto elemento di vertice della consorteria ‘ndranghetistica dei Rosmini. Crisalli mette le cose in chiaro con il suo interlocutore: «I problemi si creano quando succedono queste cose in questa maniera si creano, sono problemi». I problemi sono proprio quelli che la ‘ndrangheta crea quando qualcuno decide di non sottostare alle decisioni prese. E il cimitero di Modena, è la cosca Rosmini a dettare legge anche grazie, ricostruisce la Dda, alla presenza di un dirigente comunale che, di fatto, si rivela un concorrente esterno della cosca, con il suo atteggiamento di adesione ai propositi criminali.

Il ruolo di Manglaviti

«Il contributo che fornisce Manglaviti alla cosca appare indispensabile per imporre il monopolio dei lavori edili in favore di Giordano, il funzionario comunale, così facendo, ha consegnato nelle mani della cosca l’intero plesso cimiteriale». Così si esprime il gip quando spiega le numerose conversazioni nel corso delle quali «Giordano dimostra di essere il punto di riferimento per tutti all’interno del cimitero». Sia lui che Crisalli, infatti, in molte occasioni vengono chiamati da amici in cerca di un loculo, da dipendenti delle pompe funebri per pianificare l’arrivo delle salme o anche da semplici committenti privati.


Dalle intercettazioni viene fuori, a giudizio del gip, che Manglaviti, «malgrado il suo ruolo apicale all’interno del cimitero – era (ed è a oggi) il responsabile del Comune di Reggio Calabria presso il cimitero – operi in stretta collaborazione (rectius, subordinazione) con Giordano che, occorre ribadire, non aveva alcun titolo per interloquire con Manglaviti».

In alcuni frangenti, emerge come siano i dipendenti di Manglaviti a svolgere le funzioni di segretari del duo Giordano/Crisalli. Tutti sanno che le opere edili all’interno del cimitero sono di competenza della cosca. Anche i dipendenti comunali. A tal punto che «nessuno si confronta con le figure istituzionali pesenti nel plesso cimiteriale, tutti chiamano alternativamente Giordano o Crisalli». Un «sistema collaudato», dove la clientela viene orientata decisamente verso gli uomini della cosca. In un caso, nel corso di una conversazione, ad un uomo che chiedeva di poter discutere della realizzazione di un piastrino, Crisalli risponde: «Un minuto che scendo, ci vediamo là, all’ufficio (dentro il cimitero, ndr)».


Per il gip «non appare credibile ritenere che tutto ciò che accadesse sotto gli occhi del responsabile dei servizi cimiteriali senza il suo consenso, il suo ruolo istituzionale gli imponeva di agire in linea con le norme di riferimento e, quindi, di impedire che i Rosmini operassero in regime monopolistico ma a ciò che lo stesso non si opponeva». Per il giudice, invece, Manglaviti «intrattiene una relazione particolareggiata ed esclusiva con gli uomini dei Rosmini, dandosi del tu con Giordano e con Crisalli e contattandoli telefonicamente, pianificando incontri de visu». Ecco allora che per il gip, in accoglimento della richiesta della Procura «è ragionevole ritenere che tra Manglaviti e Giordano vi sia un’intesa criminale, la condotta di Manglaviti appare quella di chi mette a disposizione il suo ruolo di dirigente comunale, per soddisfare i desiderata mafiosi». Manglaviti, insomma, «ha abdicato il suo ruolo istituzionale in favore della cosca» e si tratta di contributi «che hanno indubbiamente garantito il rafforzamento delle capacità operative dell’associazione e dei suoi appartenenti».

 

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Le parole dei pentiti

Eloquenti, sempre in tema di responsabilità di Manglaviti, sono le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Il neo pentito Greve, infatti, afferma: «Peppe Crisalli lavorava con Franco Giordano al cimitero di Modena, loro si occupavano di costruire cappelle e di fare tumulazioni … I Rosmini non hanno contatti diretti con i Crisalli, ma mediati da Franco Giordano. C’è un responsabile del cimitero che ha contatti diretti con i Rosmini ed è lui che dà il lavoro. So che è uno vicino alla famiglia e si prestava a dare lavori ed in cambio gli davano la bustarella. A me lo ha detto Diego Rosmini, classe ’72.


Molto pregnanti anche le dichiarazioni del pentito Liuzzo; «Sui lavori al cimitero di Moderna, il monopolio assoluto è in mano a Franco Giordano e Pino Angelone, datogli da Dieguccio cl. ’72, Giovanni e Totò Rosmini. Parlo di tutto: tumulazione, lavori edili (edificazione e ristrutturazione di cappelle fatte con imprese edili riferibili a Franco Giordano); per i fiori, invece, il referente era Franco Rosmini». Sul dirigente comunale, Liuzzo è chiaro: «Franco Giordano aveva un rapporto stretto con Manglaviti. Il metodo vale anche per i cimiteri di Condera e di Arangea. Tante ditte hanno tentato di entrare al cimitero di Modena, ma difficilmente potevano farcela. Il Comune aveva destinato una stanza a Condera dove c’era Manglaviti, il fratello di Bruno, il pescivendolo, per la gestione della concessione relativa ai terreni per edificare cappelle. Franco Giordano aveva un filo diretto con Manglaviti».

Giornalista
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